
Altrettanto difficile negare il peso della sfortunata coincidenza temporale con cui Mindhunter, serie dal concept narrativo molto simile e dal richiamo mediatico molto forte (e per certi versi anche Manhunt: Unabomber), ha preceduto The Alienist, soffiandogli in un certo senso il primato di originalità sulle tematiche affrontate. Entrambe le serie raccontano infatti le storie degli individui che per primi decisero di applicare una metodologia scientifica alla ricerca dei colpevoli di omicidi in serie e quindi la nascita delle tecniche della psicologia criminale e – nel caso di The Alienist – della medicina forense. La principale differenza tra le due consta nell’ambientazione temporale: la storia dello show di TNT non é ambientata negli anni ’70 come il prodotto di Netflix, ma si svolge nella New York del 1896, si innesca grazie al ritrovamento del corpo orrendamente mutilato di un ragazzo e si sviluppa intorno al parallelo coinvolgimento attivo delle forze dell’ordine – guidate dal commissario di polizia (e futuro presidente) Theodore Roosevelt – e dei privati cittadini professionalmente interessati alla vicenda – nelle figure del Dottor Lazslo Kreizler, dell’illustratore John Moore e di Sara Howard, segretaria del commissario ispirata alla prima detective donna, Isabella Goodwing.
“The Boy on the Bridge” è un episodio molto introduttivo e adempie al compito di presentare sia i personaggi sia le modalità d’interazione di quest’ultimi con l’asse narrativo principale. Tuttavia, malgrado l’episodio non si possa colpevolizzare di scivoloni o grandi errori, la prevedibilità di tutte le sue soluzioni e una generale sensazione di già visto – ingigantita dalle coincidenze sopra accennate e dall’infelice quanto inevitabile paragone con le grandi aspettative – danneggiano quanto di buono fatto dall’episodio, facendo risaltare le occasioni mancate e quasi suggerendo che si poteva fare molto di più con un materiale così avvincente alla base e un concerto di talenti di questa qualità. L’episodio non suggerisce mai la possibilità che la storia raccontata possa assurgere a un piano capace di aggiungere qualcosa di nuovo ad un genere ormai molto gettonato, come aveva fatto ad esempio la prima stagione di True Detective – trasformando la storia di due poliziotti in una dissertazione filosofica sull’essere umano – o lo stesso Mindhunter – capace di costruire una disamina oculatissima del periodo di ambientazione della serie e dei compromessi sempre presenti nel progresso scientifico e antropologico.

I pochi meriti della puntata si concentrano nella tenuta elegante e compatta del taglio “thriller”, nell’agile struttura narrativa che figurativamente ricorda un nastro trasportatore in grado di muovere i personaggi da un punto A a un punto B con facilità encomiabile – attraverso gli eventi raccontati, gli incontri con i comprimari, le azioni e gli inseguimenti – e nell’uso sapiente di una fotografia capace di valorizzare la durezza cromatica dell’ambientazione di fine Ottocento e di una regia che esalta la corporalità molto presente dei tre protagonisti. Non è abbastanza però: sono caratteristiche valide, ma già viste in un numero elevato di produzioni e qui riproposte in una disposizione formale ottima ma lontanissima dai criteri di fiammeggiante originalità che si potevano abbracciare con una storia di questo tipo.
La propensione a un racconto volontariamente ricco di dettagli rivelatori (come si confà a un classico racconto di mistero) non permette di fare predizioni troppo sicure sulla direzione che prenderà la narrazione, ma, se a livello diegetico la puntata traccia una scia di indizi accattivanti, sul piano tematico invece l’attenzione pressoché totale all’intreccio e l’assenza di momenti più contemplativi suggeriscono che la serie giocherà le sue carte approfondendo i nodi presentati nell’episodio senza uscire dal seminato di un intrattenimento appassionato, ma dagli indirizzi tematici prevedibili.

Questo pilot presenta The Alienist come una serie ben fatta, ma allo stesso tempo prevedibile, povera di idee realmente dirompenti e penalizzata dall’assenza di una scrittura bruciante a supporto di un comparto tecnico, formale e attoriale di tutto rispetto. La speranza è che “The Boy on the Bridge” sia soltanto una carta d’identità riuscita a metà e che la serie migliori sfruttando le qualità dimostrate e rivelando quelle rimaste nascoste. Le potenzialità ci sono tutte, bisognerebbe aiutarle a fiorire.
Voto: 6 ½
