
Cinquant’anni dopo Netflix, cavalcando l’onda della nostalgia, ha deciso di riportarla in auge, come capita ormai sempre più spesso con vecchi prodotti che hanno fatto la storia della televisione.
La Famiglia Robinson, fuggendo dalla Terra per cercare una nuova casa nello spazio dopo l’impatto di una cometa, precipita su un pianeta sconosciuto. Non potrebbe essere più semplice di così la trama di Lost in Space, una trama che ovviamente è molto stilizzata come molte altre dei film di fantascienza dell’epoca: non potendo essere troppo complicati, con un’audience che non masticava la materia, si giocava tutto sull’avventura e su incontri ravvicinati di esseri “from outer space”. Questo disegno semplice è però condito in maniera abbastanza brillante dalle vicende della famiglia Robinson, che solo in apparenza sembra la solita combriccola da Mulino Bianco, ma che in realtà pare essere tutto il contrario.
Effettivamente, uno dei punti di forza di questo pilot (forse l’unico) sono i flashback che non lesinano particolari sul passato della famiglia e su come sia arrivata fino a lì, sia prima dell’impatto della cometa che anni dopo, a poco tempo dalla partenza per lo spazio. Gli autori sono bravi a stimolare la curiosità su cosa abbia portato i coniugi a separarsi, cosa abbia spinto Judy a odiare il padre, e così via. È un punto interessante perché la serie sembra costruita per un pubblico famigliare, per un intrattenimento un po’ caciarone e divertente: non era scontato, dunque, inserire questi family issues, che di solito sono abilmente mascherati o addirittura del tutto assenti da trame di questo genere.

Certo, forse i pregi finiscono qui: i dialoghi sono, in linea di massima, abbastanza didascalici e semplici – e non poteva che essere così, visto comunque il target a cui è rivolto il prodotto – con alcune scelte di sceneggiatura un po’ forzate (va bene lasciare da solo il figlioletto che effettivamente non si è fatto male, ma dopo un po’ nessuno sembra più preoccuparsi di lui). Probabilmente il formato è un altro punto debole del prodotto: puntate da un’ora sono effettivamente troppo lunghe e alla lunga rischiano di annoiare, rendendo più difficoltosa la fruibilità del prodotto.

La prima impressione è che sia un calco abbastanza vicino a Terra Nova, che fu un flop clamoroso e di una qualità imbarazzante, nonostante il budget e i nomi altisonanti a supporto. Lost in Space sembra anche un po’ fuori dal tempo sotto il profilo visivo, come dicevamo: lo stile di astronave, armamentario e simili è un tributo a quello degli anni ’60 e si vede, con una sorta di effetto memorabilia che può forse piacere ai fan di Star Trek ma che probabilmente stona un po’ con tutta l’offerta seriale circostante. Ovviamente i personaggi sono adeguati al giorno d’oggi: la famiglia non è di stampo patriarcale ma la madre gode di una posizione centrale, i due sono praticamente separati, e una delle figlie è di colore. Insomma, è tutto costruito per farci sentire più all’interno delle dinamiche sociali a cui siamo abituati, senza però stravolgere le caratteristiche del contenitore fantascientifico, che restano tutto sommato nei binari di quello che già ci aspettavamo.
Possiamo quindi dire che Lost in Space, almeno da questo pilot, sembra un guilty pleasure che può farci passare qualche ora di divertimento senza impegno, soprattutto se si è nostalgici e fan di una fantascienza che oggi non esiste più. Per fortuna o purtroppo? Ai posteri l’ardua sentenza.
Voto 1×01: 6 ½

per nulla d-accordo! ma come si fa a dare 6.5 ad un pilot cosi ben scritto e appassionante.
sopratutto considerando il target family a cui si rivolge la serie?