
I sei episodi che compongono questa prima stagione hanno il grande pregio di portare un’aria diversa al panorama televisivo contemporaneo, uscendo non solo dai copioni della scripted tv, ma dimenticandosi (quasi sempre) della necessità di portare i grandi drammi e plot twist che tanto caratterizzano i cosiddetti documentari true crime visti in giro di recente. Dogs è invece una serie antologica composta da storie piccole, in cui la suspense è pressoché inesistente e la traiettoria sempre lineare: è un po’ un ritorno alla struttura standard del documentario, che offre uno spiraglio da cui osservare situazioni interessanti ma allo stesso tempo ordinarie e riconoscibili.

Ed è così che, di episodio in episodio, lo spettatore viene messo a contatto con una realtà dai risvolti interessanti, come accade ad esempio nel passaggio dalla vivissima Berlino (e la tensione di Damasco) alla tranquillità di un paesino di pescatori nel Nord Italia. Gli autori sembrano comprendere l’importanza di valorizzare il contesto della storia che si vuole raccontare, e in alcune occasioni riescono addirittura ad elevare il background culturale mettendolo direttamente in primo piano: i già citati quarto e sesto episodio, il primo sul divario culturale con la cultura giapponese e il secondo sul progressismo di New York, sono particolarmente arricchiti da questo tratto, mentre altri risultano invece un po’ più anonimi in quel senso e danno più importanza alla vicenda specifica che scelgono di raccontare.

In questo senso, si può osservare una divisione molto chiara tra le due parti della stagione: da un lato abbiamo i primi tre episodi, molto intimi e personali, determinati a portare esempi su come il ruolo del cane risulti fondamentale in tante situazioni inaspettate; dall’altro, la seconda metà dell’annata sembra concentrarsi su problemi e situazioni più generali, allargando il focus su più personaggi (sia nel concorso di bellezza, che in Costa Rica che a New York è difficile identificare un protagonista) e trattando situazioni come la sovrappopolazione di cani randagi in molti paesi in via di sviluppo o le forti differenze culturali che plasmano diversamente l’estetica orientale e quella occidentale.

Il problema è che in questo modo la fiducia nel mezzo utilizzato (il documentario come rappresentazione il più fedele possibile della realtà) viene sacrificata in nome di un po’ di emotività piuttosto spicciola e in molti casi per niente necessaria. È un po’ questo il problema principale di Dogs, o perlomeno della sua prima metà di stagione: in alcuni casi, la vena documentaristica perde contro la necessità di accalappiare lo spettatore. E quindi la semplicità di intenti di cui si parlava prima, che in genere funziona come punto a favore, sfocia occasionalmente in uno sforzo di emozionare non necessario (molte sequenze riescono a farlo senza il minimo intervento) che la rende banale.
Alla fine dei conti, comunque, i difetti di cui si parlava non sono mai troppo evidenti e si esauriscono tendenzialmente nei primi tre episodi. Per il resto del tempo, Dogs si presenta come una serie vincente nella sua semplicità, capace di sfruttare il format del documentario antologico in maniera pulita e spesso molto efficace. Non punta mai troppo in alto, e questo per alcuni potrebbe anche essere un problema; ma di una serie che sappia giocare sul sicuro con dei risultati di questo tipo c’è sempre bisogno.
Voto: 7+
