
La serie creata da Stephen M. Wright e Leigh McGrath cerca di essere coerente con questi presupposti e prova a offrire un prodotto di intrattenimento di buona fattura, ma fallisce sotto qualsiasi punto di vista qualitativo e in pochi episodi si dimostra come un prodotto molto mediocre. La storia è incentrata su Cal McTeer, ragazza appena uscita di prigione, e sul suo ritorno a Orphelin Bay, nello stesso momento in cui la fittizia cittadina portuale è scossa da misteriosi eventi conseguenti al ritrovamento del cadavere di un pescatore. Quando Cal scopre che questi avvenimenti sono in qualche modo legati a lei e alla sua famiglia, la ragazza inizia a indagare sia sui segreti degli abitanti del luogo sia sulle leggende legate a un gruppo di reclusi dotati di poteri simili a quelli delle sirene, confinati in uno spazio vicino al mare separato dal resto della cittadina e comandati da una misteriosa donna di nome Adrielle.
Criminalità, fantasy, drammi famigliari e ricerche identitarie: queste le coordinate essenziali e le principali tracce contenutistiche di una serie ambiziosamente decisa non solo a incrociare un numero non indifferente di generi lontani tra loro e apparentemente incompatibili, ma anche a sovrapporre elementi della mitologia antica con situazioni ricorrenti nelle narrative contemporanee, figure della classicità con caratteri del presente, sensazioni mitiche con configurazioni moderne. Un tentativo audace e affascinante di sinergia narrativa tra vecchio e nuovo, livellato sull’influenza del valore archetipico di certi racconti e sull’accattivante forma di una diegesi d’azione robusta, agile ed esaltante, e incentrato su una storia di formazione capace di allacciare i fili dell’empatia, di smuovere emozioni naturali.

Con il procedere di questa storia concentrata nei metri marittimi di una zona divisa tra luce abbagliante e mari in tempesta, infatti, la narrativa complessiva si rivela mancante non solo di struttura definita ma anche di intenzioni precise e di controllo sul proprio materiale: i nuclei tematici non sono esplorati, la storia non è strutturata con una crescita progressiva corretta e la ricerca continua di un legame emotivo con lo spettatore manca di molto il bersaglio, finendo per girare a vuoto lungo otto episodi che hanno il solo pregio di non durare più di quarantacinque minuti e che non possono essere definiti di certo come lo spazio attraverso cui è sviluppata la personalità dei personaggi. Alla fine della visione della totalità della stagione, ragionare sui temi equivale a rendersi conto della loro assenza, tirare le somme delle linee narrative comporta inciampare in una matassa indistinta di nozioni e osservare le azioni dei personaggi significa confrontarsi con comportamenti non giustificati e scelte incomprensibili, che in modi molto periferici si legano ai caratteri e alle sentenze identitarie iniziali dei protagonisti.

Soffrono di questa impostazione confusionaria innanzitutto i personaggi, ma anche tutti i temi che in qualche modo erano stati introdotti quasi con timidezza dalla narrazione. Nel primo caso tutto questo avviene perché la storia si ritrova abitata da profili senza spessore che non comunicano in alcun modo con gli spettatori e sono capaci solo di agire senza motivo o cronistoria emotiva, spendendosi in battaglie in cui credono e non credono al tempo stesso; nel secondo caso perché la riflessione su alcuni temi importanti cede il passo all’utilizzo di questi come spinte narrative. A tal proposito troviamo il ruolo di differenti forme di femminilità – fatale e complessa come quella suggerita dalla condizione semidivina delle donne tidelander, o disillusa e radicale come quella delle vedove degli uomini uccisi nel corso degli anni a causa delle sirene – nella società, che è prima suggerito a margine e poi messo al centro del discorso come trampolino per lo scontro tra le donne dello show. Quando la serie rappresenta la rabbia impaurita e orgogliosa di Cal contro la sensualità regale e mortale di Adrielle non è interessata allo scontro di due visioni del mondo e della figura femminile, bensì al semplice combattimento in virtù di un risultato che rimanda a un cliffhanger, a un espediente narrativo.

Tidelands è quindi un fallimento, un prodotto incapace di costruire un racconto coerente con se stesso e inabile nel gestire una narrazione potenzialmente complessa. I personaggi senza identità, l’indifferenza nei confronti delle tematiche e la gestione confusa dell’azione contribuiscono a una considerazione negativa che è accentuata dal senso di confusione e stordimento (non positivo) provocato dal finale sospeso. Una serie da evitare, facilmente dimenticabile, che per ora non ha conferme di rinnovo.
Voto: 4
