
Anche ai tempi di Doctor Who, soprattutto con i personaggi di Rose prima e Donna poi, era evidente quanto Davies fosse interessato a parlare di una Gran Bretagna più “vera”, i cui problemi sono ancorati a un tessuto sociale complesso e meno patinato di quanto si possa immaginare dall’esterno.
È da queste premesse che si sviluppa Years and Years, che non è quindi una serie distopica, ma piuttosto un family drama saldamente legato alla nostra (ovvero di persone occidentali relativamente agiate) realtà di tutti i giorni, soltanto ambientato in un futuro molto vicino, tanto spaventoso quanto realistico. Si sbaglia, perciò, ad associarla a Black Mirror, che ha intenti e uno stile completamente diversi – e non soltanto da quando è passata al lato oscuro di Netflix: Russel T. Davies, infatti, non punta a mostrarci i pericoli di un uso sconsiderato della tecnologia, anzi ne propone una visione anche piuttosto positiva. Ciò che fa Years and Years, nell’arco di sei puntate serializzate e non di episodi autoconclusivi per forza di cose più tematizzati, è parlare innanzitutto di umanità. Attraverso la descrizione di un microcosmo – la famiglia Lyons – a sua volta parte, a tratti attiva e a tratti passiva, di qualcosa di più grande e complesso, l’autore fa un discorso acutissimo su stili di vita, problemi e condizioni della classe media e dell’istituzione familiare che si estende al mondo (occidentale) e contemporaneamente si stringe intorno ai suoi protagonisti.

Prendiamo, ad esempio, la storyline di Danny: il più piccolo dei fratelli Lyons è un liberale da manuale, un uomo di sinistra un po’ intellettuale e un po’ presuntuoso, dalla parte degli ultimi, certo, ma che fatica a vederli davvero come suoi pari e che pensa di essere più furbo di loro, in virtù del suo privilegio ma anche di una certa conoscenza del mondo che “gli altri” non hanno. Il suo ritratto è perfetto e stratificato in ogni piccolo dettaglio, ed è per questo che ciò che gli succede ha un impatto così devastante sullo spettatore.
La sua fine tragica non viene percepita soltanto come strumentale a un messaggio moralizzatore, ma la naturale evoluzione di un percorso sensato innanzitutto per il personaggio, che sentiamo davvero di conoscere. Proprio per questo fa così male vederlo morire annegato e realizzare che cosa significa per tutti noi che stiamo guardando. Russel T. Davies, infatti, gioca magistralmente con la nostra paura, la stessa che ci spinge a considerare Years and Years soltanto una serie distopica e non uno show che parla efficacemente del nostro presente – fa troppo male. Come Danny anche noi, il pubblico ideale e in gran parte effettivo della serie, non siamo del tutto consapevoli dei nostri privilegi né di quanto sia facile perderli se ci si trova, anche solo per un attimo, dalla parte sbagliata. Vedere l’evoluzione della sua storia ci sconvolge perché ci fa sbattere contro la realtà in maniera brutale, smascherando tutta la nostra ipocrisia. Serviva davvero Years and Years per spiegarcelo e soprattutto farcene sentire tutta l’urgenza? No, e rendersene conto è un ulteriore colpo al cuore.
Straordinaria in questo senso anche la storyline che vede protagonista Beth, la giovane figlia transhuman di Stephen e Celeste. A differenza, ancora una volta, di una serie come Black Mirror, Years and Years non trae la sua forza da una indignazione aproblematica e fine a se stessa, ma piuttosto dalla spinta all’empatia. Il modo in cui ci viene presentata la condizione della ragazza, che i genitori credono essere transgender e si dicono pronti ad accettare prima di scoprire come stanno davvero le cose, ci forza a mettere in discussione tutte le nostre convinzioni sulla diversità e a fare uno sforzo di immedesimazione che va oltre tutto ciò che abbiamo sempre considerato “progressista”. Dove dovremmo tracciare un limite? Dobbiamo davvero farlo? Il fatto che Bethany sia presentata come un personaggio a tutto tondo a cui affezionarsi e con cui empatizzare, piuttosto che una macchietta portatrice di un messaggio, rende la questione molto più interessante e, soprattutto, rimette al centro della discussione l’umanità.

Il risultato è un parco personaggi inclusivo e brillante senza alcuna forzatura, in grado di produrre, tra l’altro, una delle rappresentazioni più fresche e vincenti della disabilità. Rosie infatti, è forse il personaggio più riuscito, proprio per la capacità di contenere in sé l’animo di una “donna media” – concetto che Davies non ha mai inteso in senso negativo, anzi – e tutta la straordinarietà di una condizione di diversità, senza che questo possa risultare in alcun modo una contraddizione. Non manca, certo, qualche piccola sbavatura – come l’utilizzo un po’ troppo semplicistico della metamorfosi di Bethany che la avvicina quasi ad una di quelle figure di hacker fin troppo stereotipate, o la minore cura nel tratteggiare il personaggio di Vivienne Rook – ma si tratta di piccolezze in confronto alla maestria con cui è stata scritta il resto della serie.
Si potrebbe andare avanti ancora per molto, quindi, ma è già chiaro così che Years and Years è una serie imperdibile. Il ritorno di Russel T. Davies non ha deluso le aspettative e ci ha regalato un prodotto necessario, ma non nel senso paternalista dell’opera educativa, quanto piuttosto di quel tipo show che è bellissimo proprio perché parla così tanto di te da arrivare a farti male.
Voto: 9 e 1/2

Ciao Francesca, dove la si può trovare (Netflix, Prime, ecc…)?
Ciao Daniele, purtroppo in Italia non è ancora stata distribuita 🙁