
Ogni storia di fantasmi è, in fondo, una storia di elaborazione del lutto e The Haunting of Hill House affronta questo elemento fondativo esasperandolo, scoprendo le carte della metafora e conducendoci alla radice degli incubi notturni, ovvero i traumi reali. Trasformando il libro di Shirley Jackson da storia di un esperimento psichico a vera e propria vicenda famigliare, Flanagan è riuscito ad intensificare i temi originali (le memorie che restano vive all’interno di una casa, i traumi infantili che influenzano le vite adulte e l’insondabile linea di confine tra soprannaturale e malattia mentale), esplorandoli di volta in volta sia attraverso le dinamiche di gruppo sia attraverso le singole esperienze dei membri della famiglia Crain.

Hill House diventa così creatura viva e vero e proprio personaggio il cui aspetto e la cui “psicologia” cambia a seconda degli occhi che la guardano; in questo modo non viene soltanto mantenuto fino all’ultimo il mistero sul reale svolgimento dei fatti, ma si riescono a disseminare indizi non banali che saranno poi fondamentali per chiarire il ruolo di ciascuno nella vicenda e non meno importante, si riesce a mettere in piedi un discorso fondante per lo show, legato all’impossibilità dei bambini, ora adulti, di relazionarsi tra loro avendo alle spalle l’enorme bagaglio di non detto rispetto al più grande evento traumatico delle loro vite. Non sapere cosa è successo, non avere una versione “ufficiale”, che arrivasse da un adulto (il padre Hugh, che ha taciuto la verità per proteggere i propri figli, sé stesso e il ricordo della moglie) ha posto le basi per cinque esistenze profondamente influenzate dal proprio punto di vista su quell’esperienza e giocoforza incapaci di capire l’uno le emozioni dell’altro, proprio in ragione della mancanza di un ricordo condiviso.
Così come lo spettatore, anche i ragazzi Crain scoprono soltanto alla fine che è stata la casa stessa a creare un’esperienza “personalizzata” per ciascuno di loro, e la serie gioca abilmente con questo presupposto costruendo per Hill House una geografia incerta e lovecraftiana che disorienta e fino agli ultimi episodi, mantiene il vero e proprio assetto fisico della costruzione vago e misterioso.

Da qui in poi, arrivano gli episodi che lavorano più intensamente sul gotico, e che pur non mettendo da parte l’elemento psicologico inseriscono i momenti di azione e horror e spingono con più forza sull’oggettività, sia attraverso la presenza di Hugh che attraverso un lavoro di fotografia che in maniera più didascalica aiuta lo spettatore a definire, gradualmente, i confini tra presente e passato, tra realtà e sogno, tra reale e soprannaturale.
La fotografia è uno dei punti più ambigui di The Haunting of Hill House: se da una parte la serie la utilizza con maestria per accompagnare lo spettatore in quello che altrimenti sarebbe un labirinto impossibile da maneggiare – la concentricità della narrazione, la geografia fantastica della stessa Hill House, l’estrema ambiguità del punto di vista di ognuno che rendono ciascun protagonista narratore inaffidabile – dall’altro spinge così forte sul pedale del colore da essere spesso perfino fastidiosa. I blu, soprattutto, i verdi e i gialli sono così esasperati da rendere difficile distinguere ciò che si vede e pur con la consapevolezza che questa è una scelta volontaria, è impossibile negare che spesso semplicemente, non si vede nulla. Possiamo certamente capire il gioco del “nascondere” le apparizioni di fantasmi disseminate qua e là per creare easter eggs, così come ancor più la necessità di nascondere l’utilizzo massiccio di CGI per ricreare Hill House (tappeti, sculture, carte da parati sono spesso palesemente finti anche con questa illuminazione, figuriamoci con una luce più naturale), ma in episodi spesso lunghi più di un’ora questi escamotage risultano davvero difficili da apprezzare a fronte di un’esperienza di visione molto faticosa.

La stessa ibridazione che rende The Haunting of Hill House un oggetto interessante, coraggioso e ben riuscito fino al sesto episodio ne appesantisce poi la chiusura, che invece di spingere sul pedale dell’horror puro (approfittando peraltro dell’ottima base creata fino a quel momento in termini di atmosfera e approfondimento dei personaggi), sembra volersi rifugiare in una mera conservazione della coerenza stilistica del proprio approccio, sacrificando l’esperienza dello spettatore in nome di una ricerca di profondità spesso velleitaria. Pur rimanendo un progetto estremamente valido e tutto sommato organico e intelligente, la serie finisce per sbagliare obiettivo proprio arrivando alla sua chiusura, che invece di sfruttare i meccanismi del genere horror li mette da parte per dirigersi in territori più convenzionalmente drammatici.
Voto stagione: 7½

Bella recensione 🙂
Anche a me ha affascinato molto l’ibridazione dramma familiare e horror ma avrei decisamente preferito una virata più convinta verso l’horror che, peraltro, come dici anche tu, sarebbe stata anche parecchio più efficace visto tutto il lavoro di costruzione fatto prima. Più che altro così la risoluzione mi è parsa piuttosto strascicata e ridondante.
In realtà avendola vista abbastanza frammentariamente non mi ha pesato troppo la lunghezza ma immagino che sia una semi tortura da bingewatchare.
Ottima recensione come sempre, Euge!
Come dicevo anche per il pilot, la fotografia a volte è davvero fastidiosa ed è un peccato perché inficia un prodotto molto ben fatto.
Il finale non mi ha deluso ma nemmeno esaltato come mi aspettavo: un po’ troppo “addolcito” rispetto alle premesse. Insomma, non si è virato in maniera decisa verso l’horror ma neanche troppo verso il vero e proprio dramma, cosa che forse avrei preferito (e che sarebbe stato in linea con quanto visto prima).
Tutto sommato, comunque, la penso esattamente come te, anche come valutazione. Ce ne fossero di più di horror così…
Leggendo il pezzo sul pilot ho avuto la risposta che cercavo, perché sin da subito ho sentito forte la “presenza” di Shining. Non ho visto Doctor Sleep, mi sono rifiutato perché mi sembrava un sacrilegio, ma non sapendo nulla del link Flanagan, guardando l’ultimo episodio per un attimo ho pensato che Hugh Crain fosse Daniel cresciuto. Detto ciò, la serie si fa apprezzare e, temo, anche dimenticare facilmente; penso che avrebbero potuto osare un po’ di più soprattutto sul lato estetico perché c’è molto più horror nel singolo episodio “Home” (The X-Files 4×02) che in tutti questi dieci episodi messi insieme.
A giorni arriverà una seconda stagione, con una nuova casa e dei nuovi protagonisti, anche se vedo Oliver Jackson Cohen (Luke) seppur in altro ruolo. Staremo a vedere.