Memorie. Questo è il fulcro del terzo episodio della quarta stagione di Black Mirror, nel quale le memorie – visive, olfattive, sensoriali – svolgono un ruolo di primo piano e portano la protagonista (Andrea Riseborough) a superare quella sottile linea di demarcazione che separa il bene dal male.
Negli anni sessanta Paul McLean sviluppò la teoria del “triune brain” nell’ambito dello studio del funzionamento del cervello umano. Una delle tre parti in cui lo divise, il “reptilian brain”, si occupa di controllare le nostre funzioni vitali primarie: temperatura corporea, battito cardiaco, respirazione, insomma garantisce la sopravvivenza dell’organismo. Il nome così caratteristico è legato proprio al mondo dei rettili che fanno uso principalmente di questa zona del cervello – sempre secondo McLean. Ecco spiegato il collegamento tra il coccodrillo del titolo e Mia Nolan, la protagonista di questo episodio: esattamente come un rettile la donna si trova di fronte a scelte critiche che la portano a decidere sempre per l’autoconservazione e la protezione della sua persona e del suo status sociale. Si innesca nel suo cervello un istinto naturale a difendere se stessa e la vita familiare, seppellendo nel passato il senso di colpa prima per la morte accidentale di un ciclista, poi per l’uccisione dolosa di Rob, che invece avrebbe voluto uscire allo scoperto sugli avvenimenti terribili di cui è stato concorrente.
Come un personaggio coeniano, Mia viene travolta e trascinata dagli eventi fino a superare – come già detto – un confine etico fondamentale, quello dell’omicidio volontario. L’escalation a cui la donna va incontro è molto chiara: se la prima morte è stata un incidente, la seconda un riflesso istintivo, la terza e soprattutto la quarta sono state del tutto premeditate e consapevolmente architettate. Nell’arco dell’episodio il personaggio di Andrea Riseborough, quindi, non solo cede all’impulso maligno che porta ad uccidere qualcuno per garantirsi la sopravvivenza ma, conscia di essere ormai ben oltre la possibilità di tornare sui suoi passi, abbraccia la sua nuova condizione e decide di concludere l’opera, andando alla ricerca di tutti coloro che possono in qualche modo metterla ancora in pericolo e destabilizzare la sua vita. Esemplare, infatti, che l’ultimo limite etico in termini di gravità venga oltrepassato con l’uccisione di un bambino – che non poteva sapere fosse cieco, quindi dal suo punto di vista un possibile testimone oculare.
La voglia di non perdere quello che ha la porta così al grande passo, ma ecco che si palesa uno dei più grandi difetti dell’episodio. Manca, infatti, un serio approfondimento sul personaggio di Mia che possa sorreggere questo snodo fondamentale: non è sufficiente il pochissimo tempo dedicato alla famiglia o alle sue abitudini lavorative e quotidiane per rendere del tutto credibile il passaggio emotivo su cui si basa l’intera storia, pur potendo contare su una buona interpretazione da parte dell’attrice. Se questo lo uniamo a una sceneggiatura perlopiù prevedibile e non originalissima ma soprattutto – e questo è quello che si potrebbe recriminare di più all’episodio – poco coraggiosa si ottiene un quadro imperfetto rispetto a quello che Black Mirror è sempre stato. La mancanza di osare è palese nell’evitare di mostrare alcune scene considerate forse troppo disturbanti, il che è sicuramente condivisibile per quanto riguarda l’omicidio off-screen del figlio di Shazia – anche perché utile a far crescere dubbi e creare suspance per il colpo di scena successivo – un po’ meno per quanto riguarda quello di quest’ultima, visto e considerato che la morte del marito è invece uno dei momenti visivamente più elaborati dell’episodio. Mostrare integralmente la morte dell’agente assicurativo, per esempio, sarebbe potuto essere un elemento in più per empatizzare con un personaggio che, in fin dei conti, risulta puramente strumentale; così come la sua co-protagonista, anche Shazia rimane poco sfruttata ed utilizzata unicamente come mezzo narrativo per portare Mia da un punto A ad un punto B.
Black Mirror non è mai stata una serie puramente fantascientifica; sappiamo bene come Brooker abbia più a cuore la critica al nostro presente – che nello show si palesa come un futuro molto prossimo – piuttosto che il desiderio di tentare le vie di un genere molto complesso da approcciare. La fantascienza presente negli episodi dello show, infatti, solitamente è strettamente funzionale a mettere l’essere umano e la sua natura di fronte a nodi gordiani e dilemmi etici dagli esiti imprevedibili. “Crocodile” ha il problema di essere carente anche da questo punto di vista, presentando un universo nel quale, attraverso un macchinario, sia le forze dell’ordine che gli enti privati (tipo le compagnie assicurative) possono riportare a galla i ricordi sopiti delle persone ed esplorarli per ottenere informazioni. Se tutto questo potrebbe ricordare vagamente l’episodio della prima stagione “The Entire History Of You” – l’unico di tutta la serie in cui la mano di Brooker è completamente assente – è perché a livello di tematiche sono affini, sebbene le circostanze e il metodo con cui i ricordi sono rievocati è diverso. L’espediente che serve per far uscire gli scheletri dall’armadio di Mia non è altro che questo, un pretesto narrativo che sa di già visto e lascia perlopiù indifferenti, se non delusi. In questo senso anche il plot twist finale – attraverso i ricordi del porcellino d’India riescono ad incastrarla – non colpisce come dovrebbe; gli autori sembra vogliano lasciarci con un messaggio fin troppo semplicistico: per quanto tenti di fuggire dal passato in qualche modo ti presenta sempre il conto. È quello che succede alla protagonista che, sicura di aver eliminato ogni testimone oculare, prova a godersi lo spettacolo del figlio, ignara di essere stata scoperta.
In definitiva non ci troviamo di certo di fronte al miglior Charlie Brooker, sebbene non si possa non confermare il fascino e l’attrattiva che anche un episodio un po’ più debole di Black Mirror riesce comunque ad esercitare in chi lo guarda grazie alle location suggestive – siamo in Islanda stavolta – e al comparto tecnico sempre di ottimo livello. “Crocodile” ha tanti difetti e qualche pregio, non è eccellente ma se considerato nell’insieme della stagione e paragonato alla scorsa è perfettamente in linea con il livello medio di questa nuova era “americana” dello show.
Voto: 6 ½
Curiosità:
– In origine Brooker aveva previsto un protagonista maschile per l’episodio ma, su suggerimento di Andrea Riseborough, ha riscritto la parte per lei.
Concordo con la recensione. Il punto è che la sceneggiatura punta sempre di più all’uso della tecnologia come snodo funzionale della narrazione, e questo è un approccio della sci fi ormai datato e ‘normale’, incompatibile con la natura esplorativa dell’operazione rispetto a futuri (im)possibili. Il porcellino d’india introduce un colpo di scena, tra l’altro discutibilissimo, in un orizzonte distopico già vecchio, calco di narrazioni precedenti. La summa di questa ‘tara’ che non spinge lo sguardo ma lo arretra è Black museum, che ho trovato davvero imbarazzante.
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Concordo con la recensione. Il punto è che la sceneggiatura punta sempre di più all’uso della tecnologia come snodo funzionale della narrazione, e questo è un approccio della sci fi ormai datato e ‘normale’, incompatibile con la natura esplorativa dell’operazione rispetto a futuri (im)possibili. Il porcellino d’india introduce un colpo di scena, tra l’altro discutibilissimo, in un orizzonte distopico già vecchio, calco di narrazioni precedenti. La summa di questa ‘tara’ che non spinge lo sguardo ma lo arretra è Black museum, che ho trovato davvero imbarazzante.