
Non è un mistero che negli ultimi tempi le serie televisive che hanno a che fare con dei crimini come questi (sia che siano opere originali, sia che provengano da un altro medium) siano molto meno interessate alla struttura classica del “whodunit”, e siano invece molto più incentrate su cosa succede – a una persona, a una comunità, a una famiglia – mentre si è intenti ad indagare su chi sia il colpevole di un determinato crimine – quasi sempre un omicidio. Questo non vuol certo dire che il reato di per sé non sia una parte rilevante del racconto, ma che l’aspetto psico-sociale (il focus su personaggi e ambiente) prende il posto da protagonista, mentre la detection, l’investigazione nuda e cruda, assume i tratti del comprimario, importante ovviamente ma un passo indietro rispetto al resto.
Ne era già un indizio la professione della protagonista: Camille non è un’investigatrice o una poliziotta, è una giornalista, e la sua attività emerge davvero quasi come un escamotage per riportarla nella sua città natale; l’indagine stessa, soprattutto intorno a metà della stagione, sembra non portare da nessuna parte, con un rimbalzo tra i due principali sospettati – Bob Nash e John Keene – che non si guadagna mai un vero interesse da parte dello spettatore. Non è un caso, dunque, come in molti tra il pubblico e i critici abbiano percepito un significativo rallentamento nella fase centrale della miniserie, che ha viaggiato col freno a mano tirato per almeno due episodi (c’è chi ne lamenta anche di più oltre al quarto e al quinto) senza portare, apparentemente, avanti la storia.

Anche qui, come per il punto precedente, si riscontra una fase calante verso le puntate centrali della stagione, soprattutto dopo lo svelamento del mistero dentro il mistero (l’identità di Alice, compagna di ospedale di Camille, che avviene alla fine del terzo episodio “Fix” e che fino ad allora era stata una presenza inquietante e ignota); il meccanismo elaborato dal regista Jean-Marc Vallée per adattare i flashback del libro è di sicuro al tempo stesso inusuale e interessante perché porta la tecnica del “show, don’t tell” su tutto un altro livello, ma forse proprio per il tipo di attenzione che richiede rischia alla lunga di stancare, o di risultare a tratti un mero esercizio di stile.
È solo arrivando alla fine della storia, o almeno al penultimo episodio, che si scopre come retroattivamente entrambe le questioni – indugiare in modo prolungato sull’effetto-provincia e insistere con il punto di vista di Camille – avessero uno scopo ben preciso, che, lungi dal c’entrare poco con gli omicidi, erano invece parte integrante di quel sistema da cui sono nati i crimini, sia quelli di Adora che quelli di Amma. Far immergere lo spettatore sia nella cittadina di Wind Gap che nella mente di Camille erano dunque atti necessari per far comprendere davvero il finale, ma a questo punto non si può che arrivare ad alcune domande: è così necessario sottoporre lo spettatore alla stessa dinamica che si vuole raccontare, rendendolo quasi un testimone diretto della vicenda? Quali vantaggi si possono trarre da un’esperienza immersiva che incarna il suo valore completo solo in maniera retroattiva, a conclusione del racconto, sacrificando invece parte dell’esperienza visiva episodio per episodio? Insomma: hanno avuto successo questi due aspetti così inglobanti nei confronti dello spettatore?
It’s this town.

Sicuramente non sarebbe stato possibile far emergere altrettanto bene la storia di queste donne in un ambiente descritto in modo affrettato e sommario; come esprime bene Marti Noxon, autrice della serie, “This story is about the legacy of violence among these women”, ed è solo inserendo correttamente questa storia di “violenza ereditata” nel suo humus socio-culturale che si può rendere al meglio quello che pare a tutti gli effetti come un circolo difficilissimo da spezzare.
Joya svegliava la figlia di notte dandole pizzicotti per controllare che fosse viva, oppure la portava in mezzo al bosco e la abbandonava, per insegnarle chissà che cosa; la figlia Adora, ereditando forse per opposizione il bisogno di essere necessaria, sviluppa la sindrome di Münchausen per procura, arrivando ad avvelenare le figlie pur di attirare l’attenzione su di sé; Marian muore, Camille diventa autolesionista per non essere riuscita a salvare sua sorella dalla malattia – e in fondo, già lo sapeva, da sua madre, come vedremo più avanti – finendo poi col dubitare persino di se stessa e delle sue intenzioni quando deciderà di prendersi cura di Amma. Una successione di vittime che diventano carnefici, di se stessi o di altri, e che culminano proprio in Amma, la perfetta fusione di entrambe le cose.
Che cos’è questo se non il risultato di una comunità come quella di Wind Gap? Una cittadina chiusa, abituata ai propri stereotipi che si perpetuano di generazione in generazione, un insieme di persone che farebbero qualunque cosa pur di apparire, da Adora che diventa “madre dell’anno” con una figlia malata, “bella come non era mai stata” al funerale di Marian, fino ad Ashley che vende il fidanzato solo quando sente nell’aria i suoi 15 minuti di fama.

The body collects, Camille.

Lo scopriamo lentamente, con le visioni della sorella da piccola che le dice che “non è al sicuro” in quella casa, che se ne deve andare; e lo scopriamo, insieme a Camille appunto, quando ricorda sua madre dire “Dio mi ha dato un’altra bambina malata” mentre tiene in braccio proprio Amma (la stessa Amma che, leggiamo dai documenti visionati da Richard, è nata sana ma che già a 6 settimane aveva avuto il suo primo sondino gastrico per il nutrimento). L’autolesionismo su quel corpo, martoriato ma vivo a differenza di Marian, assume quindi caratteristiche ancora più profonde: un corpo e una mente che non hanno mai ceduto alla ferrea volontà della madre di sottometterlo, che si sono rifiutati di essere maltrattati, diventano invece parti di sé da punire, costantemente – con l’alcol, ma soprattutto con i tagli, con le parole non dette, che vanno a punire il suo rifiuto di sottomettersi, cosa che ha spostato le attenzioni di Adora sulla figlia più piccola e ne ha causato la morte.
Non stupisce quindi che nel finale, “Milk”, Camille agisca d’impulso quando vede l’altra sorella in pericolo, sostituendosi a lei senza un piano ben preciso ma con l’intento chiaro di non permettere di nuovo la stessa cosa; tutto questo – a differenza delle descrizioni urlate dei cittadini di Wind Gap – è invece frutto di un lavoro molto più sottile, della cui consapevolezza da parte di Camille non si può essere nemmeno troppo sicuri. Sappiamo solo che la scoperta, nero su bianco, delle attività della madre va ad aprire dei ricordi sotterrati molto bene negli anni, con le conseguenze che conosciamo.
Don’t tell mama.


Sharp Objects è una miniserie che certamente ha diviso il pubblico, ma la cui analisi risulta di gran lunga più complessa rispetto a quello che potrebbe sembrare ad un primo sguardo. Ben lontana dall’essere perfetta, conserva in sé i risultati – ora positivi, ora negativi – di un tentativo comunque coraggioso di smuovere un certo tipo di racconto verso esperimenti nuovi, a livello sia narrativo che visivo. Se per quanto riguarda le interpretazioni c’è davvero poco da recriminare – Amy Adams e Sophia Lillis mettono in scena una Camille credibile anche quando la storia pare vacillare –, sul resto non si può che guardare alla serie come ad uno di quei prodotti che acquisiscono un senso compiuto solo alla fine della loro storia, e che traggono indubbio giovamento da una seconda visione; come conseguenza di ciò, non si può sfuggire alla consapevolezza che non sempre questo comportamento narrativo ripaga di tutto quello che è stato tenuto in sospeso durante il racconto.
Voto: 7/8

Finalmente in disaccordo con una tua recensione, Federica. Gli stereotipi cui hai giustamente fatto riferimento sono davvero troppi e usati in modo davvero troppo dozzinale. Certo, vi sono ancora tante donne che si ritengono realizzate solo da madri, ma quella che si dispera perché il marito non vuole avere un quinto figlio pare troppo, no? Poi l’ultima puntata é una roba che dà i brividi: dallo sciroppo misterioso che la nostra eroina beve forse perchè lei beve tutto (ma azz mica ci vuole un genio a tenerlo in bocca e sputarlo appena se ne va, voglio dire lo sai che é tossico/velenoso), al marito complice/ameba che favorisce una donna disturbata che gli ammazza le figlie (2 su 3 sono/erano sue). Poi questa va lá a scrivere articoli sugli omicidi e fino alla fine ne scrive uno (a cose fatte arriva il secondo, da Pulitzer). Forse l’hanno violentata in gruppo ma la cosa passa in cavalleria, tra una scena e l’altra. Era dai tempi degli “Occhi del cuore” che non mi capitava una roba tanto raffazzonata. 5 a stento, per me.
Bene bene, fa sempre bene essere un po’ in disaccordo ogni tanto! 🙂
Allora, parto dall’inizio: quella che si dispera per la storia del marito e il quinto figlio: potrà sembrarti folle, ma ESISTONO PURE QUELLE. Giuro, conosco donne della mia età (i prossimi sono 35) che hanno già 3, 4 figli e che, se non fosse per il costo esorbitante che ha oggi avere un figlio, sarebbero più che contente di continuare ad averne. Quindi un quadro del genere, anche se sanguinano le orecchie a sentirlo (soprattutto quando associato al “tanto noi siamo al mondo per fare figli, stop”), per quanto sembri super esagerato non è così lontano da certe realtà. Il che non toglie, come ho detto nella recensione, che nella serie siano momenti davvero in eccesso, insomma, si poteva comodamente virare sul “anche meno”.
Sulla scena finale invece non sono per niente d’accordo: lei beve e continua a bere lo sciroppo perché così Adora si concentrerà su di lei lasciando stare Amma, certo che lo sa cosa ci sia dentro! Ma non ha scelta, o lei o Amma. Se si fosse rifiutata (come ha fatto da ragazzina) la madre si sarebbe concentrata sulla sorella, esattamente come successo a Marian. Sputarlo? Con una Munchausen che ti fissa fino a quando non lo mandi giù? Impossibile! Quella è una professionista, non c’è altro modo per aggirarla. Camille non ha un piano che sia degno di questo nome, agisce, come dicevo nella recensione, per puro istinto di salvaguardia della sorella, dopo che non è riuscita a salvare l’altra dalla madre. Io l’ho trovato davvero un atto “animalesco” di protezione, dove la ragione c’entra davvero poco.
Il marito è succube della moglie. Siamo semplicemente poco abituati a vederlo. Pensa a questo: quanti film, serie, libri hai visto/letto in cui l’uomo è un criminale e la moglie è sottomessa e fa succedere di tutto, anche le cose più orrende ai figli, stando zitta? Credo che se ne possano trovare ad ogni angolo di storie così, anche nella realtà; solo che vederlo a ruoli invertiti è una cosa nuova, che spiazza, di cui non ce ne si fa una ragione; e invece succedono, ah, se succedono!
Sugli articoli, mah, non vedo questo gran problema, nel senso che sta facendo articoli di indagine, non è che ne devono pubblicare uno al giorno. Però ti do ragione sul fatto che la questione lavorativa di Camille sia tra quelle gestite peggio.
Infine le violenze: a me non pare proprio siano fatte passare sotto silenzio; rientrano in quel quadro della punizione del corpo e della mente in cui Camille entra sin da ragazzina dopo la morte della sorella (sorella che, nella sua mente, non è riuscita a salvare). Violenza che peraltro lei non ammette mai, perché si rifiuta di vedersi nel ruolo della vittima: lo dice a Richard e lo dice anche ad uno dei ragazzi, ora cresciuti, quando si scusa con lui. Lei si è sottoposta volontariamente a questa tortura, e a livello inconscio sa che tale è stata (basti pensare all’attacco d’ansia che le viene quando entra nel capanno la prima volta), ma razionalmente rivendica fino alla fine la sua completa padronanza della scelta, perché beh, è molto meglio DECIDERE di farsi del male, come lei fa, che essere condotti alla violenza o addirittura (come con sua madre) alla morte da qualcun altro, no? Il meccanismo trovo che invece sia estremamente raffinato, e che lavori sul concetto di rimozione in maniera molto sottile.
Su questo argomento – rimozione, violenze, ricostruzioni mentali di eventi passati, rifiuto del ruolo della vittima – ti consiglio il film autobiografico di Jennifer Fox, uscito all’inizio di quest’anno: si chiama The Tale, con protagonista Laura Dern, ed è eccezionale nel far comprendere proprio questi meccanismi e il loro funzionamento.
Se ti capita di vederlo, fammi sapere! 🙂
Ok ok, proverò a dare un’occhiata al film che mi hai consigliato (se non altro per la presenza della musa Lynchiana) e posso notare come il tuo voto abbia delle ragioni ma proprio non sei riuscita a convincermi (immagino saprai fartene una ragione). Sul fatto dello sciroppo inghiottito ci ho proprio fatto caso e lei non ha inghiottito e la madre non ci ha fatto caso. Sui figli ok, anche se l’abisso culturale degli stati del sud degli USA mi sconvolge ogni volta che mi ci imbatto. Ma forse è proprio la pochezza dei dialoghi ad avermi colpito. Ho conosciuto ed in qualche modo avuto a che fare con alcolizzati ma la quantità di alcol che manda giù lei non è credibile. Resta il mio 5, ma ora e sempre è ubi maior.
Ahahah ma certo, non per forza bisogna trovare un accordo, e di sicuro le cose ci colpiscono in misura diversa in base ad un mucchio di variabili, non ultime appunto le esperienze personali.
Il film è davvero splendido, e ovviamente la Dern una certezza, ma questo lo saprai già 🙂
Ciao,le tue Recensioni sono sempre splendide,esaustive…poi si può essere amichevolmente in disaccordo…;)…io essendo un affezionato del cosiddetto whodunit,questa diversa prospettiva faccio fatica ad amarla,mi coinvolge relativamente;poi in effetti sarebbero bastati sei episodi,la lentezza è a volte esasperante.Il finale è,secondo me,invece troppo veloce e sbrigativo,nelle scene, anche post-sigla, si chiarisce il ruolo di Amma,ma tanto rimane,alla resa dei conti sospeso(cosa farà Camille ora con Amma ?)…al netto di ottime performance recitative,il mio voto è 6.5…
Ciao Davide, intanto grazie per l’apprezzamento! Per quello che riguarda la lentezza, come dico nella recensione, per me ha senso fino ad un certo punto, quindi credo che la serie stessa avrebbe potuto trarre giovamento da una riduzione di alcune sezioni.
Il finale per me è troppo rapido nella sua globalità, ma la scelta di tagliare il finale in quel modo, dopo quel “don’t tell mama”, e di far vedere solo nei post-credit quanto accaduto, è stata una cosa assolutamente voluta. Noxon in un’intervista ha dichiarato che per lei quella frase era ciò che chiudeva il cerchio riportando ad Adora, e che sentiva che quella era la vera conclusione della vicenda – il romanzo invece prosegue, rispondendo anche alla tua domanda su Camille e Amma successivamente alla scoperta. Chiaramente è una scelta creativa che può piacere o non piacere: a me personalmente è piaciuta, ma è legittimo anche il contrario, ovviamente!