
Lo scorso season finale si chiudeva con i protagonisti in una condizione di stallo, in cui la gestione di Sheila sembrava ormai impossibile e i tre componenti della famiglia Hammond apparivano più separati che mai. Questa seconda stagione si libera in fretta dei rimasugli della precedente, non solo risolvendo rapidamente le situazioni più critiche (Joel nell’ospedale psichiatrico), ma soprattutto liberandosi del problema che aveva guidato tutta la prima annata, ossia il peggioramento di Sheila. Se quest’ultimo era infatti un tema già affrontato, e se la guarigione risulta impossibile per questioni strettamente narrative, ecco che Santa Clarita Diet necessita di trovare il suo nuovo obiettivo, che rivela praticamente subito e in modo molto chiaro, quasi da studente modello: la tematica dell’annata diventa quella della ricerca del “new normal”, del modo con cui Sheila e tutta la famiglia Hammond possono provare a vivere questa nuova vita ora che non bisogna più correre per fermare l’inarrestabile deterioramento della donna; ad accompagnare questa riuscitissima sezione, abbiamo anche un’altra, inevitabile tematica che compare alla fine dell’emergenza, ossia la ricerca delle cause.
È su questi due punti che si costruisce l’intera stagione, che utilizza la ricerca del contagio come elemento principale a livello narrativo e tutto il resto come supporto alla storia, ai personaggi, alle loro interazioni. Curiosamente, è proprio la parte narrativa quella che presenta più pecche, mentre la rappresentazione del mondo di Santa Clarita e soprattutto dei nuovi Hammond prende tutto ciò che di positivo era stato fatto lo scorso anno e lo porta ad un livello superiore, con un’analisi dei personaggi e di certe tematiche sociali (sessismo introiettato, accettazione di sé, logorio della vita moderna) da fare invidia a serie ben più blasonate di questa.
I don’t know honey, we have a lot on our plate, I don’t want to be opening up a finishing school for the undead.

Avere un piano simile e contemporaneamente cercare di portare avanti le proprie vite (come professionisti, genitori, coppia) è un tipo di narrazione piuttosto classico quando si ha a che fare con vite/identità nascoste, ma il modo in cui viene affrontato rappresenta la vera differenza rispetto ad altri show: l’alchimia tra Drew Barrymore e Timothy Olyphant è la colonna portante di una serie di gag che in altre mani non avrebbero di sicuro lo stesso effetto, e Liv Hewson nei panni della figlia Abby si rivela anche quest’anno l’aggiunta perfetta per equilibrare l’effetto comico con potenti iniezioni di realtà e, talvolta, qualche personale aggiunta violenta o particolarmente intuitiva.
Il ritorno di Gary (Nathan Fillion), o meglio, della sua testa, si rivela poi la carta vincente di un gruppo che cerca a tutti i costi di indagare su un caso impossibile partendo da pochissimi dati e dalla fortuna di avere un vicino di casa super-nerd come Eric, in grado di aiutare il gruppo a scoprire le origini del contagio. Se sulla carta, quindi, tutto sembra funzionare bene – l’ensemble è ben assortito, le dinamiche tra i personaggi studiate quasi al millimetro per mettere in scena tutte le possibili sfumature che intercorrono nei rapporti di lungo e nuovo corso –, è proprio la resa del plot a porgere il fianco alle critiche, a causa della sua realizzazione verso la fine per certi versi davvero banale.
È evidente come l’aggiunta di Paul e Marsha – l’altra strana coppia alla ricerca di bile serba, altri non-morti e vongole contaminate – sia orientata verso uno sviluppo appropriato nella terza stagione, ma questa non può essere una scusa sufficiente per il suo discutibile utilizzo in questa annata. I due compaiono infatti solo in pochissimi momenti cruciali e in particolare nel finale, quando il loro intervento in “Halibut!” si rivela un vero e proprio deus ex machina che toglie le castagne dal fuoco agli Hammond, risolvendo il problema della distruzione delle vongole infette al posto loro.

Il materiale per un buon plot in questa annata c’era senza dubbio (la storia, il cast, i vari step che portano alla scoperta degli altri non-morti e al motivo del contagio), ogni tassello della storia conduceva al successivo in modo naturale e ben studiato; tuttavia, la risoluzione della storia non ha reso giustizia al suo percorso, finendo con l’abbassarne il livello in maniera significativa.
“Are you under stress?”
“A little. I’m working on a project with my boss, and he doesn’t like the newer, bolder me. So, I’m trying to act like old Sheila, when, really, all I wanna do is snap off his jaw and feed him his balls.”
A livello tematico, invece, la seconda stagione di Santa Clarita Diet si rivela ancor più riuscita della prima, già stratificata, annata; ai temi già trattati relativi all’accettazione di sé, al cibo come ossessione e alla crisi di una società borghese contemporanea privata delle certezze che poteva avere fino a un paio di decenni fa, si affiancano in maniera ben più decisa altre questioni, che vengono analizzate da più punti di vista e in modi differenti, risultando così pilastri fondamentali della stagione e non semplici spunti tematici di contorno.

È evidente come il tono ironico, accompagnato da momenti splatter (comunque meno frequenti rispetto alla prima annata), riesca a far passare tutti questi argomenti in maniera molto più fluida, ma non per questo possono essere considerati di minore impatto. A questo proposito, risulta esilarante e al contempo profondamente azzeccato lo scambio nel penultimo episodio, “Suspicious Objects”, in cui la natura femminile o maschile delle vongole – data per scontata da Joel nel primo caso, da Abby nel secondo – viene usata per far riflettere in modo divertente, ma tutt’altro che stupido, sull’automatismo di certi collegamenti mentali.
The only things I believe in enough to put on a pillow are “I’m winging it”and “All races taste the same”

La possibilità che la figlia possa subire conseguenze devastanti a causa di quanto sta accadendo con Sheila è un elemento ricorrente nella stagione, e la preoccupazione riguardo ai suoi scatti d’ira ricorda come la coppia degli Hammond, benché strampalata, non smetta mai di essere anche una coppia di genitori; e al contempo, Abby, rara immagine in una serie tv di ragazza adolescente non detestabile (anzi!), appare come ancora più responsabile del suoi genitori, ma non così troppo da perdersi le fasi della sua età, dalle cotte agli innamoramenti, dalle svolte idealistiche personali (come appunto la vendetta nei confronti di Christian) a quelle socio-ambientali, come quella di cui si rende protagonista insieme ad Eric. Se è fuor di dubbio che quest’ultima sottotrama abbia occupato fin troppo tempo nell’economia del racconto – perché serviva come “segnale” per Anne a fine stagione –, è vero che ha comunque contribuito a disegnare in maniera molto più approfondita due adolescenti come Abby e Eric, diversissimi tra di loro e unici proprio per questo.

Voto: 7/8
