
In questo senso, il singolare modo di raccontare di David Simon e George Pelecanos è particolarmente eloquente nel suo riuscire a portare sullo schermo tutta la complessa rete di implicazioni sociali, politiche, culturali ed economiche legate a questo tipo di oppressione e di persone che in più o meno larga misura vi partecipano – e potrebbe essere interessante, a partire da questo dato, un paragone con The Girlfriend Experience, un’altra serie che si è recentemente espressa sul tema della prostituzione femminile raccontando l’esperienza dal solo punto di vista della protagonista. La potenza analitica di un tipo di racconto così corale e contestuale si rende evidente in episodi come “What Big Ideas”, che ruota intorno alla morte di Stephanie Esposito, conosciuta nell’ambiente di The Deuce con il nome di Kitty, una ragazza sedicenne che lavorava in una delle case chiuse di Rudy. Nel corso dell’episodio ci viene mostrato come non sia così facile puntare il dito contro un solo colpevole per l’accaduto ma come, invece, tutti abbiano più o meno direttamente la propria parte di implicazione e responsabilità: da Bobby che ha assunto una ragazza minorenne senza nemmeno preoccuparsi di conoscerne il vero nome, a Vincent e Abby che dimenticano troppo volentieri quanto il loro Hi Hat sia coinvolto nel meccanismo economico che alimenta lo sfruttamento sessuale delle ragazze, alla famiglia della ragazza che l’ha trascurata in vita e non esita a disconoscerla una volta sapute le modalità della sua morte. Tutti fanno parte dello stesso sistema di violenze e oggettificazione: quel che The Deuce riesce perfettamente a farci capire è soprattutto quanto sia facile, per ciascuno degli attori di questo sistema, non rendersene conto e quanta autoanalisi e sforzo di immedesimazione ci vogliano, invece, per abbracciare la visione d’insieme che viene offerta, così ben confezionata, allo spettatore. Simon e Pelecanos ribaltano in un certo senso il tropo della dead girl story, concentrandosi tanto sugli effetti quanto e soprattutto sulle cause e sulle responsabilità collettive della morte della ragazza.

Se è vero, quindi, che Simon e Pelecanos ci mostrano un quadro preciso ed accurato della New York (e della Los Angeles) di fine anni Settanta, è anche vero che la sensibilità con cui viene fatto è tutta contemporanea e lo è ancora di più per la virata che questa seconda stagione sta prendendo, che la lega saldamente all’attualità televisiva. Nell’episodio “All You’ll Be Eating Is Cannibals” ritroviamo il personaggio di Eileen Merrell / “Candy”, interpretato da una sempre più meravigliosa Maggie Gyllenhaal, alle prese con le varie difficoltà legate al suo ruolo di regista donna nel mondo del porno con il film Little Red Riding Hood. La sua storyline porta avanti una vera e propria riflessione, oltre che sul cinema porno in sé, sul punto di vista e sulla regia femminili. Si tratta di un discorso (quello sulla contrapposizione tra male/female gaze che cominciava, appunto, proprio in quegli anni a trovare le sue prime prese di coscienza e le prime formulazioni teoriche) fondamentale all’interno del dibattito artistico culturale che ruota intorno ai prodotti audiovisivi (ma non solo) e che (eccezion fatta forse per alcuni passaggi di Jane the Virgin e BoJack Horseman) ancora non si era visto formulato in una riflessione che partisse dal mezzo televisivo stesso.
The Deuce sfrutta le doti autorappresentative e autoriflessive (e, come si è visto grazie al recente fenomeno #metoo, anche di autodenuncia) della televisione per parlare con i suoi personaggi di female gaze, di come un occhio maschile differisce da un occhio femminile (ma anche di come la rappresentazione bianca tende a stigmatizzare, a reprimere e a penalizzare ogni altro tipo di espressività), della difficoltà di posizionare la prospettiva maschile, bianca ed eterosessuale non come il solo ma come uno fra i tanti punti di vista. I registi ed i produttori che popolano il cinema di The Deuce ragionano ancora nei termini della prospettiva dominante di un pubblico che considera se stesso come il solo tipo possibile. “All You’ll Be Eating Is Cannibals” ci mostra il lento processo di realizzazione dei personaggi del funzionamento di questo tipo di dinamiche: in particolare, la sceneggiatura, scritta dallo sceneggiatore assunto da Eileen, ruota tutta intorno al personaggio del lupo al quale vengono affidate le migliori battute, lasciando pochissimo spazio all’eroina che diventa una comparsa, sessualizzata, appiattita e oggettificata nella sua stessa storia.

Con il passaggio dell’industria sessuale dalla strada alla privatizzazione e alla spettacolarizzazione, David Simon e George Pelecanos scelgono di ritrarre una fase storica di transizione legata allo show business che racconta, per forza di cose, anche la nostra contemporaneità. E scelgono di farlo soffermandosi su un punto di vista spiccatamente femminile, dove sono i personaggi femminili i più entusiasti rispetto a quest’aria di cambiamento, dove sono le donne le più energiche e le più pronte ad investire nella possibilità di ribaltare una condizione di oggettificazione, violenza e degradazione, ma anche, purtroppo, quelle che più pagano pagano le conseguenze di ogni passo falso e di ogni falla sistemica.
Voto 2×04: 8
Voto 2×05: 8
