
Ora che tutto è finito è importante risalire per un attimo alle origini di Transparent, ovvero a quel momento del 2014 in cui Amazon lancia la sua prima e significativa pilot season, ovvero quel modello distributivo che ha caratterizzato l’entrata nel mercato televisivo dell’azienda di Jeff Bezos. Nel tentativo di distinguersi da Netflix, Amazon ha infatti tentato infatti di promuoversi come quella piattaforma che, nell’ambito della decisione delle serie da sviluppare, attribuiva un ruolo partecipativo allo spettatore: a cadenza più o meno semestrale veniva messo a disposizione un gruppo di pilot che gli abbonati avrebbero visto e votato, e poi sulla base del gradimento dei propri iscritti la produzione avrebbe scelto quali far diventare serie TV e quali far diventare niente (per citare Pulp Fiction).
Se è vero che da qualche anno Amazon ha cambiato strategia (The Marvelous Mrs. Maisel è stata tra le ultime a essere stata sviluppata in questo modo) preferendo confezionare progetti fin da subito chiusi e interamente studiati in modo da dare garanzie ad attori e autori, è altrettanto vero che quello delle pilot season è stata una delle caratteristiche principali di Amazon e ha avuto in Transparent il suo principale simbolo, perché nei primi anni in cui la concorrenza era spietata la serie di Jill Soloway è stata l’unica capace di competere con i pesi massimi della TV, ricevendo un’importante quantità di premi e un elevato consenso critico.

Interpretata da un cast formidabile ed estremamente eterogeneo, Transparent ha per anni avuto come biglietto da visita il volto di Jeffrey Tambor, formidabile attore americano che per cinque stagioni ha vestito i panni della protagonista ricevendo meritatamente una pioggia di premi. Al termine della prima stagione la serie è immediatamente passata all’incasso e quando nel gennaio del 2015 Jill Soloway va a ritirare il premio ai Golden Globe come miglior serie comedy dell’anno nello speech urla “topple the patriarchy!” (“rovesciamo il patriarcato!”), mettendo in chiaro non solo la sua posizione politica ma anche il punto di vista militante con cui ha forgiato la serie.
Da quel momento in poi la serie è andata avanti ininterrottamente per cinque stagioni e il filo rosso che legava l’esperienza dell’autrice alla realizzazione dello show non si è mai spezzato: Topple diventa il nome di una grande famiglia e di una casa di produzione che accoglie i talenti provenienti da categorie marginalizzate e sostiene le loro voci dal punto di vista creativo e produttivo; Jill Soloway effettua un percorso di auto-scoperta che passa attraverso l’auto-identificazione come gender non-binary e la preferenza per i pronomi they/them; tant* interpreti, autrici e autori trans entrano a far parte del team della serie portando la riflessione sull’identità di genere e sul sesso a livelli sempre più alti.

Due persone all’interno della produzione hanno accusato Jeffrey Tambor di molestie e la cosa ancor più grave è che si trattava di due donne trans: Van Barnes, assistente di Tambor, e Trace Lysette, attrice regular della serie. Nonostante Tambor abbia cercato di smentire tutto, spesso in maniera un po’ goffa, sono venute fuori diverse testimonianze riguardo a suoi comportamenti non appropriati anche sul set di Arrested Development che hanno obbligato Amazon a prendere provvedimenti. Dopo un’indagine interna Jill Soloway decide di andare avanti senza il suo protagonista, scegliendo così di tutelare l’ambiente e i valori che la serie ha sempre portato avanti, soprattutto considerando che Tambor pur essendo il protagonista era uno degli elementi più fragili della serie dal punto di vista politico perché incarnava il peccato capitale dello show secondo i militanti più radicali: un maschio cis nei panni di un personaggio trans.

Transparent si chiude quindi con un finale musicale della durata di un film, una soluzione assolutamente inedita per la serialità televisiva, che si discosta totalmente dallo stile della serie e che ribadisce la volontà delle autrici di mettersi sempre in discussione e di continuare a sperimentare. Dopo aver alternato talenti creativi in quantità, aver fatto esplodere autrici trans come Our Lady J (ora nella writers’ room di Pose) e aver ingaggiato registe di altissimo livello come Andrea Arnold, Transparent decide di chiudere lì dove ha aperto, dalla famiglia (in senso letterale e in senso allargato) e dalla parte più intima dell’atto creativo, affidando la composizione del musical alle sorelle Jill e Finn Soloway.

I singoli numeri musicali non sono tutti perfettamente riusciti, anche perché gli interpreti della serie pur sforzandosi in maniera encomiabile non sono cantanti né ballerini e ciò non può che emergere nella qualità di alcune sequenze. Va da sé che allora i momenti migliori, nonché quelli più importanti, siano affidati a Judith Light, che dimostra di essere un vero e proprio portento a ballare e a cantare, oltre che ovviamente a recitare, prendendo sulle proprie spalle gran parte delle responsabilità.
Il personaggio di Shelly finisce per essere il più interessante di tutti, completando quel percorso di emersione iniziato già da un paio di stagioni: libera dalla presenza di Maura può finalmente liberare tutto ciò che ha sempre represso, quel dolore fatto dei traumi e delle accettazioni forzate che hanno costellato la sua vita; può parlare ai figli con la sincerità che solo il gesto artistico consente e comunicare loro tutte le contraddizioni che ci sono nell’essere madre, come fa in modo commovente nel numero musicale intitolato “Your Boundary Is My Trigger”.

Nella seconda parte le autrici si lasciano andare e la loro mano si fa sempre più libera, pur nella difficile missione di coniugare una storia preesistente alla voglia di sviluppare idee molto personali da mettere in scena e a quella di dar vita a discorsi in grado di parlare a tutti. Tra le cose più autobiografiche c’è “The Real Live Brady Bunch”, numero musicale lisergico visto attraverso una TV d’epoca dagli occhi di Ari che costituisce il frammento più atipico e sperimentale di questo finale. Brady Bunch era una sit-com degli anni Settanta che all’inizio degli anni Novanta le allora giovanissime sorelle Soloway portarono a teatro sotto forma di performance satirica e che ora riadattano utilizzando come burattini i personaggi di Transparent (tra cui un recasting di Maura), componendo forse il numero musicale con maggiori livelli di lettura di questo finale, perché all’interno vi si può leggere un discorso sulla famiglia Pfefferman, sulla televisione americana e sulla biografia di Jill e Finn Soloway.

Stiamo parlando di “Joyocaust” il numero musicale conclusivo che risponde alla domanda: come reagire all’Olocausto? A un certo punto la risposta è opponendo una reazione uguale e contraria, quindi uguale per potenza ma contraria per segno, ovvero sostituendo l’orrore con la gioia. Utilizzando una coreografia e dei costumi che simulano una sorta di technicolor che omaggia il musical classico con il ruolo magico dei suoi numeri di canto e ballo, “Joyocaust” costituisce un’ultima grande festa in nome dell’amore universale, oltre che, tra le righe, la reazione di un gruppo di persone prima ancora che di creativi al trauma provato dalle vicende legate a Tambor.
Il “Musical Finale” di Transparent non è una conclusione perfetta, perché arriva come una soluzione emergenziale in seguito a uno scossone da cui era molto difficile riprendersi. Jill Soloway avrebbe potuto giocare sul sicuro provando a chiudere nel migliore dei modi le linee narrative con un finale speciale-omaggio (come è stato fatto con Sense8) e forse il risultato sarebbe stato più compiuto, ma sicuramente meno significativo. Prima di Transparent, infatti, era impossibile pensare che un player importante come Amazon decidesse di puntare su una serie con un personaggio trans come protagonista ed è anche grazie alla serie creata da Jill Soloway che oggi abbiamo Pose e tante altre produzioni in cui lavorano persone trans. Transparent ha avuto un impatto sia sulla cultura contemporanea che sulla produzione televisiva enorme, ha rotto tante barriere e infine è terminata con qualcosa di unico, senza curarsi minimamente di raggiungere la perfezione. Perché se c’è una grande lezione che la serie ci ha dato è che quando si guarda al mondo con un approccio in perenne transizione, la perfezione (e in generale i punti di arrivo) non esistono.
Voto Musical Finale: 7 ½
Voto serie: 9
