
Le otto vicende narrate sono infatti la rappresentazione di storie vere pubblicate su Epic Magazine – di proprietà di Vox Media, anche produttrice esecutiva della serie – rielaborate dalle sapienti mani della coppia Kumail Nanjiani (Silicon Valley) e Emily V. Gordon, coniugi autori anche di quella splendida rom-com del 2017 che è stata The Big Sick, ispirata proprio alla loro relazione. Insieme a loro nella produzione della serie troviamo anche, tra gli altri, Lee Eisenberg, noto produttore di The Office, e Alan Yang, il cui nome si lega immediatamente a serie del calibro di Parks & Recreation, Master of None e Forever. Con dei nomi simili e con un progetto di questa rilevanza non si poteva che attendere con un certo hype l’inizio di Little America e, a seguito del pilot, possiamo già dire che i motivi fossero più che validi.
Sin dalla prima puntata, infatti, emerge non tanto la volontà documentaristica di mettere in scena delle storie vere di emigrati, quanto la necessità di andare oltre questa intenzione, attraverso un’analisi mai banale dell’integrazione e delle difficoltà ad essa collegate per raccontare, in modo commovente ma mai strappalacrime le trasformazioni subite dall’America stessa – e per estensione potremmo dire anche da tutti quei paesi che diventano meta ambita dagli emigrati in cerca di una vita diversa.

La maturità e il senso di responsabilità di Kabir, presenti in misura molto più forte rispetto ai suoi coetanei, lo porteranno a cercare di elaborare un’ingegnosa soluzione per riunirsi con i suoi genitori proprio attraverso quelle parole, studiate con impegno per partecipare alle note gare di spelling a stelle e strisce: la duplicità di questo piano finisce quindi col legarlo indissolubilmente alla sua vita di giovane americano e al contempo a quella di figlio di migranti. È infatti proprio attraverso quelle parole che la serie ci racconta cosa vuol dire imparare sulla propria pelle concetti tremendamente difficili, che ci vengono mostrati connessi in maniera indissolubile alla separazione dalla sua famiglia e inscindibili dalla sua cultura d’origine.

Sono solo trenta minuti, eppure la vita di Kabir appare così chiara da farci sentire fino in fondo gli effetti che questa separazione ha avuto – e avrà, anche nel futuro che non ci viene mostrato se non attraverso le foto dei veri protagonisti a fine puntata – nell’animo del giovane. E non è difficile pensare all’America di questi ultimi anni, a quanti bambini sono stati separati dai loro genitori al confine, a quanti futuri adulti vivranno con questo peso invisibile dall’esterno, ma incancellabile per chiunque lo abbia provato.
Little America apre quindi la sua breve antologia di storie vere con una puntata scritta e girata in modo impeccabile, in cui il passare del tempo è raccontato per fluidi accostamenti di immagini ma soprattutto di parole, che ci ricordano come ciascuna di queste, per ognuno di noi, possa avere significati che vanno oltre la semplice definizione di un vocabolario.
Voto: 8
