
Everything Sucks!, diciamolo subito, si piazza a un livello medio in un’ipotetica classifica di qualità. Il plot, leggero come l’aria, è incentrato su un gruppo di nerd matricole del liceo di Boring (nomen omen), cittadina sonnacchiosa dell’Oregon, capitanati dall’aspirante regista Luke che si innamora presto della timida Kate, ragazzina del secondo anno e figlia del preside piuttosto confusa sul proprio orientamento sessuale. Amore e amicizia, quindi, e la lavorazione di un film che metterà insieme perdenti e vincenti della scuola, si piazzano al centro di una vicenda che è debitrice da una parte dell’immaginario di Glee – soprattutto della sua capacità di trattare con leggerezza e approfondimento l’alienazione da High School e la definizione dell’identità di genere e della personalità all’interno di un microcosmo che per sua natura tende invece ad appiattirle –, dall’altra dei meccanismi narrativi e delle atmosfere di Dawson’s Creek, ma che ha come più diretto e coerente riferimento il classico del coming of age televisivo (e capolavoro di Judd Apatow) Freaks and Geeks.

Anche per questo, l’impressione più netta che si ricava dalla serie è quella di una sorta di creatura ibrida costruita in laboratorio a partire da un algoritmo di Netflix (che qui produce direttamente, con Ben York Jones e Michael Mohan come autori), impegnata a soddisfare egualmente due pubblici di riferimento. Il primo è quello dei trentenni, pubblico d’elezione del servizio di streaming, che sono continuamente stimolati – in maniera spesso forzatissima e didascalica – da una cascata di dettagli Nineties; il secondo è quello degli adolescenti, presumibilmente il pubblico che Netflix punta a “crescere” e fidelizzare, che dovrebbero invece identificarsi con la storia raccontata e con i personaggi propri coetanei, tutti costruiti con grande precisione sui classici trope del racconto di formazione. Un prodotto dalla confezione perfetta e a tratti molto piacevole, ma che sembra molto più interessato a parlare a pubblici ben precisi che a raccontare qualcosa di urgente e davvero originale, costruito per il binge watching senza l’intenzione di lasciare nello spettatore null’altro che una piacevole, rassicurante sensazione di nostalgia.

Il problema reale, in Everything Sucks!, è in realtà un altro, che attiene non tanto alla sua derivatività o alla sua collocazione in termini di importanza artistica: perché al di là delle reazioni soggettive rispetto alla sua confezione, lo show pecca nell’unica cosa che dovrebbe costituirne l’obiettivo fondamentale, ovvero la costruzione di personaggi coerenti e ben sviluppati, in grado di stimolare quell’empatia e quell’identificazione nello spettatore che sono la conditio sine qua non di un teen drama ben riuscito. Con l’unica, meritevole eccezione del personaggio di Kate (nominalmente co-protagonista ma in realtà vero centro dell’interesse degli autori) a cui viene dedicato un arco di scoperta di sé dalla carica emotiva innegabile e impeccabilmente costruita, tutti gli altri caratteri sono perlopiù accennati, vittime di backstory poco efficaci o di virate caratteriali puramente plot driven, quando non letteralmente costruiti pedissequamente su uno o più cliché del genere.

Altra parziale eccezione è lo spazio riservato alla love story tra i genitori, che davvero sembra aver assimilato in modo brillante la lezione dei classici (Dawson’s Creek, Life Unexpected, My So-called Life, ma anche i film di John Hughes) per creare una coppia deliziosa, dalle dinamiche interessanti e sempre ben bilanciate tra ruolo familiare e individualità.
Pur non essendo un fallimento totale, Everything Sucks! non riesce purtroppo quasi mai ad andare davvero oltre i pregi della qualità estetica e dell’ottimo ritmo della narrazione. Tra i suoi valori aggiunti c’è sicuramente quello di averci regalato un personaggio gay adolescente tormentato e tenero come quello di Kate – che è interpretato dalla bravissima Peyton Kennedy –, ma questo davvero non basta a renderla qualcosa di più che un semplice riempitivo. Un vero peccato, considerando la ricchezza del materiale a disposizione e l’occasione (mancata) di raccontare in modo avvincente un’epoca ancora così poco esplorata dalla nostalgia come gli anni Novanta.
Voto stagione: 6

Io forse avrei dato un voto in più, ma sono totalmente d’accordo con la recensione.
Come dicevi, la nostalgia anni ’90 è ancora poco esplorata, e proprio per questo la serie è riuscita a far riaffiorare molti miei ricordi legati all’infanzia, supportata anche da una colonna sonora un po’ scontata, ma sicuramente efficace.
Per esempio mentre vedevo quelle camicie a quadrettoni, subito la mente correva a Dawson e alle sue fisime mentali.
Sui personaggi, a parte Kate, hanno fatto un lavoro veramente basilare, non sono riusciti a scavare più di tanto, e secondo me hanno pure preso spunto su certe dinamiche da Stranger Things, vedi il rapporto Oliver-Tyler. Solo l’atmosfera ha funzionato come si deve.
Per quanto riguarda Emaline, io ho interpretato il cambio repentino del carattere come una mossa per adeguarsi a Kate, perché diceva nell’ottavo episodio, mi pare, che lei si considerava solo la ragazza di Oliver, e non riusciva a vedersi come una persona indipendente, con una propria personalità. Io l’ho vista più come “imitazione”, vedi anche la scena del piercing, per sentirsi apprezzata da Kate.