
Affrontiamo subito l’elefante nella stanza: American Crime Story ha intrapreso, in questa seconda stagione, un percorso assolutamente inedito ed inaspettato. Dopo un pilot tutto sommato introduttivo che permetteva di gettare uno sguardo generale alle vicende in casa Versace, i vari episodi che si sono susseguiti hanno ridotto sempre più la presenza dei grandi nomi nel cast in favore del relativamente poco noto Darren Criss e del suo altrettanto sconosciuto Andrew Cunanan (prima dell’omicidio Versace, beninteso). Una scelta che ha spiazzato moltissimi spettatori – chi vi scrive compreso – perché, a differenza di quanto fatto nella prima stagione e che aveva affrontato in pieno il crimine ed il processo relativo ad O.J. Simpson, qui si è fatta una scelta destabilizzante, ossia indagare tutto quello che c’è stato prima. Non solo, dunque, si è spostata l’attenzione sull’antefatto, ma si è anche scelto un percorso narrativo a ritroso, che procede passo dopo passo indietro nel tempo nella vita di Cunanan e che, dunque, complica in un certo senso ancor di più il filo del discorso. Questa doppia scelta, che come vedremo si rivelerà stimolante sul piano del racconto, presenta tuttavia un enorme problema, perché figlia di una campagna pubblicitaria che ha a stento mostrato Darren Criss e che invece ha concentrato tutte le proprie energie sullo stilista italiano e ciò che gli stava intorno. È dunque più che comprensibile – anzi, direi legittimo – percepire come ingannevole tutto il marketing riguardante American Crime Story, a partire dal fatto stesso che l’omicidio Versace, di cui fa menzione il titolo, è poco più che un passaggio del racconto.
Ciò premesso, qual è il risultato di tutto questo? In realtà, superata la difficoltà iniziale di dover accettare un percorso diverso da quello immaginato, e vinto anche l’effetto a sorpresa di una trama che si muove a ritroso, la scommessa di Ryan Murphy si sta rivelando sempre più una scommessa vinta. Man mano che ci si inoltra nei meandri della mente e della vita di Andrew, si approfondiscono situazioni e personaggi che, sebbene se ne conoscano gli esiti finali, non possono che risultare comunque profondamente affascinanti, nella vana speranza che si possa ancora cambiare il corso degli eventi. Ogni episodio ci regala qualcosa in più dei personaggi secondari, del loro ingresso all’interno della vita di Andrew e tutti i passaggi che li condurranno alla tragica fine che li aspetta. Intorno a loro – nomi ancor più sconosciuti di quelli di Cunanan stesso – si crea una “mitologia” che ce li fa apprezzare e ci fa provare empatia per quelli che, agli occhi dello spettatore, non sono altro che tristi condannati a morte.
Who are you trying to be?
Someone he can love.

Più si avanza con gli episodi, infatti, più si procede verso un tentativo di svelamento della personalità stessa del giovane; si scivola sempre più nel suo passato con la volontà di chiarire le motivazioni e gli aspetti del suo carattere che lo hanno condotto al clamoroso assassinio di Gianni Versace. Eppure, nonostante ci si muova in questa direzione, la sua personalità è e resta ancora un discreto enigma. Ancor più che in precedenza, questo episodio lo pone al centro di tutta la sua narrazione, con l’intenzione di tirar fuori l’origine del suo mondo costellato di menzogne. Evitando brillantemente il rischio di creare un’empatia troppo forte con quello che è a tutti gli effetti un serial killer, è comunque innegabile iniziare a provare pietà per un ragazzo che è completamente incapace di accettare se stesso (continua a rifiutarsi di dichiararsi gay, ad esempio), e che insiste nel crearsi una fantasia nella quale è sempre migliore di quello che è, più conforme all’idea di sé che si è creato nel tempo.

This world has wasted me.

Andrew Cunanan è il focus principale della serie e Darren Criss è indubbiamente in grado di dominare la scena, contro ogni pronostico. Questa scelta azzardata e folle da parte di Ryan Murphy si sta rivelando azzeccata perché “Descent” è l’episodio migliore della stagione. American Crime Story: The Assassination of Gianni Versace ha deciso di stravolgere le carte in tavola per puntare tutto su temi quali omosessualità e omofobia, repressione e desideri, menzogne e verità, un groviglio gestito con insolito equilibrio da una scrittura che merita un plauso per il coraggio e la delicata armonia dell’insieme.
Voto: 8 ½

Ottima recensione, Mario! Secondo me hai perfettamente centrato il punto focale delle critiche alla stagione, ossia l’attenzione disattesa nei confronti dei Versace. È vero, il titolo è fuorviante ma diciamo che non poteva essere diversamente (di fatto, comunque, l’assassinio Versace è e rimane il fulcro della narrazione, solo non dal punto di vista che ci aspettavamo: è studiato nei suoi prodromi, in modo a mio avviso molto intelligente); ma il problema legittimamente da te sollevato è proprio il marketing, la pubblicità è stata davvero ingannevole, e da questa cosa possono crearsi a mio avviso due correnti (non dico gli unici due modi di vedere la stagione eh, ci mancherebbe, mi riferisco solo a questa questione).
Una che riesce ad apprezzare comunque la serie perché conquistata dal carisma di personaggio e attore al centro della scena (e poi diciamolo, le parti di Cunanan stanno una spanna sopra a quelle che abbiamo visto dei Versace); una che sente le aspettative tradite. Io non sono tra questi ultimi, perché sto davvero amando il racconto su Andrew; ma in parte a sto giro credo di capire chi si sente “tradito”, perché in effetti ne ha ben donde. Ciò detto, e superando quindi la superficie della questione, quello che c’è sotto è un progetto molto ambizioso, per temi e struttura, che sto apprezzando tantissimo.
È rischioso, certo; OJ giocava molto più sul sicuro, questo no. Però dai, alla fine ci sta, se non sperimenta uno come Murphy chi deve farlo? Non sempre gli riesce (vedi AHS), ma è solo così che si può innovare, provando e riprovando. Secondo me questa stagione ci riserverà ancora parecchie sorprese, e sempre sia lodato Darren Criss, che ai tempi di Glee aveva due faccette in croce (con o senza rolling eyes) e ora è praticamente perfetto in tutte le sfumature che rappresenta, dall’egomania al panico. Eccezionale.
Il vero titolo dovrebbe essere “L’Assassino di Gianni Versace”, ma refuso a parte francamente nel duello tematico Versace vs O. J. Simpson non c’era storia e si sapeva; quando fu reso noto che l’annunciato uragano Katrina avrebbe lasciato il posto allo stilista, ci rimasi malissimo. Anche io comunque mi aspettavo qualcosa di diverso e comunque, nonostante questo episodio in particolare sia forse il più interessante anche rispetto al soporifero capitolo precedente, non mi piace per niente la scelta di narrare la storia alla Memento.
Totalmente d’accordo con questa esaustiva,ottima recensione…Darren Criss splendida,inattesa,sorpresa…