
Prodotta, coscritta e completamente diretta da Spike Lee, She’s Gotta Have It è il remake seriale del primo, omonimo, film del regista: un esordio dall’impronta autoriale evidente da cui lo show eredita e sviluppa molti tratti formali. Le caratteristiche ricorrenti sono l’intimità formata del botta e risposta tra lo spettatore e gli attori (spesso rivolti in camera); l’intreccio tra l’accuratezza propria del genere documentario e l’estroversione dell’impianto scenico teatrale; le scritte, le frasi, gli iper-testi e i campionamenti in sovrimpressione sul girato; i cartelli dei pezzi della colonna sonora, strepitosi e fondamentali per l’interpretazione di molte scene.
La serie è affamata di acrobazie estetiche e il risultato è la formazione di un tessuto visivo atipico ed entusiasmante che unisce la narrazione della storia all’esperienza extra-narrativa dello spettatore, continuamente coinvolto nella formazione di un processo creativo che sembra costruirsi mentre lo si guarda. È palpabile la presenza di una dimensione artigianale nel racconto, di una bollente passione per le storie e di una grammatica visiva personalissima: chiunque guardi la serie non può che trovarsi avvolto dal turbine ispiratissimo dell’autore e non può non confrontarsi con un catalogo di contenuti importanti sotto tutti i punti di vista.
“Your gaze hits the side of my face” Barbara Kruger
La storia di Nola non è però – come si potrebbe dedurre dal primo episodio molto introduttivo – un concerto di visioni soggettive dirette e orchestrate per disegnare il profilo di una sola persona, che allo stesso tempo contraddice continuamente quanto detto dagli altri, creando una distanza netta dalle loro visioni e dai loro modi di essere e giudicare le persone. La rottura di una narrazione di questo tipo avviene grazie all’episodio di violenza subito da Nola: è l’evento che sposta sullo sfondo le visioni soggettive, fa prendere una posizione (umanitaria) e suscita un risveglio nella consapevolezza verso l’esistenza di una realtà ben precisa.

In una continua e instancabile ricerca di cause ed effetti degli eventi, She’s Gotta Have It sfrutta una narrazione apparentemente semplice (la storia di una giovane donna e delle sue relazioni) per dimostrare l’assenza di banalità di qualsiasi sistema umano e di qualsiasi situazione che coinvolga la moralità, l’eticità e i diritti; lo fa mantenendo un punto di osservazione sopraelevato rispetto ai personaggi ma anche impostando per necessità la narrazione attraverso l’azione dei personaggi; azione che per i personaggi combacia con l’analisi di se stessi e delle proprie azioni o con il giudizio degli altri e delle loro azioni.
“Beauty is only skin deep” Barbara Kruger
Il lavoro nel mondo dell’arte è uno dei tasselli fondamentali per comprendere la personalità e le aspirazioni di Nola: nel corso degli episodi vediamo la sua crescita attraverso il dipingere, il partecipare a una mostra, il presentare i propri lavori. Esprimendosi spesso in forma autoritrattistica, l’atto artistico è un passo che il personaggio compie per conoscersi meglio e per esprimere la propria persona. La serie sottolinea la natura politica e sociale del processo creativo: l’accettazione di sé, del proprio corpo e della propria cultura passa attraverso l’autorappresentazione e viceversa, in un tuttotondo studiato per scolpire il carattere di Nola, che si arricchisce di sfumature perché definito nei dettagli.

Ancora una volta la scrittura della serie schiva le facilonerie e riproduce la complessità del reale, senza però contare del grado di empatia per i personaggi coinvolti. Nola, Shamekka, Raqueletta Moss e altre – per concentrarci sulle figure femminili soltanto – non sono necessariamente simpatiche o esemplari, non devono esserlo: sono il riflesso di quella complessità e pertanto abbracciano anche lati comportamentali discutibili. La serie racconta così la difficoltà di vivere in una sfera sociale continuamente attaccata da numerose insidie senza mai difendere i personaggi o far passare inosservati i loro difetti: il coinvolgimento dello spettatore, inoltre, non è filtrato dalla partecipazione emotiva ed è libero di confrontarsi con il peso della vicenda raccontata.
Ma la serie non si ferma qui e affianca all’analisi del soggetto anche la disanima dello sguardo altrui, che spesso corrisponde a quello di tre uomini accomunati dal legame con Nola. Il vestito nero che Nola indossa tre volte in tre appuntamenti diversi è funzionale allo studio delle reazioni di Mars, Greer e Jamie, i quali guardano l’abito senza considerare la giovane donna e le sue intenzioni. Nola viene ridefinita da un capo d’abbigliamento che dovrebbe essere parte della risonanza della sua personalità e che invece viene puntualmente frainteso.

In un contesto così pregno di significati non sorprende che la serie, per mantenere un autocontrollo narrativo, si focalizzi sul rapporto con le parole utilizzate, con l’ipocrisia del mondo dell’arte, l’immagine della bellezza fisica, la politica, l’identità civica e le scelte. Sono tutti aspetti fondamentali dell’affresco costruito e tutti tasselli usati come coordinate attraverso cui raccontare le forze in gioco di un particolare ambiente, in dieci puntate in cui – pur con qualche disattenzione nel disegno di alcuni personaggi secondari – il racconto è stato l’eccellente veicolo di contenuti oltremodo attuali.
She’s Gotta Have It è, per questi motivi, un prodotto in grado di esaltarsi grazie alla sua urgenza contenutistica e alla sua narrazione visivamente portentosa. L’incontro con temi fondamentali e la modalità di racconto inusuali sono motori trascinanti per una narrazione oculata e attenta alla formazione di un’analisi sfaccettata di un ambiente estremamente particolare. La serie può fregiarsi quindi di una personalità forte e di un livello qualitativo alto anche nel confronto con le molteplici eccellenze prodotte quest’anno, grazie alla capacità di raccontare con flessibilità, ardore e ritmo l’universale e il particolare di temi di importanza primaria.
Voto: 8½
