
La risposta è stata: terminare la narrazione della serie con otto episodi aggiuntivi, affidando il ruolo principale a una attrice di indubbio talento che aveva assunto nel corso degli anni una posizione sempre più centrale. D’altronde, quando si era ancora all’oscuro delle azioni di Spacey, Robin Wright e la sua Claire avevano un ruolo senza dubbio fondamentale nell’economia del discorso e la transizione, in sé, è stata piuttosto tranquilla. Il problema, purtroppo, è che concludere le vicende di House of Cards senza il suo protagonista – il quale è morto, sì, ma non può essere in nessun modo coinvolto, nemmeno con scene d’archivio, per le ragioni di cui sopra – sarebbe stata un’operazione quasi impossibile persino per il più fine sceneggiatore della televisione; tanto più per gli scrittori di questa serie Netflix, che hanno varie qualità ma certo non sono in grado di gestire un problema di tale entità.

Si è dunque deciso di ripartire da Claire Underwood, e ciò va detto subito: si è trattata dell’unica scelta sensata. Non solo Robin Wright ha una presenza a dir poco magnetica, ma il suo personaggio è stato nel tempo sempre più potente e ha avuto un arco narrativo denso e ricco. Avere lei come Presidente degli Stati Uniti è riuscito molto perché ha permesso agli autori di sfruttare il suo essere la prima donna a rivestire quella carica, senza però edulcorare il messaggio né deviarlo in un senso educativo: si tratta di una persona disposta a tutto per mantenere il proprio potere, e dunque non si fa alcuna remora nel pilotare la narrativa a proprio vantaggio. Ecco perché sottolinea a più riprese la propria unicità e forma ipocritamente un Gabinetto di sole donne. Claire è dunque ancor più interessante di quanto non fosse in precedenza; il problema è che non può sostituire Frank imitando il suo comportamento. L’idea della rottura della quarta parete era da aspettarsela, lo avevamo già visto, ma è un fallimento su tutta la linea: non c’è una sola frase di Claire che faccia davvero breccia, si percepisce solamente uno scimmiottamento di un modus operandi che non le appartiene e che dunque non è in grado di bucare lo schermo. Gli autori avrebbero dovuto pensare a un modo diverso per farlo, dandole uno stile molto più personale, in modo tale che risultasse da un lato fresco e dall’altro in continuità con la tradizione, tanto più che anche Doug si ritrova a guardare in faccia lo spettatore.

Poco da dire, purtroppo, su Doug, il cui personaggio funzionava fintantoché esisteva Frank; questa sua fedeltà folle anche post-mortem, aggravata dalla rivelazione finale che fa molto soap opera, perde efficacia soprattutto se non si capisce fino alla fine che cosa dovesse rappresentare. Fa piacere ritrovare invece altri personaggi del passato, tornati solo per un saluto, oppure per morire.
C’è anche dell’altro, è chiaro. Ma se i confronti tra personaggi tutto sommato funzionano, è la trama a essere debolissima se non imbarazzante. Accadono così tante cose in un tempo così ristretto che la sensazione è che nulla sia davvero successo. Discussioni, colpi di scena, personaggi uccisi: si avverte una certa stanchezza nella scrittura che deve costantemente sorprendere nella speranza di rimettere a posto i tanti discorsi aperti nel corso degli anni e mai davvero conclusi. Anche se il numero di episodi è perfetto, il finale non è che la conferma della perdita progressiva di idee, fino alla conclusione delle sofferenze di Doug. Non è chiaro perché non si sia propriamente conclusa la serie: c’è forse la speranza che possa comunque essere rinnovata, stavolta davvero con Claire alla guida? C’è da dubitarne moltissimo, e ciò che rimane è la frustrazione di non aver avuto nemmeno la soddisfazione di vedere le vicende concludersi. A dispetto dell’intenzione di lasciare allo spettatore pensare come concludere le vicende di Claire, si ha la sensazione piuttosto di non aver avuto alcuna idea su come terminare il tutto, e dunque manca ogni forma di coraggio nell’investire in questa narrazione.

Quando House of Cards iniziò la sua corsa, nel lontano febbraio 2013, l’America era ben diversa da quella che ci ritroviamo ora. A prescindere dalla folle situazione politica, anche la televisione è profondamente cambiata e nel frattempo Netflix è diventata un colosso televisivo di primissimo piano. La serie non è stata in grado, nel corso degli anni, di reggere il ritmo e si è perduta in un abisso di cattiva scrittura e eccessiva tendenza al creare colpi di scena. Si conclude, così, l’avventura di uno degli show più importanti degli ultimi anni: importante non certo per la bellezza della sua trama o per la profondità della propria scrittura, quanto piuttosto per tutta una serie di ragioni produttive e pop. House of Cards lascerà un vuoto dietro di sé, e il peccato maggiore è che lo abbia fatto con così tanta mestizia.
Voto stagione 6: 4 ½
Voto serie: 6

Ottima recensione. Forse sei stato di manica larga: il 4 e mezzo per questa sesta stagione è anche troppo. Definirla porcheria sarebbe riduttivo: già dalla seconda puntata avevo capito l’andazzo e l’ho continuata solo vedere il finale (che poi si è rivelato degno della stagione: una ca**ta immonda).