
There’s no way not to waste your life.
Fin dagli albori della civiltà occidentale, da quando a vegliare sui canoni dell’umorismo era Momo, figlio della Notte e dio del sarcasmo, si può individuare il campo d’azione della comedy come un ampio spettro, dove da una parte si posiziona una comicità solare, dalle luci intense e sempre in cerca di lieto fine (buona pare delle sit-com segue questi canoni) e dall’altra gli eredi di quello humour noir coniato da André Breton ormai un secolo fa. Tra i due estremi, tutte le sfumature del grigio.
A partire dal titolo dell’episodio pilota (“The Void”), Corporate non si nasconde dietro ad un dito ed evidenzia la propria appartenenza al secondo gruppo, prendendo a soggetto e bersaglio le perversioni succhia-anima di un’esistenza lavorativa trascorsa dentro gli uffici di una multinazionale. Andando ad iscriversi nel sottogenere della workplace-comedy, che ha in The Office antesignano ed esempio illustre, si focalizza su toni lugubri e demoralizzanti – al contrario di Detroiters che, sempre su Comedy Central, ha fatto della positività la propria cifra stilistica – e sviscera le motivazioni che spingono un lavoratore a “vendere la propria anima” all’azienda e le conseguenze che questa decisione ha sulla vita privata.
Corporate non si limita ad essere profondamente cinica e distruttiva sul mondo aziendale e sul capitalismo, ma estende il proprio raggio d’azione a tutto l’ecosistema umano moderno, che si tratti di Twitter o dei social, delle feste o delle interazioni sociali, dei governi o della compravendita di armi, di come si affronta la settimana lavorativa o di come vegetare durante il weekend. Integrazione e ribellione al sistema condividono la medesima connotazione negativa e non c’è un mondo ricoperto di glassa che attende una volta spente le luci al neon dell’ufficio.
Am I a weak person?
Well, you’re definitely weak. I don’t know if you are a person.

I due protagonisti si caratterizzano per le diverse reazioni alla mortificante routine giornaliera: se Jake dimostra una certa identità di intenti con le idee veicolate dalla filosofia aziendale, arrivando a ricavarsi momenti di soddisfazione personale anche all’interno della costipante ripetitività lavorativa, Matt è rassegnato, vinto, centrifugato in un limbo in cui il lavoro influenza la vita privata fino a fagocitarla e la morte è vista come un rifugio da ulteriori sofferenze. Anche le frequenti escursioni surrealiste nell’immaginario onirico di Matt assumono una connotazione straniante, diventando un mezzo di fuga dalla realtà.
Alla tragica rassegnazione di cui si rivestono Matt e Jake, corrispondono le vivaci prestazioni recitative degli altri personaggi. Lance Reddick trasuda un carisma magnetico e la lunaticità di Anne Dudek e Adam Lustik contribuisce alla produzione dei momenti comici più tradizionali. In uno show in cui l’identità dei personaggi è subordinata alla loro funzione e il setting è il vero protagonista, le scelte di casting si sono dimostrate impeccabili e le caratterizzazioni fornite dagli interpreti, con la precisione nel rispettare i tempi comici, una parte fondamentale dell’anima di Corporate.
We have a moral duty as a company to monetize on this tragedy because if we don’t the terrorists win.

La sopravvivenza dei dipendenti non sta tanto nella capacità di venire a patti con i richiami morali della coscienza rispetto alle esigenze del business, quanto nel sapersi rendere indipendenti da una cultura aziendale che impregna ognuno e ogni cosa, insegnando ai lavoratori che per scalare la piramide è necessario arrampicarsi sulle spalle di chi si trova attorno.
You won’t get paid if you don’t get your quota.
Con una così alta possibilità di immedesimazione da parte dello spettatore, l’essere così relatable nonostante l’ovvia esagerazione scenica è assieme il pregio e il rischio di Corporate. È difficile non ridere guardando lo show, ma l’estremo realismo di cui trasudano gli episodi non può esimere lo spettatore – che sia un ingranaggio alla base dell’organizzazione o un dirigente di livello più alto – dall’interrogarsi e mettere in discussione la propria posizione. Al tempo stesso, nonostante un’impressionante mole di battute sulla morte e sul suicidio (che, per chi scrive, sono un ulteriore punto a favore), Corporate si propone come la novità più interessante di questo inizio 2018. Confezionando una prima stagione in cui spiccano l’estro creativo di Bishop, Ingerbretson e Weisman che, soprattutto con episodi come “The Long Meeting” o “Remember Day”, danno prova di non avere bisogno di troppe risorse per affrontare in maniera divertente e disincantata le perversioni della società danarocentrica, il prodotto di Comedy Central avanza la propria candidatura ad essere per il capitalismo quello che Black Mirror è stato per la tecnologia. Probabilmente non arriva a quel livello, ma non siamo troppo lontani.
Voto: 7/8
