La Casa de Papel – Parte 3 1


La Casa de Papel - Parte 3La Casa de Papel di Álex Pina si è rivelato un fenomeno mediatico che merita attenzione, oltre alle rispettabilissime opinioni che ognuno può avere di questo prodotto, siano essere la lode più entusiasta o la critica più nera. Sin dal suo debutto nel 2017,La Casa di Carta ha saputo attirare l’attenzione di molti, spettatori e critici, per la sua unicità: una commistione ambiziosa di heist, drama e soap.
L’epopea dei Dalì si presentava come la storia dello scontro fra due mondi sullo sfondo della “rapina del secolo”, che nel suo svolgersi ha creato una miriade di microcosmi narrativi dove i personaggi comunicavano fra loro e con lo spettatore. I rapinatori della Zecca di Spagna sono oramai figure iconiche della serialità, tanto che lo show è riuscito ad essere la prima serie non anglofona a vincere un Emmy nel 2018, primato che La Casa de Papel può ancora portare con orgoglio.
Sebbene all’inizio fosse prevista una sola stagione di settanta minuti ad episodio, Netflix ha preso il timone del progetto, dapprima dividendo in due parti il concept iniziale, poi domandando un’ulteriore terza e quarta parte. La quarta verrà rilasciata l’anno venturo, mentre il 19 luglio del 2019 è stata la terza parte a raggiungere il catalogo della piattaforma streaming.

La nuova annata de La Casa de Papel si apre seguendo una premessa classica, ma che diventa una nota di merito, innestandosi come naturale continuazione di un finale che non aveva lasciato contenti tutti: ognuno dei rapinatori sta vivendo la sua vita da sogno in località esotiche, una vita che però ha il sapore di un esilio forzato, privo della libertà tanto sospirata. Dopotutto si parla sempre di criminali internazionali, verso cui si è aperta una caccia senza quartiere da parte del governo spagnolo. Con una puntualità abbastanza prevedibile – e non poco artificiosa, considerata la storia dei personaggi coinvolti – Tokyo e Rio compiono un errore grossolano, dettato dall’impulsività dell’una e dall’amore dell’altro e il più giovane dei Dalì viene rintracciato e catturato.
La protagonista si ritrova quindi costretta a chiedere l’aiuto del professore, seguendo i contatti di sicurezza che lui stesso aveva comunicato dopo il grande colpo alla Zecca. Per liberare Rio, il gruppo si riunisce tra vecchie conoscenze e volti nuovi, come Monica Gatzambide (ora Stoccolma) e personaggi inediti come Palermo (Rodrigo de la Serna), Marsiglia (Luka Peros) e Bogotà (Hovik Keuchkerian, The Night Manager). L’obiettivo? Un colpo al Banco de España, che dovrebbe fungere da leva per negoziare la liberazione del loro complice.

La Casa de Papel - Parte 3L’idea di sfruttare l’espediente della rapina ha i suoi difetti, perché forse sarebbe stato più savio tentare il salvataggio di Rio, visti i mezzi in possesso del Professore, Sergio Marquina, mostrati sin dai primi episodi della terza parte. Tuttavia, il desiderio di vendetta palesato in “Todo pareció insignificante” e il nucleo tematico ed estetico della serie rendono la decisione di una nuova rapina, ancor più pericolosa della prima, una scelta dovuta, alla fine dei conti.
La nuova stagione gioca molto sull’idea di famiglia, che lega i protagonisti dopo il colpo alla Zecca, e questa può essere un’arma a doppio taglio, perché conduce a situazioni dove lo spettatore è molto coinvolto emotivamente, ma dà anche per scontate molte cose, come il valutare da parte della banda stessa i rischi nel mettersi di nuovo in gioco, soprattutto quando si è massimi ricercati. Questo possibile conflitto avrebbe potuto avere risvolti ben più intriganti, ma si risolve forse troppo presto e in maniera troppo conveniente.

I paralleli con i primi due capitoli sono dovuti. Lo spettatore si ritrova quasi a casa, avendo la possibilità di respirare le atmosfere che hanno reso celebre questo drama tutto spagnolo, ma al contempo le medesime atmosfere rischiano di giungere come rarefatte, come un riflesso sbiadito di ciò che è stato: un esempio è il rapporto fra rapinatori e ostaggi, qui un po’ abbozzato in scene occasionali, come nella dinamica fra Denver e il giovane stagista Miguel, nel suo tentativo di conquistare la compagna di sventure Amanda. Scene che non toccano perché non sembrano nascere da un percorso narrativo organico e naturale, ma sono piuttosto richiami forzosi, inseriti per creare un di filo rosso con momenti e situazioni iconiche per la serie. Un altro esempio, nel penultimo episodio, è Raquel che ‘negozia’ con i fattori che volevano catturarla, in una scena che risulta un po’ troppo sopra le righe.

Non mancano tuttavia le novità. È innegabile che almeno parte dei nuovi personaggi debba ricalcare vuoti lasciati dai precedenti e uno degli esempi più lampanti è Palermo/Martìn stesso, che assurge a capo della banda e condivide molte qualità con Berlino. Il comportamento sopra le righe di Palermo dona almeno un po’ di varietà alla storia, sebbene alle volte tendente al ridicolo, senza abbandonare la sensazione che anche la sua caustica esuberanza faccia parte degli elementi forzatamente inseriti nel racconto. Il suo peso negli eventi del presente è molto più preponderante rispetto al suo ruolo nei flashback, dove quasi svanisce, e il suo innamoramento per Berlino è una sottotrama presto messa da parte, in attesa che possa riemergere nel quarto capitolo.
Bogotà, invece, è un tentativo di porre un calco di Mosca. Si comporta come l’elemento più stabile e saggio della banda, pur senza affrontare la dinamica padre e figlio che aveva reso speciale il rapporto fra Mosca e Denver. Purtroppo, benché Keuchkerian sia molto bravo a recitare nei panni dell’esperto saldatore, il suo comportamento appare confuso: alle volte ha la testa sulle spalle, altre volte flirta in maniera pesante con Nairobi ed è difficile inquadrarlo, perché sembra più che il personaggio si adatti alla storia, tralasciando ciò che lo dovrebbe rendere unico nella storia ed è una sensazione che si ripropone spesso durante i nuovi episodi dello show spagnolo.
La Casa de Papel - Parte 3Un discorso a parte merita Sierra, interpretata da Najwa Nimri, colei che riveste il ruolo di villain di questo nuovo capitolo delle disavventure dei rapinatori Dalì. Una gradita aggiunta, lei è l’agente che ha torturato Rio e si mostra all’altezza della mente strategica di Sergio, come se fosse sempre due passi avanti a lui. Un grave problema del suo personaggio, tuttavia, nasce dal suo tratto fondamentale: essendo l’agente Sierra il pari del Professore in questa grande partita a scacchi, il suo personaggio avrebbe potuto essere costruito attorno a questa qualità, senza sprecarsi in scenette abbastanza fini a sé stesse sui suoi bisogni da donna incinta, dando l’immagine di uno stereotipo che poco aggiunge e molto toglie ad uno dei nuovi volti più interessanti del nuovo lotto.

Per quanto riguarda le vecchie conoscenze, poco è cambiato. Il rimanere fedeli a sé stessi permette di riconoscere i tratti più distintivi che hanno reso celebri queste figure nel loro genere e oltre: l’esuberanza di Nairobi, le paure di Denver, l’ingenuità di Helsinki, ma anche l’impulsività portata fino all’assurdo di Tokyo. Alle volte, però, gli scrittori stessi sembrano ingiusti con il personaggio di Úrsula Corberó: spesso il suo difetto viene portato all’estremo e il suo personaggio non ne ricava niente, né crescita, né una nuova visione del mondo, come se questo perseverare fosse quasi irreale, perché non giunge come una decisione ostinata, ma come un artificio narrativo che tende a ripetersi, perdendo il suo effetto.
Nel mentre, lo svelarsi del passato del Professore continua in un percorso già iniziato dalla seconda parte della prima annata dello show. In questi flashback, oltre al già citato Palermo, ritorna Berlino e viene tratteggiato il progetto della rapina alla Banca di Spagna, che poi si muterà nel colpo alla Zecca. Molte domande riguardo queste analessi sono ancora sospese e c’è da sperare che questa retrospezione giungerà al suo culmine nella quarta parte de La Casa de Papel, perché al momento non aggiungono troppo sul tavolo, ma promettono di esaudire indagini a ritroso potenzialmente interessanti, anche se al limite del fanservice. I flashback più prossimi al presente del racconto, invece, hanno ancora la funzione di spiegare gli espedienti usati dalla banda, in un meccanismo narrativo che ancora funziona ma che sta diventando sempre più ripetitivo. Questa soluzione un po’ usurata si ravviva quando la spiegazione dell’infiltrazione nel caveau è affidata a Berlino in “48 metros bajo el suelo”: con questo espediente si sovrappongono il passato della banda, del professore e il presente, in un bel gioco di rimandi.
Questi richiami, questi flashback potrebbero donare un nuovo spessore ai personaggi del Professore e di Rachel/Lisbona, ma, come spesso avviene in questa terza stagione, è facile perdersi nel luogo comune, perché sebbene vi siano momenti – complice anche l’ottima recitazione – che li rendono convincenti, altre volte – soprattutto nei loro scontri – si avvicinano a terreni quasi stereotipati, che ingrigiscono la chimica che si poteva creare fra i due.

La Casa de Papel - Parte 3Come già menzionato, le situazioni in cui questo numeroso cast si muove ricalcano anche le atmosfere, gli eventi delle prime e della seconda parte per creare paralleli che facciano sentire a casa i fan. La vendetta del professore per l’uccisione di suo fratello potrebbe essere sufficiente come motivazione per intraprendere una nuova, ancor più perigliosa rapina, oltre all’ovvia ragione metanarrativa: La Casa de Papel vive dell’estetica della rapina e una stagione senza una rapina in grande stile non possiederebbe più il leitmotiv che ha reso celebre questo show.
Il problema sorge quando le trame e le sottotrame sembrano – similmente ad alcune scelte dei personaggi – non vivere di vita propria, ma essere solo elementi messi insieme per alimentare quanto più possibile la storia, senza curarsi di altro se non la spettacolarità e l’aggiunta di situazioni sempre più al cardiopalmo; alcune infatti sono abbastanza raffazzonate, come per cercare forzatamente una risposta emozionale del pubblico.
Esempi di questo sono il triangolo amoroso Palermo-Nairobi-Helsinki nato nel nulla e nel nulla abbozzato, che nonostante gli attori coinvolti non convince, neanche con il bel monologo della Alba Flores.
Un altro esempio potrebbero essere le valigette rosse dell’episodio “Las Cajas Rojas”. Regola aurea della narrazione è che ad ogni azione che alza l’asticella della tensione – cosa in cui La Casa de Papel ha sempre eccelso – segua un climax degno e l’entrare in possesso di segreti di stato sarebbe dovuto essere un punto molto importante della storia, che invece si risolve in pochi minuti nell’episodio immediatamente successivo, grazie ad un’intuizione di Sierra, su cui si sarebbe potuto impiegare più tempo per tratteggiarne l’astuzia anziché la voglia di dolci, dando senso all’abbandono di una delle sottotrame potenzialmente più intriganti. Lo show stesso, nella prima stagione, aveva trattato meglio sottotrame dai risvolti politici attraverso la figura di Alison Parker.

Per dirla in gergo, la terza parte de La Casa de Papelporta a casa il risultato’: è più spettacolare, sempre fedele a sé stessa nel bene e nel male e non manca dei suoi punti forti. Il problema, secondo chi scrive, è la superficialità con cui lo show tratta i suoi personaggi e le sue trame, che ricalcano un po’ troppo eventi già visti e già sentiti, risultando quasi manieristico. Di certo c’è ancora la quarta parte, che potrebbe svelare nuovi retroscena e continuare in un modo migliore di come la terza ha lasciato lo spettatore.

Voto: 6

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Un commento su “La Casa de Papel – Parte 3

  • Setteditroppo

    Concordo con l’ottima recensione. La sufficienza riesce a portarla a casa con fatica. La stagione è inferiore alle precedenti. La ripetitività è la nota dolente. Il personaggio della Sierra è la piacevole sorpresa. Non so bene spiegarmi il successo di questa serie. Forse sta in quel misto di candore e di furbizia con cui vengono costruite le scene, questo sì unico nel panorama seriale. Non so. So che è stato necessario “velocizzare” molte scene di questa stagione per gustarmi i momenti migliori. Forse è paragonabile alla leggerezza di certe canzoncine estive. Un fenomeno mediatico ma non un fenomeno sociale, se ha ancora senso fare questa distinzione. I suoi effetti non dureranno molto, credo.