
Ambientato nel 43 d.C., lo show (la cui prima stagione vedrà nove episodi) si concentra sulla seconda invasione della Gran Bretagna da parte dei Romani, dopo l’insuccesso del primo tentativo compiuto da Cesare. La spiegazione dell’insuccesso del generale romano fornitaci dalla serie – indirizzata esclusivamente al timore provato da quest’ultimo di fronte alla forza e al misticismo dei druidi – è un primo indizio che ci porta a capire ben presto che a Britannia non importa molto della cura del background storico in cui è immersa, a dispetto di quanto si possa inizialmente pensare. Potremmo addirittura affermare che, in questo pilot, gli eventi storici siano utilizzati soltanto come il punto di partenza per l’avvio di un racconto che di storico ha ben poco e che preferisce invece concentrarsi sui toni più mistici e fantasy che scaturiscono dalla messa in scena della vita dei Celti e, soprattutto, dei druidi.
Si tratta, però, di una scelta che non sembra funzionare e che, invece di affascinare come vorrebbe (e dovrebbe), non fa che mettere in scena rappresentazioni superficiali, stereotipate e, soprattutto, irrealistiche dei popoli che vanno a scontrarsi.

Tuttavia, se Game of Thrones – partendo da una base completamente fantasy – può permettersi queste libertà senza inficiare la veridicità del suo racconto, lo show di Butterworth non può invece prescindere dal contesto storico in cui è immerso senza risultare poco credibile o, addirittura, ridicolo. Anche se si tratta pur sempre di un prodotto televisivo che, in quanto tale, non deve necessariamente attenersi in tutto e per tutto agli eventi storici, la completa non aderenza alla Storia svuota di interesse la serie, i cui personaggi restano così privi di spessore e si distinguono fra loro soltanto per i costumi e per le ambientazioni.
E questo è un vero peccato se si tiene in conto della grande potenzialità narrativa che può offrire lo scontro fra popoli così diversi, ma così ugualmente affascinanti: è proprio nel loro incontro che la serie potrebbe trovare quella modernità che tanto si affanna a mettere in mostra attraverso l’indagine del confronto con l’Altro, tema squisitamente attuale.
Da qui si vede la differenza abissale che distingue Britannia da una serie come Vikings, da cui pure prende ispirazione e di cui condivide il genere: anche nei momenti di maggiore spossatezza narrativa, quest’ultima non perde mai di vista non solo l’accuratezza storica, ma anche la caratterizzazione dei propri personaggi e, soprattutto, delle differenze che intercorrono fra di loro – differenze che caricano di fascino e di interesse lo show.
In Britannia, invece, nessun personaggio sembra colpirci particolarmente. L’unica blanda eccezione è forse quella di Divis (Nikolaj Lie Kaas), il druido reietto di cui non si conoscono le origini, ma che sembra inserirsi sia nel contesto dell’invasione romana, sia nello spirito mistico della serie, evidenziato dalle frequenti e inquietanti visioni.
Il motivo per cui nessun’altra figura riesce a catturare l’interesse dello spettatore non deriva, però, solo dal quasi totale disinteresse al contesto storico, ma anche da evidenti problemi narrativi. L’indirizzo corale a cui sembra rivolgersi la serie non è gestito nel migliore dei modi, in quanto il pilot introduce un grandissimo numero di personaggi uno dopo l’altro senza preoccuparsi di presentarli al pubblico con cura. Il risultato è un episodio confusionario e dispersivo che, a causa del gran numero di persone e di vicende rappresentate, si riesce a seguire con fatica e non lascia nulla di memorabile.

Per concludere, il pilot di Britannia mette troppa carne al fuoco dando luogo ad un inizio dispersivo e poco curato che tende a confondere più che a colpire lo spettatore, rivelandosi purtroppo una delusione. Non si può che sperare che le prossime puntate riescano dove invece “Episode 1” ha fallito.
Voto: 4/5
