
Mentre sulla AMC, nei territori anglosassoni, The Terror veniva distribuito a cadenza settimanale, sul servizio streaming di Amazon – in tutto il mondo quindi – la serie è stata interamente rilasciata il 10 aprile 2018, appena il giorno dopo la messa in onda del quarto episodio sul canale di origine. Sebbene si possa vedere il lato positivo di questo rilascio integrale, è opinione di chi scrive che questo evento abbia in qualche modo messo in crisi l’atteggiamento dello spettatore, che era pronto a gustarsi la serie in un tempo molto più dilatato. Tralasciando l’aspetto sentimentale, per forza di cose soggettivo, tale decisione può avere delle ripercussioni anche sul giudizio della serie in sé, poiché viene spontaneo pensare: The Terror è effettivamente una serie che si presta al binge-watching?
La risposta è no. The Terror è uno show che deve essere goduto lentamente e in un tempo più lungo di quello delle dieci ore consecutive che servono materialmente per arrivare all’ultimo episodio. Ma ci torneremo.
Dopo un’ottima partenza, la serie AMC continua dal terzo episodio in poi a raccontare il naufragio – non in senso letterale – della Terror e della Erebus, le due navi della marina inglese impegnate, nel 1848, in una spedizione ai confini del mondo allora conosciuto alla ricerca del leggendario passaggio a nord-ovest. La storia, tratta dal romanzo omonimo di Dan Simmons, è un racconto di sopravvivenza con contaminazioni fantasy e horror, il tutto inserito in una cornice da period drama.

L’azzeccato contrasto cromatico tra il panorama artico e le uniformi dei navigatori, oltre che degli interni delle navi, viene messo in risalto da fotografia e regia, sempre ispirate e capaci di costruire insieme un ambiente credibile ed ostico. Lo spettatore si trova così immerso in un claustrofobico isolamento che perdura fino al termine della stagione, amplificato dal timore costante di uno spiacevole incontro in mezzo ai ghiacci e dalle conseguenze nefaste di una rivolta interna.
Tell me what you eat… and I will tell you what you are.
Se infatti uno dei leitmotiv più famosi della narrazione horror è quello della necessità di rimanere uniti, in The Terror un ruolo di primaria importanza è giocato dalla negazione di questo assunto popolare. La seconda metà di stagione concentra la sua linea narrativa principale proprio sull’ammutinamento di Cornelius Hickey (un Adam Nagaitis sempre in parte, anche se a volte inutilmente eccessivo nella sua interpretazione) con conseguente scissione del gruppo di survivors, e sulle difficoltà di comando del Capitano Francis Crozier (Jared Harris), sempre meno in grado di esercitare il potere indiretto della posizione che occupa. Se i presagi dell’insoddisfazione di Hickey e di una parte della ciurma erano ben chiari sin dal crudissimo finale di “Punished, as a Boy”, essi raggiungono il climax narrativo decisivo nella strage che conclude “Horrible from Supper” e che dà il via all’atto finale dello show. Il tradimento, seppur ampiamente prevedibile, riesce a dare una piccola scossa alla trama, fino a quel momento fin troppo distesa e con un ritmo lentissimo; sono parecchi, infatti, i momenti di stanchezza narrativa che si riscontrano lungo l’arco della stagione, quelli che in un period drama canonico sarebbero stati quasi la norma ma che ci si sarebbe aspettati in minore quantità in questo specifico prodotto.

“Are we brothers, Francis?”
“I would like that very much.”
Sono questi alcuni dei difetti che rendono l’esperienza di binge-watching di The Terror sfiancante e infruttuosa. Lo show è godibile solo se si sceglie di soprassedere sulle scelte meno felici della scrittura e si ha il tempo di elaborarne i pregi, che risiedono soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi.
Scelta felicissima, per esempio, è quella di non lasciare troppo spazio a lunghissimi flashback volti a mostrare il background narrativo dietro ogni personaggio: i rimandi alla vita pre-imbarco sono piuttosto rapidi e riguardano pochissimi di loro. Una decisione che porta con sé sia pregi che difetti: il vantaggio è quello di non appesantire la trama e dare il massimo caratterizzando ogni protagonista nel presente in cui è ambientata la serie, lo svantaggio – che potrebbe risentire chi abituato a personaggi meno anonimi – è quello di dover concentrare il lavoro di caratterizzazione su pochi individui, lasciando molti alla mercé dello stereotipo, o peggio dell’impersonalità.

Tell them we are gone. Dead and gone.
Al netto delle potenzialità non sfruttate e degli elementi che hanno funzionato meglio, The Terror si chiude esattamente come si era presentata – anche negli eventi della serie, visto che la struttura circolare unisce prologo ed epilogo – ovvero come uno show interessante, con un’atmosfera ottimamente caratterizzata, ma che – soprattutto per colpe proprie – non riesce ad essere di più che un buon prodotto, finendo per rimanere sommersa nel sempre più grande, e vario, universo della Peak TV.
Voto: 6/7

Recensione a dir poco severa. La serie ha sicuramente dei difetti ,ma è oro rispetto a tutta la spazzatura del mondo seriale. Guardatela se avete un po’ di gusto
La serie, a mio modesto parere, è una delle migliori dell’anno.
Ritmi lenti, cosa che gradisco molto, se significano introspezione e riflessione, non adatta al binge watching.
Sono d’accordo che sarebbe stata opportuna una parte di approfondimento sugli esquimesi e le loro “leggende”, invece mi stupisce che si ritengano i personaggi impersonali, visto che è una delle serie dove si distinguono meglio anche i personaggi secondari, tutti ben caratterizzati e con un loro perchè.
Il mio voto è 8 pieno!
Come un libro comprato e lasciato su un ripiano della libreria ad aspettare il momento giusto per esser letto, mi avventuro solo ora, a distanza di un paio di anni, in questo bel racconto prodotto da Ridley Scott. E l’impronta del regista inglese si avverte parecchio perché The Terror mi ricorda tanto Alien (uno dei miei film preferiti): spazi angusti e minuscoli intrappolati in uno spazio senza confini, gli uomini con il loro innato complesso di superiorità e l’essere alieno, feroce e aggressivo perché violato. Mi è piaciuto particolarmente il lento degrado fisico e mentale degli equipaggi.
I difetti sì, ci sono, ma questa storia mi ha convinto e coinvolto e, parafrasando il claim del succitato film del 1979, “Fra i ghiacci nessuno può sentirti urlare!”.