
E la discussione non è tanto data dal fatto che non meritasse tout court di avere dei riconoscimenti, ma il paragone con le serie appena citate o anche con la vittoria di The Marvelous Mrs. Maisel dell’anno prima sembra far tornare indietro il concetto stesso di comedy e il percorso di uscita dal “tunnel Modern Family” che “gli addetti ai lavori ” stanno intraprendendo. Per anni e anni, sia agli Emmy che ai Golden Globe, la categoria è stata sempre monopolizzata da un certo tipo di prodotto seriale, per dirla banalmente: la sit-com vecchia maniera. In questo ambito, Lorre è sempre stato una delle voci più autorevoli, e basta aprire la sua pagina Wikipedia per rendersene conto. La sua vittoria farebbe quindi pensare ad un ritorno vincente di questo tipo di serialità: ciononostante, con The Kominsky Method anche l’ormai veterano della tv ha tentato di fare un passo in avanti, uscendo dalle pose teatrali della sit-com e dalle risate registrate, per provare a dare uno spaccato sull’amicizia e sulla vecchiaia molto più vicino ai toni della dramedy.
La prima stagione è stata fortemente incentrata sui due protagonisti, da un lato Sandy Kominsky (Michael Douglas) con i suoi problemi di non accettazione degli anni che avanzano e della carriera da attore ormai dimenticata, e dall’altro il cinismo a tratti un po’ stantio di Norman Newlander (Alan Arkin), vedovo da poco e ormai stanco della sua professione. Se presi singolarmente, sia come storie che come personaggi, nessuno dei due ha davvero nulla di nuovo da raccontare, eppure la vera forza della stagione precedente era stata esattamente la loro combinazione come storie e personaggi, il racconto che viene fuori dall’incastro di due vecchi scorbutici narcisisti e la riscoperta di un’amicizia vera. Il passo in avanti che fa la seconda stagione è quello di uscire dall’architettura a due, per cui tutto quello che accade non è più dato o innescato solo dai due protagonisti, ma c’è il tentativo di aprire il racconto verso una coralità maggiore, sia come numero di storie che anche come dinamiche.

Anche l’avvento del vecchio/nuovo amore di Norman ha il suo bel peso in questa equazione, Madelyn, interpretata dall’indimenticabile signora del west Jane Seymour. Ovviamente sempre nel quadro di persone borghesi e benestanti, anche Madelyn è una ricca vedova abbiente, con i problemi che si confanno ad una donna del suo stile: i discorsi sul sesso e sulla prostata a ottant’anni, l’imbarazzo di affrontare un argomento del genere, evitare il fantasma di Eileen per non “dirle” della sua nuova fiamma, andare a fare una cavalcata insieme per fare una facile ma efficace citazione, sì, sono sketch carini e che strappano anche più di una risata. Ma il momento in cui il personaggio della Seymour riesce a distaccarsi da Norman perché i suoi modi bruschi e patriarcali le ricordano l’ormai defunto marito e quindi arriva alla consapevolezza di cosa non vuole da una relazione (perché anche a più di settant’anni si deve scegliere) è sicuramente tra le sezioni più belle della stagione.

Insomma, il bilancio alla fine della seconda stagione è che, al netto delle caratteristiche costitutive di una serie come The Kominsky Method, del nome del suo creatore e dei suoi protagonisti, vince su ogni cosa la voglia di andare oltre lo stereotipo, di fare della coralità un punto di forza per allargare il suo raggio d’azione e non solo di eventuali risate. Ovviamente non sarà mai una dramedy alla Kidding o alla Barry, giusto per citarle di nuovo come termini di paragone, fatte di una sperimentazione che non può appartenere a Lorre; ma, senza tradirsi troppo, “the angriest man on TV” qualche passo in avanti lo sta decisamente facendo.
Voto: 7½

White heterosexual privilege, non credevo che certe fesserie da libtard d’oltreoceano dovessimo leggerle anche noi…
Ma perchè precisare che i protagonisti sono bianchi maschi etero, quindi privilegiati?