
Has this ever happened to you?
Tim Robinson è ideatore, autore e protagonista di tutti e sei gli episodi di I Think You Should Leave with Tim Robinson , serie costituita unicamente da sketch di durata variabile ma comunque molto breve. Cresciuto nel rooster del Saturday Night Live, Robinson si era già affacciato sul mondo della serialità con la comedy The Detroiters, di cui era sempre autore e protagonista, serie però cancellata dopo due sole stagioni. Ci riprova ora, sostenuto da gran parte del cast del SNL che compare in quasi tutte le puntate, ogni volta grazie all’apparizione di una guest star diversa più o meno nota al grande pubblico. La serie ruota su una sequenza di episodi completamente slegati tra loro, anche all’interno delle stesse puntate. Lo spunto è di una normalità spiazzante: dall’agitazione che ci prende quando il festeggiato scarta il nostro regalo di compleanno, a una gara di bellezza tra neonati, passando per un funerale e fino ad arrivare a un adesivo su un paraurti con scritto “Honk if you’re horny”. Quello che succede ogni volta, partendo da uno di questi normalissimi presupposti, è la dimostrazione di come sarebbe la vita se volessimo avere sempre ragione, se una regola sociale, educativa, la legge stessa potesse essere infranta o ignorata. Il tutto avendo una gran faccia tosta, e parecchia della follia di Tim Robinson.

Ma non c’è bisogno di scomodare il genere sci-fi mischiato al comico per capire quanto Tim Robinson sia attento a cogliere e a far cogliere dai suoi colleghi tic, vizi e difetti di questi tempi già demenziali di loro. La scena del soffocamento, dove lo stesso Tim Robinson si sta strozzando durante una cena con amici ma finge che sia tutto ok per la presenza di un vip al tavolo è l’inquadratura perfetta di quella riverenza, quel tipo di adorazione che alcuni hanno nei confronti delle celebrità. Nonostante sia praticamente sul punto di morire tra atroci sofferenze, nulla può mettersi tra lui e una finta risata alla battuta del vip.

Quello che fa Robinson non si discosta molto da quello che hanno inventato i Monty Python, e cioè prendere la normalità e gonfiarla di assurdo, portarla all’estremo opposto facendola diventare eccezione, se non paradosso rispetto alla normalità stessa. Uno degli sketch più famosi del collettivo inglese è quello del pappagallo morto, dove un cliente lo riporta indietro al negozio di animali ma il commesso fa di tutto per negare l’evidenza (Michael Palin prese ispirazione da un meccanico che negava ci fosse un problema con l’auto). Ecco, la scena della porta, la primissima di I Think You Should Leave with Tim Robinson, ne è l’esempio perfetto: l’orgoglio, la sfacciataggine, la necessità di avere ragione in un mondo fatto di torti diventa il perno su cui tirare quella porta, tra sforzi enormi e un imbarazzo per il protagonista difficile da descrivere.
Negli anni ‘70, nel cuore della rivoluzione culturale e sociale che stravolge tutto l’Occidente, e momento più prolifico nella produzione dei Monty Python, la rottura avviene sul capovolgimento di situazioni normalissime, virate nell’assurdo partendo da pretesti quasi banali: l’ammiccamento malizioso di Nudge Nudge, il sopracitato Dead Parrott, arrivando all’allucinante The Dirty Fork, dove da una semplice ed educata lamentela per una posata sporca in un ristorante di lusso, si passa per un escalation di scuse da parte del personale, che si conclude con l’harakiri del cuoco (un immenso John Cleese).
I Monty Python sono inimitabili, ovviamente, irraggiungibili lì nel firmamento di coloro che hanno contribuito enormemente a portare la comicità nel futuro già negli anni ’70. Tim Robinson ci si ispira fortemente ma nemmeno per un attimo si nota della spocchia nel volercisi paragonare, certo di fare la fine di Icaro.

Per forza di cose, il livello di ogni sketch non è sempre altissimo: nonostante le puntate siano molto brevi, ognuna ne include molti, e questo fa sì che non tutti riescano a fare breccia nello spettatore. Ma quelli che colpiscono lo fanno molto forte e molto direttamente, come nel caso dell’inquietante uomo sull’aereo (interpretato da Will Forte, protagonista di The Last Man On Earth): orribilmente truccato, Forte è incredibilmente abile fin dai primi momenti nel riuscire a racchiudere tutti i possibili stereotipi degli psicopatici nei film. Occhi sgranati, nervi tirati e voce greve nel sospirare di essere finalmente riuscito ad avere la sua vendetta. Un piano studiato nei minimi dettagli, un progetto maniacale a cui aveva votato tutta la sua vita. In pochi minuti ci si ritrova a scendere in un delirio di assurda, grottesca vendetta che si chiude con un normalissimo scambio di posti. O il folle che non smette di suonare il clacson dal momento in cui vede l’adesivo “Honk if you’re horny”: una scritta goliardica presa fin troppo sul serio, una situazione talmente assurda che potrebbe accadere domani, nel 2019, su una qualunque strada americana. Anche qui, con un pretesto tanto banale quanto assurdo, il confronto tra molestatore e molestato si chiude come se nulla fosse successo. La bravura di Robinson infatti sta proprio nell’esasperare la normalità, (s)tirarla così tanto da farle fare un giro completo e portarla al punto di partenza: tutto normale, non è successo niente.

Sulla scia della sperimentazione, Netflix questa volta azzecca tempi e modi per mettere in scena qualcosa di veramente nuovo al contrario del recentissimo Bonding, prodotto di certo totalmente diverso ma generato dalla stessa voglia di puntare sul mai visto del servizio streaming americano.
Tim Robinson è un abile autore e attore, che riesce ad assegnare e interpretare personaggi pieni di difetti, vizi, terribili comportamenti che fanno provare spesso un forte imbarazzo nello spettatore (il cosiddetto cringe, un perfetto mix di vergogna ed empatia). Scene che nella realtà porterebbero davvero a invitare quella persona ad uscire, ma che per fortuna rimane finzione su schermo e per questo fa spesso, molto ridere.
Voto: 9
