
Tra le puntate andate in onda, questo è l’episodio meglio costruito di tutti, complice essere anche semi stand-alone e quindi in grado di concentrarsi su una storia ben precisa, senza saltellare da una storyline all’altra, che è da sempre uno degli sport preferiti di Ryan Murphy. E, per quanto rientri nello stile del suo creatore e sia molto funzionale alla costruzione della storia, non è sempre facilissimo apprezzare questa gestione a puzzle, che è un’altra cosa rispetto alla più canonica coralità: la prima gioca su un volontario e studiato incastro di pezzi, magari molto diversi tra loro, ma che troveranno alla fine il loro senso; la seconda su un’omogeneità d’intenti che si percepisce sin da subito. Non c’è una scelta migliore o peggiore, soprattutto quanto si parla di cifra stilistica. Eppure davanti ad un episodio come questo, in cui il tassello inserito è molto ampio e raccontato benissimo, non si può non percepire il rovescio della medaglia della gestione di un episodio come “Manhunt“, che lascia con un certo senso di disorientamento e di “troppa carne al fuoco” in troppo poco tempo. Inoltre questo episodio gioca benissimo con le similitudini tra i due omicidi, diventando quindi una sorta di sintesi del racconto più ampio su Versace.
C’è poi un altro elemento f
Il rapporto tra la moglie e la vittima viene infatti raccontato mantenendo sì l’alternanza tra un recente passato e il presente dell’omicidio, ma con una focalizzazione molto ristretta rispetto al resto del racconto e quindi l’organicità è molto più presente e in un certo senso riposante. Inoltre la scelta di spostare il punto di vista dalla vittima alla moglie, scegliendo lei come narratrice, fa sì che tramite un’altra voce si senta un discorso molto caro alla serie: il perenne scontro tra privato e pubblico, tra famiglia e fan. Se Donatella al tavolo con l’alta dirigenza dell’azienda Versace fa un discorso molto esplicito, a tratti telefonato, usando come aggancio la quotazione in borsa, qui Marilyn sfoga la sua frustrazione in un bellissimo monologo allo specchio, che va a fare il paio con la chiusura della puntata, in cui un discorso alla tv come il suo non ci appare più l’opportunità per ammantare la questione dell’omosessualità o come eventuale leva per incrementare le vendite, ma è il momento di chiusura perfetto che si ricongiunge con l’inizio.

Non ultimo, questa puntata ha il pregio di fare anche da contesto a molti elementi ricorrenti, come il cappellino rosso, il furgone che porterà Andrew alla sua meta, quella Miami in cui avverrà l’omicidio Versace.
Come ci ha sempre abituato Ryan Murphy, ci troviamo davanti ad una stagione altalenante, fatta di guizzi narrativi, stilistici e registici bellissimi e originali, intervallata da momenti e personaggi che scadono facilmente nel cliché. “A Random Killing” rientra nella prima casistica: regge benissimo per tutta la lunghezza dell’episodio, diventando quindi un tassello bellissimo in un contesto che sospettiamo sarà molto discontinuo.
Voto: 8

Io sono personalmente lieto che la famiglia Versace sia solo il punto di partenza per raccontarci altro. Continuo a sostenere che uno dei temi di questa stagione è la diseguaglianza sociale che in questo caso specifico crea il mostro, un mostro che disturba (e non poco) perché uccide per un nonnulla, ma che fa anche una gran pena perché vittima a sua volta di un sistema “binario” spietato. Brava Judith Light, ma tanto bravo anche Darren Criss!
Serie bellissima,niente da invidiare alla prima memorabile stagione…in questo episodio,riuscitissimo,come ben sottolineato domina Judith Light,ma Darren Criss si sta imponendo alla grande:bravissimo…