
L’annuncio della cancellazione di Ash vs Evil Dead da parte di Starz e la scelta di Bruce Campbell di congedarsi dal suo leggendario alter ego, avvenute entrambe poche settimane prima del finale di serie, hanno sferrato un colpo pesantissimo nel cuore dei fan, ma hanno anche dato valore testamentario ad una stagione che, tra alti e bassi, ha continuato a espandere la mitologia del franchise creato da Sam Raimi nel 1981.
Più di un anno è passato da quando Ashley J. Williams ha sconfitto per l’ennesima volta il Necronomicon e ripulito la sua immagine presso la cittadina natale di Elk Grove. Ormai diventato un eroe cittadino, Ashy Slashy sfrutta la notorietà guadagnata per scatenare i suoi rinomati istinti bestiali, condensati nell’esilarante spot pubblicitario che apre il primo episodio: armi, bandiere e pornografia sono i capisaldi di ogni buon cittadino americano e Ash è pronto ad offirli a prezzi stracciati. L’idillio redneck del salvatore dell’umanità viene però interrotto bruscamente dalla rediviva Ruby, determinata a uccidere Ash per sfuggire alle forze oscure che le danno la caccia da millenni, ma a mettere in seria difficoltà il protagonista è l’incontro con Brandy, la figlia di cui ignorava l’esistenza che verrà coinvolta suo malgrado nell’eterna lotta contro le forze del Male.
L’ingresso in scena di Brandy è cruciale perché è un personaggio che accorpa in sé il cuore tematico della stagione e molte suggestioni extradiegetiche di indubbio fascino per gli aficionados della saga: il peso dell’eredità di Ash dentro e fuori dal racconto. Se nella seconda stagione il protagonista affrontava le proprie responsabilità per la morte della sorella e ricostruiva a stento i rapporti con un padre ancor più indisciplinato di lui, adesso si ritrova a vestire il ruolo del genitore in maniera del tutto inadeguata e con esiti grotteschi – fulminante la scena finale di “Family”, in cui Ash prova a consolare Brandy per la morte della madre offrendole una canna. Ash non vuole essere né padre né flagello dei non morti, così come Bruce Campbell non vuole più essere vincolato al personaggio che ha segnato la sua carriera per più di trent’anni, ma i cittadini di Elk Grove e i fan della saga non smettono di avere bisogno del loro eroe, perciò l’attore continua a infondere un incredibile entusiasmo nella sua interpretazione – poco importa se sia genuino o simulato – mantenendo intatta l’aura iconica di Ash per la sua uscita di scena.

Tutte queste sviste e incongruenze dimostrano la volontà degli autori di concentrarsi su un unico evento cruciale – lo scontro tra Ash e il gigantesco demone Kandar –, ma la serie non ha mai avuto interesse verso la raffinatezza stilistica: Ash vs Evil Dead promette risate e sangue a dismisura, e in questi due campi continua a dimostrare grande genialità ed inventiva. Mantenendosi in linea con lo stile di Sam Raimi, le scene d’azione rimangono il fiore all’occhiello della serie: la fusione tra violenza in salsa slapstick e continue punchlines da film action anni Ottanta dimostra come i tratti cartooneschi del protagonista siano ancora intatti e permette a Bruce Campbell, così come all’altrettanto iconica Lucy Lawless, di sfoggiare il loro dinamismo e l’innato senso plastico per l’azione. Il livello di splatter raggiunge nuove vette parossistiche e coinvolge ogni fluido corporeo possibile: la battaglia a colpi di sperma di “Booth Three” è senza dubbio la sequenza d’azione meglio riuscita della stagione, tanto per l’equilibrio tra orrore e humour quanto per la sua valenza tematica – l’uomo che ha paura del proprio lascito evita letteralmente i colpi della sua eredità genetica.
Altro elemento imprescindibile della serie sono i suoi legami diretti con la trilogia originale che si manifestano nella scrittura come nella presenza fisica di agganci al passato. Nonostante fosse stato inghiottito dal terreno nella seconda stagione, in “Apparently Dead” i protagonisti sono costretti a tornare al cottage nel bosco, luogo-simulacro dove nasce la leggenda di Ash a cui non si può smettere di fare riferimento: anche quando la casa è fisicamente inesistente, la sua aura maligna riempie ogni sequenza dell’episodio. Compare di nuovo l’iconica Oldsmobile che ha accompagnato Ash in tutti i film della saga e, come ne L’armata delle tenebre, il protagonista si ritrova faccia a faccia con il suo doppio malefico, segno dell’ossessione feticista del Male per il protagonista pari a quella dei suoi alleati. A colpire però non sono tanto i riferimenti del franchise al suo stesso canone, quanto la sua sfacciataggine nel prendere altre icone della cultura pop contemporanea e piegarle a proprio vantaggio.

Ash vs Evil Dead si conclude quindi con un’interruzione imprevista che diventa romanticamente il testamento di un attore e della sua icona, la fine di un folle viaggio che tra alti e bassi ha sempre garantito al pubblico un intrattenimento grezzo ma irresistibile e ha donato una seconda vita all’icona più emblematica dell’immaginario horror anni Ottanta.
Voto stagione: 7
Voto serie: 7
