
‘S all good man.
In “Winner” troviamo cinque minuti fondamentali, quelli del monologo conclusivo, che sono uno spartiacque tra un prima e un dopo. Sembra strano trovarsi a dirlo per l’ennesima volta dopo quaranta puntate in cui siamo arrivati a conoscere Saul Goodman senza mai averlo davvero sotto gli occhi. Il lato evasivo ed immorale di Jimmy è stato una presenza ectoplasmatica per quattro anni, percepibile solo a momenti ma sempre incombente sul destino del più giovane McGill. Quelle quattro parole, giunte al termine di un monologo che sancisce l’irredimibilità del personaggio, lo caratterizzano definitivamente, come uomo e come avvocato, agli occhi di Kim. È un colpo per lei così come lo è per lo spettatore, che nell’ambivalenza morale leggeva ancora un’apertura al bene e alla giustizia.
Lo sguardo nauseato di Kim è una crepa che si allarga sulla loro relazione fino forse a spezzarla, stornando dal computo le teorie secondo cui Jimmy sarebbe diventato Saul anche a causa di Kim. In realtà Jimmy diventa Saul nonostante Kim. Pur dimostrando un’attrazione feticistica per le scorciatoie, la donna è il contraltare morale di Jimmy, la cartina di tornasole del protagonista: dalla reazione di lei ricaviamo la misura dell’azione di lui, intuiamo la profondità dell’abisso che Jimmy sta scavando; dalle parole di quest’ultimo emerge la sua condizione di amareggiato col mondo, di arrabbiato e deluso. È lo sguardo miope, egoistico e autoindulgente di chi non sente riconosciute intelligenza e capacità; se queste parole dovessero in qualche modo ricordarvi le motivazioni ultime che spingevano Walter White all’azione, ebbene, è proprio così. Jimmy McGill, così come Mr. White, è un uomo sconfitto nelle sue ambizioni, disposto a tutto pur di ottenere ciò che pensa di meritare.
The winner takes it all.

I’ll take care of it.
Con Mike Better Call Saul si concede al suo lato più action. L’entusiasmo nel vedere la genesi del superlaboratorio sotto la lavanderia si è esaurito in breve tempo e la storyline al riguardo si è un po’ trascinata, avendo un sussulto solo arrivati al finale di stagione. La costruzione dell’intreccio, con il legame cresciuto tra Werner e Mike, e la risoluzione finale sono deludenti da almeno due punti di vista. In primo luogo il colpo di testa dell’ingegnere tedesco è inspiegabile ed è un insulto alla cautela e all’intelligenza da lui dimostrate fino a quel momento. Stante l’enorme investimento di Fring nell’attività sotterranea e le precauzioni prese per mantenere il segreto, non è credibile che Werner si fosse davvero convinto di poter completare la sua fuga d’amore ed uscirne tranquillo con un buffetto sul naso. Di che cosa si tratta, quindi? Di desiderio di morte? E se cosi fosse, questo da dove viene?

It was like improv or jazz.
Arrivati al termine della quarta stagione inizia ad avere senso una discussione sul valore di Better Call Saul, sia nei confronti della serie madre che in termini assoluti; un discorso che si inserisce in un contesto in cui il livello medio delle produzioni televisive si è livellato verso l’alto rendendo difficile, per questo, spiccare in maniera evidente. Pertanto è ancora più ammirevole come il lavoro di Gilligan e soci sia, in molti aspetti, l’incarnazione dell’eccellenza: si parla, per esempio, della fotografia, capace di rendere eloquenti la luce o la sua assenza, della centralità del dettaglio che non è mai solo un espediente didascalico e arriva ad ergersi a simbolo di un concetto più ampio, o della minuziosa caratterizzazione dei personaggi, i cui archi diventano preponderanti e complessi puntata dopo puntata, quasi fagocitando la narrazione orizzontale.
È proprio qui che si nasconde il vero punto dolente di questa quarta stagione. Dove la suggestione dell’immagine non ha perso la propria acutezza, lo stesso non si può dire per lo svolgimento del racconto, mai come quest’anno labile e avvoltolato su se stesso. Non si tratta dell’ormai proverbiale lentezza ma di una scrittura che, nel focus sui personaggi, perde di vista la destinazione finale. La menomazione dovuta ad un epilogo già noto è una giustificazione soltanto parziale, soprattutto se gli eventi mostrati hanno valore per i protagonisti ma sono irrilevanti per lo spettatore. Si parla soprattutto di Nacho, centralissimo nella prima metà di stagione, coinvolto in una faida di cui non può tenere le redini e poi dimenticato, ma soprattutto di Mike, costretto in un ruolo alla McGyver per nove episodi prima del finale.

Alla luce delle diverse prospettive attraverso cui può essere analizzato il lavoro di Vince Gilligan, diventa particolarmente difficile dare una valutazione coerente ad un’opera che lavora su piani differenti, eccellendo nel comparto tecnico e nella capacità di traslare dal piccolo al grande e dal singolare al plurale ma rischia di impantanarsi nelle esposizione delle sue idee, patendo una minore efficacia narrativa. Nonostante queste difficoltà Better Call Saul resta un piacere per gli occhi e un esempio positivo e sempre più isolato della complessità e della stratificazione a cui può aspirare la televisione.
Voto episodio: 9
Voto stagione: 7½

Bella recensione che mi trova completamente d’accordo. Questa serie ha saputo regalarci, anche in quest’annata, ad ogni episodio (davvero in ogni puntata!) scene da incorniciare, piccoli atti unici nei quali scrittura, regia, interpretazioni si fondono perfettamente (la scena del monologo di Jimmy è l’ultimo esempio) ed ecco che i limiti intrinsechi della storia nel suo complesso consentono agli autori di dare il meglio di sé nel disegno e nei colori di singole parti di essa. Anche questa è arte, seriale.
Ciao Setteditroppo,
sono d’accordo con quello che dici, Better Call Saul raggiunge dei picchi espressivi senza eguali e sì, è arte vera e propria. Il rischio – secondo me già evidente in questa stagione- è che la ricerca dell’arte e della perfezione si sterilizzi in un esercizio di stile con poco da raccontare.
Il lento, ipnotico, (emotivamente) coinvolgente avvicinamento all’epilogo che sappiamo richiederà altro tempo e questo, da una parte, mi riempie di gioia: ancora una stagione con l’universo di Breaking Bad, con le atmosfere, i profumi e i colori della “serie perfetta”. Però è vero che in questa stagione si è avvertito più volte la necessità degli autori di diluire il racconto per non finirla qui e il cliffhanger finale, quell’espressione sorpresa e smarrita di Kim, è stato in realtà una costante, basti ricordare la festa alla Mesa Verde. Aggiungo anche qualche deviazione di troppo soprattutto per Mike, come l’inutile parte dedicata alla moglie del figlio e all’inserimento di un nuovo badass dalla fine più che certa e un goof piccolo piccolo che però, nel sempre preciso e attento meccanismo della serie spicca con evidenza, quei modelli di auto recenti in sosta fuori al parcheggio dove Mike blocca Lalo.
La stagione “più debole dal punto di vista narrativo?”. La storia di Mike “deludente”? Ma per favore.
Per me il miglior episodio della stagione che conclude la migliore delle stagioni fino a questo punto.
Voto zero alla recensione, voto dieci all’episodio.