
Lì, il 6 giugno 2015, due ergastolani (Richard Matt e David Sweat) sono riusciti ad evadere scavando un tunnel verso l’esterno. L’episodio ha dato il via a una tremenda caccia all’uomo che ha coinvolto tutto lo stato e che ha inevitabilmente attirato l’attenzione pubblica verso il caso, non solo per la pianificazione sofisticata di una fuga quasi impossibile da attuare, ma anche per le dinamiche relazionali e sessuali che hanno coinvolto nelle indagini Joyce Mitchell, un’impiegata nella sartoria dell’istituto penitenziario che aiutò i due ad evadere dal temibile carcere.
Una breve occhiata ai fatti del 2015 mostra in tutta la sua evidenza l’enorme potenzialità di una storia del genere, e non stupisce che Ben Stiller abbia deciso di riproporla in uno show televisivo: sono molti, infatti, gli elementi meritevoli di attenzione e la “semplice” pianificazione pratica della fuga potrebbe essere solo la punta di un iceberg molto più grande, che presenta in sé anche la possibilità di analizzare la vita stessa di chi ha a che fare quotidianamente con quel carcere, a partire dai detenuti fino a coloro che – come le guardie e gli impiegati – devono lavorare a contatto con una realtà tanto alienante e fuori dalla vita libera e ordinaria.

Il pilot di Escape at Dannemora sembra voler seguire questo percorso: l’attenzione ai risvolti psicologici è molto acuta e fa ben sperare nei riguardi delle prossime puntate. Separato dal resto del mondo e circondato dal gelo e dalla neve, il carcere è presentato come un freddo e cupo microcosmo la cui alienazione riesce a contagiare coloro che devono averci a che fare quotidianamente; la rappresentazione di Dannemora dona alla serie l’atmosfera tetra e cruda di cui uno show del genere ha bisogno per rappresentare al meglio un luogo tanto peculiare. La regia di Ben Stiller è molto attenta e dettagliata e riesce ad utilizzare bene le ambientazioni del carcere per sottolineare continuamente l’assoluta mancanza di libertà del posto e lo scandire lento e ordinato di giornate e di attività sempre uguali.
L’atteggiamento dei personaggi dello show si sposa bene con questo tipo di mood: tutti (e non solo i detenuti) sembrano vittime di una profonda disillusione che rende il tema della reclusione molto più ampio di quanto inizialmente si possa prevedere. La sensazione è che tutti siano – chi più e chi meno – rassegnati a vivere con un’angoscia silenziosa, figlia di una mancanza di libertà così opprimente da riuscire a rendere gli individui non più la somma di quello che sono, ma la somma di quello che non sono e di quello che non fanno. Passività, negazione e reclusione sono dunque gli aspetti che più di tutti descrivono i personaggi di Escape at Dannemora, e la ricezione immediata di questi elementi non è soltanto il frutto della buona regia di Stiller.

In definitiva, l’esordio di Escape at Dannemora riesce a convincere non solo per la bravura del cast a disposizione, ma anche e soprattutto per l’evidente intenzione di illustrare il mondo e i fatti di Dannemora nella maniera più fedele e realistica possibile. Il pilot apre la strada a numerose analisi capaci di distaccarsi dalla sola storia dedicata all’evasione dei detenuti per concentrarsi anche su quei risvolti psicologici ed emotivi capaci di donare un respiro più ampio allo show, concorrendo così alla creazione di un universo che ha tutte le potenzialità di riuscire a distinguersi in modo più che positivo.
Voto: 7½
