
Il rinnovo per una seconda stagione viene dall’esigenza di un grande franchise che si muove all’unisono, articolandosi in più media e più storie, quindi inevitabile, nonostante le numerose recensioni negative della critica e l’accoglienza tutt’altro che positiva del pubblico. Le nuove avventure del “drago” sono ambientate successivamente alle vicende de The Defenders e mostrano un Danny costretto a barcamenarsi in mezzo alle guerre tra le triadi criminali che cercano di spartirsi il territorio lasciatogli in custodia da Matt Murdoch ed il ritorno del suo vecchio amico Davos, unitosi a Joy nell’astio verso il giovane rampollo; sua consolazione è Colleen, con cui intreccia una storia romantica. I due si sosterranno a vicenda per sconfiggere Davos e portare la pace nel quartiere, in un susseguirsi di combattimenti di arti marziali e dilemmi sulla responsabilità.
Se le premesse sembrano interessanti, purtroppo, la resa non incontra le aspettative. Lo show non riesce a scrollarsi di dosso i punti deboli della prima stagione e continua su dei binari già tracciati nel MCU, purtroppo fallendo nel trovare una propria dimensione. Il primo problema che si palesa nel dipanarsi delle trame della seconda annata di Iron Fist è la sua dipendenza da un precedente non brillante: le storie proposte nei dieci episodi che compongono il nuovo capitolo delle avventure di Danny Rand poggiano le loro basi sulla mollezza e sulla mancanza di uno spessore che non si è stati in grado di costruire precedentemente. Le motivazioni dei personaggi appaiono blande e insapori, come il rapportarsi tra loro non fa presa durante i deboli sviluppi ed intrecci, impedendoci di vedere come riconoscibili ed iconici i personaggi di Iron Fist, due qualità sulle quali ha molto puntato l’MCU nel piccolo come nel grande schermo.

A migliorare almeno in parte questa situazione troviamo i flashback, molto ispirati in particolare nella narrazione della storia di Davos sin dal secondo episodio “The City’s Not for Burning”; tuttavia, pur risultando spesso azzeccati e di grande effetto, da soli non riescono ad adempiere al compito di ammantare la storia dell’atmosfera mistica che le apparterrebbe, complici appunto i difetti fin qui esposti.
Infine, è d’uopo considerare ciò che il legame con il MCU significa per la seconda stagione di Iron Fist, ora che il primo grande crossover è stato lasciato alle spalle ed ancora i serial-comics si intrecciano, pur rimanendo separati dalle grandi produzioni cinematografiche. Il legame con le altre serie è l’ennesimo ostacolo per il successo qualitativo dello show che vede come protagonista Danny Rand, perché non si palesa in un possibile – e potenzialmente intrigante – gioco di riferimenti, ma in un manierismo pesante, che è padre dei difetti sinora citati. Sul piano concettuale ripercorriamo strutture narrative e stilemi già collaudati, già sviscerati nelle precedenti serie targate Marvel, ed è subito chiaro perché in The Punisher ed in Luke Cage funzionino ed in Iron Fist no. Nelle altre serie, questi erano un punto di partenza per raccontare storie di una certa profondità, con soluzioni narrative non originali, ma che funzionavano grazie ad un’impalcatura tematica importante: Daredevil aveva il conflitto tra giustizia e vendetta, Jessica Jones del trauma successivo all’abuso, Luke Cage trattava della vita nelle comunità di colore ed il concetto di identità.

Proprio i personaggi sono le figure su cui si ripercuote sempre di più la mancanza di spessore dello show sull’iron fist. Danny Rand, interpretato dal pur sempre abile Finn Jones, ha difficoltà a trovare una propria dimensione; da un lato il suo percorso interiore risulta poco convincente per scelte sin troppo ingenue, come l’organizzare la cena dell’episodio “This Deadly Secret”, o senza una vera spiegazione, vedasi la decisione in “Morning of the Mindstorm” di affrontare la perdita dell’Iron Fist allenandosi in arti marziali che avrebbe già dovuto conoscere. Il suo rapporto con la magia che anima e rende il suo pugno un’arma tremenda è un altro punto dolente del personaggio ed un’opportunità che non è stata sfruttata a dovere. Risulta chiaro che il protagonista della serie non sia Danny, ma il potere da lui detenuto, che tutti cercano e nessuno sembra in grado di conquistare e reclamare come proprio; nel suo rapporto con questo potere, il “drago” si limita a stringere il pugno e farlo brillare, pur sfogandosi spesso in dichiarazioni sull’aver difficoltà nel comprenderlo. Ci viene consegnato un personaggio con buone potenzialità, ma che si dimostra piatto, quasi stereotipato, anche nel rapporto con la compagna d’arme e d’amore Colleen Wing.

Il supporting cast stesso, sebbene sia ben integrato nel dipanarsi della trama, per la maggior parte non brilla, e condivide le problematiche dei protagonisti. Joy, collega di Danny già apparsa nella prima stagione, ritrova un’ottima interprete in Jessica Stroup (The Following), ma ritrova al contempo i suoi difetti; il personaggio di Joy continua ad essere incostante ed incoerente nelle sue scelte, prima cercando l’alleanza con Davos, poi cercando il doppio gioco per salvare Danny, dopo che gli è stato sottratto l’iron fist. Ancora meno convincente è il fratello, Ward, complice un’interpretazione piatta ed assolutamente non all’altezza di Tom Pelphrey, dopo i suoi trascorsi in Banshee.

Come la prima stagione, la seconda annata di Iron Fist non convince, tra difetti che ancora si trascinano e nuove opportunità sprecate, nonché il tentativo di creare un’unità di temi e tenori di narrazione che valga per ogni serie Marvel, ma che purtroppo mal si adatta alle varie e variegate personalità degli eroi che vengono introdotti nel panorama seriale.
Voto: 5½
