Jane The Virgin – Addio alla serie che ci ha fatto amare la telenovela 1


Jane The Virgin - Addio alla serie che ci ha fatto amare la telenovelaDalla primavera del 2019 è partito un conto alla rovescia terminato solo pochi giorni fa con il centesimo episodio di Jane The Virgin, quello che ha chiuso definitivamente la meravigliosa creatura televisiva di Jennie Urman. Come ogni telenovela che si rispetti, una volta terminata è sembrata una storia che conoscevamo già da tempo, con un finale che non poteva essere diverso da così, pur con tutti i twist che dal primo giorno all’ultimo hanno caratterizzato la serie.

La lunga serialità è una cosa molto diversa dagli show televisivi che vanno di moda ora, soprattutto se consideriamo quelli più premiati, quelli sotto i riflettori della stampa e che attraggono la maggior parte delle star del cinema. Divi e registi rinomati, infatti, accettano di lavorare in televisione solo se per progetti brevi, che prevedono quindi storie contratte che hanno un inizio e una fine e un numero di episodi già stabilito.
La cosiddetta lunga serialità funziona diversamente, si basa sulla permanenza, su uno stile ricorsivo che mira a far familiarizzare lo spettatore con accadimenti che si ripetono e che ogni volta hanno una funzione differente. La telenovela è il genere principe della lunga serialità, un dispositivo narrativo che con i suoi colpi di scena ha catturato generazioni e generazioni di spettatori, all’insegna di tradimenti e perdoni, storie d’amore appassionanti e ritorsioni, morti inaspettate e resurrezioni sempre dietro l’angolo. Negli anni Dieci del Ventunesimo secolo, però, proprio per il blasone crescente posseduto dai formati contratti, scommettere sulla telenovela rappresenta una delle sfide più coraggiose immaginabili, una vera e propria impresa che The CW e Jane The Virgin hanno compiuto senza far vedere neanche una goccia di sudore.

Dopo cinque anni sembra scontato dire queste cose, ma è importante specificare il contesto in cui Jane The Virgin è nata ed è arrivata alla sua conclusione, perché sebbene oggi sia una serie osannata dalla critica statunitense va detto che nella nicchia che ancora vede la televisione e il cinema secondo categorie fortemente gerarchizzate come alto/basso, arte/industria, highbrow/lowbrow, prestige/guilty, Jane The Virgin non è riuscita ancora a sfondare.
Con gli anni però quello che sembrava il pensiero dominante è stato progressivamente eroso, sia perché la televisione ha iniziato a trasformarsi sempre più velocemente aprendosi a tanti generi e voci prima quasi assenti, sia perché il modello di qualità canonizzato venti anni fa ha iniziato a fare la muffa, risultando anno dopo anno meno capace di leggere il contemporaneo. Con il passare delle stagioni l’attenzione su Jane The Virgin è cresciuta sempre di più e la serie ha potuto portare avanti tematiche di volta in volta più delicate con coraggio e ambizione, guadagnando così tanta fiducia in se stessa da riuscire a superare con agilità e brillantezza uno dei cliffhanger più violenti della storia della TV.

Jane The Virgin - Addio alla serie che ci ha fatto amare la telenovelaLa quinta stagione è stata per i fan, per le autrici e per i protagonisti un conto alla rovescia costante, una sorta di lunghissima passerella d’addio che inizialmente sarebbe dovuta durare solo tredici episodi, ma che poi è stata allungata a diciannove portando il numero totale delle puntate della serie a cifra tonda, raggiungendo quota cento.
L’ultimo viaggio è stato dichiaratamente fin dall’inizio un omaggio alla serie, alla telenovela e alla storia raccontata in questi anni, e ciò non vuol dire che sia stata una stagione più fiacca o meno coraggiosa, solo estremamente consapevole del proprio ruolo e del rapporto che la serie ha costruito con il pubblico (cosa di cui gli altri show spesso si dimenticano). Anche per questo al centro del racconto a inizio stagione è tornato il triangolo amoroso, che ha riportato spettatrici e spettatori lì dove tutto è cominciato: Urman, dopo essere uscita con grande classe dal cliffhanger di fine quarta stagione, è stata capace di utilizzare un triangolo che non sembrava avere più nulla da dire per investigare sia la vulnerabilità di Rafael che i sentimenti di Jane, sfruttando al meglio anche le capacità interpretative di Brett Dier, il quale ha riportato in vita Michael in modo struggente e al contempo esilarante.

Jane The Virgin - Addio alla serie che ci ha fatto amare la telenovelaDopo diverse stagioni in cui la serie ha lavorato con attenzione e precisione soprattutto sulla rappresentazione delle minorazione, dando voce e spazio a un gruppo di donne di generazioni diverse e di origine ispanica – all’interno di uno show, tra l’altro, parlato in parte anche in spagnolo – quest’anno le autrici si sono concentrate sul rapporto tra Jane e Petra, portando a termine un arco decisamente complesso e ricco di stratificazioni.
Se la quarta stagione è stata quella in cui Petra iniziava realmente a conoscere se stessa, prima con la risoluzione dello sdoppiamento con la gemella (non ci sono aggettivi per la bravura di Yael Grobglas) e poi con la scoperta di un’identità sessuale molto più complessa di quella creduta fino a quel momento, la quinta è stata quella in cui raccogliere i frutti di questo lavoro attraverso la relazione tra Petra e la protagonista della serie.
Dopo essere state rivali in amore, madri single allo specchio ed espedienti comici l’una per l’altra, oggi Petra e Jane sono finalmente amiche, due donne diversissime ma capaci di sviluppare un sentimento di forte sorellanza, unite nell’affrontare la maternità in modo contemporaneo e sganciato dalle imposizioni della tradizione e dal giudizio delle generazioni precedenti, simboli di una scrittura femminista che le inquadra come i personaggi che hanno anche il compito di tracciare la strada per il futuro, come dovrebbe ambire ogni thirtysomething che si rispetti.

Jane The Virgin - Addio alla serie che ci ha fatto amare la telenovelaDi questa stagione finale di Jane The Virgin ci portiamo a casa la capacità di una writers’ room piena di donne e di persone non bianche in grado non solo di fare un lavoro eccezionale sulla rappresentazione delle minoranze e sulla descrizione della psicologia femminile, ma anche di offrire ritratti maschili innovativi, originali, pienamente ancorati alla realtà e capaci di comunicare con il contemporaneo come pochi altri.
Rafael è un uomo che ha fatto un percorso lunghissimo dal primo giorno all’ultimo, trasformando il personaggio in maniera radicale, passando da latin lover a padre responsabile e marito femminista, con in mezzo una lunga serie di vicissitudini che lo hanno visto vulnerabile, caparbio, premuroso, ferito, vincente e resiliente. Non meno interessante è il percorso di Michael, che in questa stagione trova letteralmente una nuova vita scollandosi definitivamente dalla figura di Jane, mostrando al pubblico e a Jane stessa (questa volta spettatrice) tutte le sue qualità. Il personaggio maschile che più di tutti Jane The Virgin lascerà in eredità alla serialità televisiva del futuro è però Rogelio, uomo dalle mille facce e mai in imbarazzo con la propria parte femminile, pertanto in grado di mettere in crisi la mascolinità tradizionale in maniera implicita e per questo forse ancora più efficace. Un maschio di successo, vanitoso, egocentrico e pieno di doti ma non per questo incapace di mettersi nei panni degli altri e soprattutto consapevole sia del proprio privilegio sia del fatto di rimanere sempre un ispanico in un mondo governato dai bianchi.

Jane The Virgin - Addio alla serie che ci ha fatto amare la telenovelaLa quinta stagione di Jane The Virgin ha completato un percorso estremamente coerente riflettendo sui cardini della narrazione televisiva in maniera impeccabile, in linea con il lavoro fatto in questo mezzo decennio. In particolare, la serie ha dimostrato che si possono scrivere personaggi pieni di sfaccettature e contraddizioni senza per forza dipingerli come maledetti e tormentati, senza costruire del magnetismo posticcio e autoindulgente sui difetti, bensì dar luogo a percorsi di reale self improving. Guardare Jane The Virgin non induce a crogiolarsi nelle proprie debolezze e ad autoassolversi di continuo, come spesso accade quando sullo schermo ci sono antieroi affascinanti e tendenti al male, ma spalanca davanti agli occhi la possibilità di mettersi realmente in discussione e diventare persone migliori.
In un mondo in cui le serie di prestigio hanno reso accattivante la discesa agli inferi, Jane The Virgin ha preso una strada decisamente differente dipingendo in modo brillante la costante ricorsa ai propri obiettivi da parte dei personaggi, sottolineando più volte l’importanza di questo percorso per uscire dalla paralisi (sterilmente elogiata da tanta quality TV) e lo ha fatto attraverso una scientifica decostruzione della telenovela e dei suoi cliché in maniera non meno complessa e acuta di quanto The Wire ha fatto con il poliziesco e The Sopranos con il gangster.

La consapevolezza della squadra al timone della serie è stata talmente elevata da prendere un intero episodio – il penultimo – e farne una sorta di saggio sulla serie stessa, una sorta di speciale interno alla stagione che è al contempo una riflessione sulla show e su come si fa televisione e su ciò che lo Jane The Virgin ha rappresentato per tutti i membri della crew (oltre che una rampa di lancio per l’episodio finale).

Come ogni telenovela che si rispetti l’ultimo episodio è uno splendido lieto fine, scritto con un ritmo indiavolato e pieno di colpi di scena e di momenti emotivamente molto intensi; il perfetto compimento per una serie che ha dato tantissimo al panorama televisivo e dalla quale (si spera) tanti altri show avranno solo da imparare.

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Informazioni su Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".


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Un commento su “Jane The Virgin – Addio alla serie che ci ha fatto amare la telenovela

  • Genio in bottiglia

    Complimenti per la recensione, Attilio: hai centrato molte delle ragioni per le quali ho amato questa serie e ne sono stato spettatore dall’episodio 1. Un solo appunto, agli autori più che a te, lo faccio per ‘il ritorno di Michael’. Ho trovato sia stato gestito male ed abbia condotto ad una conclusione del segmento raffazzonata. Mi sono alla fine domandato a che pro riportarlo in vita: Michael non é (come Rafael) un uomo che affronta un percorso di crescita. E’ un uomo cui viene fatta violenza da una criminale che resta abbracciato al frutto di quella violenza sine die. Sfido chiunque a vedere il suo percorso come di accrescimento. Ed é l’unico personaggio della serie a cui tocca questa sorte. La mandriana ed il Montana paiono davvero un gramo destino per lui. Capisco che il finale fosse scritto dall’inizio, ma onestamente mi sarei aspettato di meglio.