
Killing Eve parte quindi da un canovaccio ben noto – l’attrazione/repulsione tra il criminale e chi gli da la caccia – già utilizzato con successo e ampiamente esplorato dal cinema e dalla televisione sia del passato che contemporanei; basti pensare al rapporto amoroso, dalle sfumature ossessive, che si sviluppa tra Lecter e Will in Hannibal o alla discesa verso gli inferi del protagonista di Mindhunter. Ma questo canovaccio serve esclusivamente a costruire una base di riferimento universale per il rapporto tra Villanelle e Eve, che consente alla Waller-Bridge di variare sul tema senza bisogno di troppe introduzioni: nel momento del loro primo incontro, i tropi di genere ci aiutano immediatamente a riconoscere quel tipo di attrazione tra le protagoniste, che l’autrice non deve così perder tempo a spiegare o persino a giustificare. Da quel momento, proprio grazie al sostegno delle regole consolidate dalla trattazione cinematografica e televisiva precedente, Killing Eve riesce a raccontare la propria storia unica, che emerge nella sua eccezionalità proprio grazie al suo inscriversi, per molti aspetti, pienamente nel proprio genere di appartenenza.
Her hair is dark blonde, maybe honey? It was tied back. She was slim, about 25, 26. She had very delicate features … her eyes are sort of cat-like. Wide, but alert. Her lips are full, she has a long neck, high cheekbones. Her skin is smooth and bright … she had a lost look in her eye, that was both direct and also chilling. She’s totally focused, yet almost entirely inaccessible.

Per quanto riguarda il tono di voce, Killing Eve si posiziona (insieme ai recenti Patriot e Barry) in una sorta di microtendenza della serialità che mixa la spy story e il crime con un approccio intimista, malinconico e fondato sull’uso dell’ironia, in cui il continuo cambiamento del tono del racconto diventa parte integrante del racconto stesso e ne definisce i contorni. È una sorta di “realismo magico” applicato allo spionaggio, che pur non mettendo in secondo piano la trama riesce a far emergere – attraverso un sapiente utilizzo dell’assurdo e del quotidiano – il lato emotivo e interiore di ciascun personaggio.
In primis si parla del lato emotivo delle protagoniste, che sono ben lontane dal modello di macchine perfette o dark lady traumatizzate, dalle psicologie riassunte in quattro righe di sceneggiatura, che ancora troppo spesso la serialità di genere ci impone: Eve è una geniale nerd perennemente disorganizzata e insoddisfatta, lontanissima da qualsiasi modello standard di femminilità (che siano le materne investigatrici della serialità british, oppure le incerte rookies o ancora le sofisticate e geniali agenti dell’FBI delle serie americane); Villanelle è un’assassina psicopatica tutt’altro che de-umanizzata, e che al contrario del ritratto canonico dell’assassina riesce ad avere un forte desiderio di giustizia e d’amore senza nessun tipo di rimorso morale ad accompagnarlo e combina in sé elementi di ingenuità quasi fanciullesca con la determinazione e l’intelligenza di un sofisticato killer.

La serie allarga così i suoi orizzonti ben oltre la tradizionale spy story, sfociando in un’indagine sulla reciproca attrazione di due donne che in modo diametralmente opposto cercano di emergere nel mondo grazie ai propri talenti e di sovvertire le regole che le tengono ingabbiate nei propri ruoli. Poco importa che una delle due donne sia un’assassina in fuga e l’altra una moglie e impiegata frustrata, perché Killing Eve non è interessato a dare giudizi.
Siamo quindi molto lontani sia dall’exploitation dell’attrazione tra donne di certi thriller lesbo-chic, sia dai moralismi delle parabole di redenzione stile Nikita di Luc Besson: Eve e Villanelle vivono per tutta la stagione – che raggiunge il suo momento culminante nei minuti finali – un’attrazione reciproca percepita come problematica solo da un punto di vista professionale e “deontologico”, sulla natura della quale nessuna delle due si interroga, se non occasionalmente. Il loro rapporto non subisce mai un giudizio rispetto alla propria legittimità, semplicemente si limita ad esistere e si posiziona come un dato di fatto.
I’m going to kill you nicely. But then I’m going to make a mess of your body afterward so it looks worse than it is. Just letting you know, okay?

Anche nella prossemica di Sandra Oh e Jodie Comer c’è un’acutezza dei dettagli che non soltanto caratterizza i loro ruoli e svela particolari della loro personalità, ma spesso gioca un ruolo impercettibile e cruciale nella riuscita dei momenti migliori della serie, soprattutto quando si tratta di scene in cui il cambio del tono del racconto (dal comico al drammatico, dal quotidiano all’eccezionale, dalla tensione alla riflessione) è funzionale a costruire una sequenza. Possiamo notarlo ad esempio nel momento in cui Eve rompe per la rabbia il vetro della fermata dell’autobus, scena in cui la preoccupazione della Oh per i vetri nei capelli e il generale smarrimento per aver compiuto un gesto così out of character sono deducibili soltanto dalla gestualità dell’attrice, in una scena totalmente muta e priva di qualsiasi supporto registico per esaltarne la carica drammatica.
La capacità di Killing Eve di muoversi con raffinatezza nel sovvertire generi e ruoli, come già detto sopra, ne fa una delle novità più interessanti, forse la più interessante di questa annata seriale. E questo sia per l’assoluta riuscita dello show, sia per il suo essere un esempio (probabilmente, e sperabilmente, il primo di tanti) di come questa sovrabbondanza di offerta televisiva possa far arrivare al grande pubblico anche concept che prima sarebbero stati considerati completamente inadatti sia ai network che ai cable; ovvero, che gli oggetti ibridi, sperimentali e rischiosi come Killing Eve possono rappresentare un futuro, se non addirittura IL futuro, anziché una discontinuità, nell’offerta televisiva di qualità.
Voto stagione: 8½
