
Per i primi 4 episodi della stagione infatti, e nonostante il salto temporale, l’unico vero orologio ticchettante nel plot era la Perestrojka, con il suo strascico di aperture in politica estera, che apriva un dialogo tra Reagan e Gorbačëv sulla riduzione degli armamenti culminante nel Washington Summit e diretto verso il disarmo. Come sempre, anche in questo caso lo show ha deciso di concentrarsi sull’elemento conflittuale (una Russia divisa a metà sul disgelo, con Philip e Elizabeth a simboleggiare i lati opposti della barricata), mantenendo invariata la propria essenza narrativa fatta di opposizioni e barriere da valicare, da superare con l’inganno reciproco e con la violenza ma anche destinati a confluire, a mescolarsi, in un continuo cambiamento e svalicamento dei limiti e dei confini.

In “The Great Patriotic War” è il sesso a fare da collante e al tempo stesso da faro rivelatore sugli slittamenti della realtà di Philip e Elizabeth; è attraverso il sesso che Philip si trova costretto ad aprire gli occhi sulle similitudini tra Kimmy e Paige, e tra Paige ed Elizabeth stessa, cosa che lo mette nelle condizioni di scegliere ancora una volta tra etica e dovere, ed è ancora attraverso il racconto del sesso che Claudia, Paige ed Elizabeth ricompongono il conflitto, stabilendo una connessione inaspettata che travalica esperienze personali, generazioni, nazionalità. È ancora a causa del sesso (e dell’amore) che Philip aveva deciso di mettere la vita di Kimmy in pericolo, che lo stesso Stan mette in pericolo la propria sicurezza facendo entrare Renee nell’FBI, che Gennadi viene convinto prima a diventare un informatore, poi a entrare nel programma di protezione e a restare ucciso insieme a Sofia.

Il sesso come elemento di connessione e disconnessione: quante volte lo show ci ha mostrato Philip e Elizabeth ricomporre i conflitti facendo sesso e dormendo insieme, ma quante volte anche abbiamo visto l’uso del sesso come strumento di lavoro logorare la loro intimità. La seduzione di Kimmy è stato uno dei veicoli più importanti della disconnessione di Philip dalla Causa, per via della differenza d’età, ed è interessante vedere come proprio nella figura della ragazza, in questo episodio, si riassumano le criticità che portano Philip al tradimento totale nei confronti di Elizabeth, e che questo avvenga proprio nel momento in cui le figure di Kimmy e Paige si sovrappongono e diventa impossibile conservare anche quel poco di distacco necessario per utilizzarla senza scrupolo alcuno.

Inaspettatamente l’interruttore che fa scattare tutto è la presenza di Henry, uno dei personaggi più sottoutilizzati della serie e vero simbolo della distanza incolmabile tra Philip e Elizabeth: il suo ritorno a casa, la sua crescita personale ma soprattutto la sua visione da “esterno” della situazione familiare contribuiscono come una doccia fredda a far riprendere ai genitori (specialmente a Philip) il contatto con la realtà, portandoli al punto di non ritorno che poi, sorprendentemente, conduce a una nuova complicità verso la quale lo show ci accompagna con una scrittura perfetta, inesorabile.
Se Paige è ormai parte del meccanismo degli inganni, in un certo senso già corrotta da mascheramenti e strategie, Henry è la parte “vera” del matrimonio dei Jennings, è il simbolo di quella famiglia che sotto la politica, sotto la finzione, sotto le strategie mantiene una sua ragione di esistenza proprio in questo ragazzo così intrinsecamente americano, così ignaro, ma ormai troppo grande e intelligente per essere ingannato a lungo o addirittura per passare indenne attraverso una caduta di Philip ed Elizabeth. Quindi è verosimile, e assolutamente sensato da un punto di vista narrativo, utilizzarlo al meglio proprio in questa fase in cui la sua “americanità” rappresenta al tempo stesso il punto d’incontro e la differenza più macroscopica tra la realtà dei Jennings e quella del mondo esterno.
La giornata di Henry e Philip sembra pura evasione e affetto, ma la sua presenza ignara alla tavola di Stan è il grimaldello che svela la realtà, poi ribadita dal dialogo telefonico tra madre e figlio (perfettamente bilanciato nel restare sempre a metà tra messaggio materno d’addio e manipolazione): esiste un unico modo di salvare la famiglia, ed è quello di restare uniti e allentare la pressione su Elizabeth, anche se questo significa per Philip rientrare in un gioco che non significa più nulla per lui, se non appunto autoconservazione.
Mettere in gioco i propri principi per salvare quanto di reale è rimasto di una famiglia che è già di per sé un inganno, in un lavoro che è già di per sé una copertura, sembra una scelta contraddittoria ma è l’unica che Philip ha a disposizione: ogni suo legame, l’intero suo mondo compresa l’amicizia con Stan, sono reali ma esistono solo in funzione e per merito di una bugia. In fondo a questa bugia ci sono però sentimenti e legami reali, e in questo momento l’unico modo per tenerli in vita è continuare a mentire.
“The Great Patriotic War” e “Rififi” sono al tempo stesso episodi ambiziosissimi (sia in termini di densità del plot che di evoluzione dei personaggi) e percorsi logici che accompagnano lo spettatore gradualmente verso la conclusione delle serie; e, a quattro episodi dalla fine, ci danno ulteriori buone ragioni per rimpiangere uno dei migliori show che la TV ci abbia mai regalato, capace di unire la Storia con il family drama, l’azione all’approfondimento psicologico e diventare punto fermo di una televisione in continuo cambiamento.
Voto 6×05: 8
Voto 6×06: 8 ½

Recensione allo stesso livello dei due episodi. Quando la profondità non sbandierata e soprattutto non così estrinseca si manifesta così bene comunque è veramente letteratura. Niente da aggiungere. Cappello ! 😉
Brava ! Bravi loro ! Psicologicamente parlando direi che ormai siamo sulla stessa lunghezza d’onda di Mad Men e Halt & catch fire (due serie lontane ma vicine a livello di approfondimento). Aggiungerei Leftovers.
Un ottimo quartetto. Amen.