
I protagonisti della storia e le motivazioni del loro agire sono ampiamente enunciati all’interno del pilot: il patriarca John Dutton detta legge in Montana da decenni imponendo la sua volontà di mandriano senza alcun riguardo per le leggi della società civile, ma il vento del cambiamento inizia lentamente a erodere il suo dominio sul territorio. Associazioni ambientaliste, speculatori edilizi e rappresentanti della comunità indiana locale vogliono mettere le mani sullo Yellowstone, il gigantesco ranch che simboleggia la supremazia dei Dutton, e sfruttare il terreno per i propri scopi; ma la lotta per il territorio, come accade in America fin dalla sua nascita, esige un enorme tributo di sangue e sarà la famiglia a pagarne il prezzo.
Sono il sangue e la terra, dunque, a definire l’identità dei personaggi in gioco, simboli di un individualismo arcaico e selvaggio che reclama la sua predominanza culturale, ma a colpire ancor più della violenza dello scontro tra i personaggi è l’apparente inversione di ruoli rispetto agli stereotipi dell’epica Western. Se infatti la comunità indiana rappresentata dal proprietario di casinò Thomas Rainwater – Gil Birmingham, attore feticcio di Sheridan – dimostra come i nativi, dopo secoli di soprusi, abbiano appreso i metodi dell’uomo bianco e sappiano applicarli alla lettera per adattarsi alla modernità e sopravvivere all’estinzione, John Dutton e i cowboy al suo servizio vivono seguendo regole tribali. Marchiati a fuoco come il bestiame, sottoposti a umilianti riti di passaggio e obbligati all’assoluta fedeltà verso il loro padrone, gli uomini di Dutton sono presentati come gli ultimi fuorilegge di frontiera, quelli che Charles Bronson in C’era una volta il West definiva “una razza vecchia”: uomini fuori dal tempo e dalla civiltà che, pur nel loro anacronismo, incarnano il cuore di tenebra dell’America.

In un questo scenario umano desolato e crudele l’unico personaggio capace di suscitare genuina empatia negli spettatori è il figlio minore Kayce (Luke Grimes), ago della bilancia nella lotta dei Dutton per il potere e vittima sacrificale della storia: rinnegato dal padre per aver sposato una donna indiana, il ragazzo porta avanti la sua personale utopia di vita rimanendo neutrale nella lotta secolare tra uomini bianchi e pellerossa, ma il rifiuto della propria natura causa una sequela di sciagure che fanno a pezzi le certezze del giovane cowboy. È impossibile non storcere il naso di fronte alle immani tragedie che colpiscono Kayce in ogni episodio della serie, ma questa scelta di scrittura, per quanto insistita, è cruciale per comprendere a fondo l’idea di America che Yellowstone vuole proporre al suo pubblico: in un mondo ancora dominato dalle logiche della Frontiera, dove ogni giorno è una lotta all’ultimo sangue per il potere, nessuno può sfuggire al proprio retaggio.

Gli spettacolosi scenari del Montana contribuiscono senza dubbio al fascino della serie, mettendo il pubblico faccia a faccia con una natura selvaggia che rifiuta ostinatamente la presenza dell’uomo, ma quando si parla dei punti di forza di Yellowstone bisogna necessariamente parlare di Kevin Costner. Da Balla coi lupi fino a Wyatt Earp e Terra di confine, l’attore californiano ha incarnato lo spirito del West nella modernità seguendo il cammino tracciato da John Wayne e diventando l’alfiere dell’american way of life in tutte le sue sfumature, dall’interventismo eroico in nome dell’uguaglianza collettiva fino al violento individualismo territoriale. Il ruolo di John Dutton – seconda esperienza televisiva di Costner dopo la miniserie western Hatfields & McCoys – assume quindi per l’attore una valenza quasi testamentaria: l’epitome del rich white man ostile al progresso che incarna lo spirito americano e la sua ossessione per la terra, un personaggio larger than life a cui Kevin Costner sa dare la giusta dose di austerità e ferocia senza mai andare sopra le righe.
Nonostante le sue evidenti imperfezioni, Yellowstone riesce a stare sulle sue gambe con la forza delle sue ambizioni e con il supporto di un cast d’alto livello che asseconda la voglia d’epicità del suo autore. Lo show è già stato rinnovato per una seconda stagione, a dimostrazione di come la Paramount Network nutra piena fiducia nel progetto, e possiamo solo sperare che Taylor Sheridan faccia tesoro della sua prima esperienza televisiva per portare il suo grande racconto americano a ulteriori vette qualitative.
