
I’m tired of when they go low, we go high.’ Fuck that. When they go low, we go lower. If there’s one thing we’ve seen this year, it’s that lies persuade. Truth only takes you that far, and then you need lies. I’m done with being the adult in the room. I am done with being the compliant and sensible one, standing stoically by while the other side picks my pockets. While the other side gerrymanders Democrats out of existence.

Ma i titoli di The Good Fight spiccano, insieme ad alcune altre notevoli eccezioni, per essere in controtendenza rispetto ai tempi: non soltanto si prendono ben 90 secondi, ma riescono a creare una galleria ipnotica di immagini surreali, accompagnate da una musica originale di David Buckley; vedere computer, borse di Hermès, televisori e telefoni distruggersi in slow motion non è soltanto una festa visiva per la raffinatezza degli effetti (creati da Barnstorm VFX), ma è anche una perfetta introduzione al tema della serie, che è quello del lento disfacimento di uno stile di vita, dell’annullarsi delle certezze di un’intera parte della società.
Gli episodi di cui parliamo, “443” e “450”, si piazzano a metà di un percorso di 13 episodi e segnano un picco di tensione su questo tema, lungo un percorso che la serie ha tracciato fin dalla prima stagione. Il mondo che gira attorno a Diane Lockhart, alla sua cerchia ristretta di avvocati di Chicago e in generale a tutta l’esistenza della classe liberal benestante americana continua a precipitare verso l’assurdo: dal presenzialismo televisivo di Adrian, che rischia di diventare la star di un talk show, alla società segreta di studi legali che, come un gruppo di giustizieri da fumetto, si riunisce per dare la caccia al killer degli avvocati – e finisce per diventare il soggetto di un mazzo di carte intimidatorio della Alt Right –, alla possibile candidatura di Colin al congresso, fino al Partito Democratico che seleziona uno studio legale per orchestrare l’impeachment di Trump, la routine quotidiana inizia pericolosamente ad assomigliare alle (presunte) visioni e fantasie della stessa Diane, e la sua stessa lucida follia si configura sempre di più come l’unico atteggiamento possibile verso una realtà così assurda da richiedere una dose uguale e contraria di illogicità per essere affrontata.
I have a Smith and Wesson 64 in my desk, and I’m this close to taking to the streets.

Invece di tentare di elaborare questa situazione con distacco e ironia, The Good Fight sceglie infatti di inserirsi nel momento cavalcando l’onda della confusione e dell’incredulità fino ai limiti del paradosso, senza paura di eccedere, ma anzi, utilizzando l’eccesso ai fini della riuscita finale.
Per qualunque altro show sarebbe impossibile far convivere, nel giro di soli due episodi, storyline così complesse come una young associate incinta il cui ex fidanzato si sta candidando al congresso, un socio che sfiora la celebrità mediatica mentre l’altra scopre i benefici delle droghe allucinogene, il tutto esasperato dall’arrivo di una consulente del Partito Democratico (Ruth Eastman, interpretata dalla favolosa Margo Martindale, personaggio che avevamo già conosciuto con The Good Wife) che sequestra Diane, Adrian, Liz e Julius chiedendo loro una strategia legale per l’impeachment del Presidente. E tutto questo appoggiato su un plot stagionale che intreccia le vite private di Diane, Lucca e Rose con un serial killer che prende di mira gli avvocati e la corruzione della polizia di Chicago. Eppure, The Good Fight riesce a gestire la sovrabbondanza e la velocità con cui gli eventi si susseguono in modo fluido, senza mai sovraccaricare lo spettatore di informazioni; e lo fa grazie alla sua capacità di comprendere che l’importanza di un tema non è mai superiore al plot all’interno del quale lo si inserisce, e che la fluidità e l’abile gestione della trama non vanno mai sacrificate al messaggio che si vuole trasmettere.
I’m everywhere.

Perché se neppure persone come Adrian e Diane, al livello più alto economico e culturale, riescono a trovare gli strumenti per elaborare la realtà in cui si trovano immersi, a noi spettatori non resta altra scelta se non abbandonarci alla Trump Derangement Syndrome cercando, insieme agli stessi protagonisti dello show, di trovare una nuova chiave di interpretazione per leggere ciò che ci circonda.
Tutto questo va ben oltre la semplice rappresentazione di una fantasia di sinistra utile a far identificare e rassicurare un pubblico di parte, e non è neppure soltanto una satira raffinata dell’isteria liberal che si scatena contro il perfetto bersaglio della Presidenza Trump: è un perfetto equilibrio tra le due parti, capace di non prendere nettamente posizione pur interpretando con efficacia il contemporaneo, è una perfetta fusione di intrattenimento e contenuto, è scrittura televisiva ai suoi livelli più alti che si concretizza in uno show capace di osare nella lettura del qui e ora con coraggio, talento e professionalità tali da lasciare sicuramente un segno indelebile nella storia della televisione.
Voto 2×06: 8
Voto 2×07: 9

‘Scrittura televisiva ai suoi livelli più alti che si concretizza in uno show capace di osare nella lettura del qui e ora con coraggio’.
Se si dovesse recensire l’ultimo episodio probabilmente sarebbe il tuo l’epitaffio che si sceglierebbe, Eugenia.
I King hanno dimostrato di saperlo fare, raccontarci la realtà ed i suoi innumerevoli cambiamenti in uno show godibile, per nulla pedante, con una galleria di personaggi secondari fantastica (eccezion fatta per Nancy Crozier, questa continua a fare l’avvocato perdendo sempre, letteralmente).
Lo hanno fatto con The Good Wife (alla grande fino alla quinta) e lo stanno facendo di nuovo adesso.
E comunque, W Marissa!