
Servant si muove su questi binari al suo debutto sul piccolo schermo; il creatore Tony Basgallop ha puntato molto sulle atmosfere claustrofobiche, su di una tensione costante e ineluttabile. Prodotta dal famoso regista M. Shamalayan, Servant sceglie l’ambientazione più vicina a gran parte di noi: le mura domestiche.
Le premesse della serie sono dirette e semplici, com’è uso in simili narrazioni, ma sono altrettanto tragiche. Jericho, il figlio neonato di Dorothy e Sean Turner, è morto in circostanze funeste e, per aiutare la madre ad uscire dallo stato catatonico, la famiglia impiega una bambola reborn, riuscendo a riscuoterla grazie alla Doll Therapy. Tuttavia, il risultato è un’illusione dolorosa da vivere, un cul de sac dove la scelta è fra perdere di nuovo Dorothy e la falsa serenità di una famiglia allo sbando. L’insopportabile velo di bugia si squarcia quando viene ingaggiata Leanne come domestica, per aiutare in casa: Jericho, da un giorno all’altro, respira, vive, è fatto di carne e sangue. E Dorothy non può accorgersene, passando dall’illusione alla realtà con naturalezza disarmante, mentre la nuova inquilina agisce come se nulla fosse. Lo spettatore si affaccia alla vicenda con gli occhi di Sean, sebbene per breve tempo, e l’atmosfera in cui viene immerso rispecchia pienamente l’ambivalenza della domanda posta dal teaser:
What do you believe?

Questa scelta creativa risulta in parte vincente, perché aggiunge una dimensione quasi atavica alle disgrazie che piombano sui Turner e lo spettatore avverte visceralmente la spada di Damocle sul loro capo, ma alla volte l’intreccio risulta appesantito dal lento incedere, dalla densità di un ogni gesto, di ogni sguardo e azione e non possiede la terribile leggerezza con cui il terrore dovrebbe invadere lo spettatore.

Una storia simile non può che legarsi indissolubilmente alla resa dei suoi personaggi; la recitazione mantiene sempre ottimi livelli e i nomi coinvolti entrano perfettamente nella parte, trainati dalla giovane Nell Tiger Free (la Myrcella di Game of Thrones), che ci consegna una Leanne in bilico fra l’innocenza e la presenza minacciosa, ma anche visibilmente combattuta fra la fedeltà verso la Chiesa o verso i Turner.
I panni dei coniugi sono indossati da Toby Kebbel (Black Mirror) e Lauren Ambrose (Claire Fisher in Six Feet Under), perfettamente entrati nei rispettivi ruoli, fra la taciturna introversione del primo e l’allegrezza ostentata della seconda. Il nome più altisonante è quello di Rupert Grint; molti lo ricordano come lo svampito e coraggioso Ron Weasley di Harry Potter, ma in Servant recita come il dissoluto e irruente fratello di Dorothy. La quasi unità di spazio dello show restringe notevolmente il cast, ma è d’uopo ricordare partecipazioni come quelle di Jerrika Hinton e Tony Revolori, che, sebbene in parti marginali come la chinesiologa di Dorothy e del sous chef di Sean, riescono a lasciare il segno, nella speranza che la già annunciata seconda stagione dia loro più spazio.

Sean Turner si mostra come svogliato, di poche parole, a causa della situazione insostenibile da lui vissuta. Che sia un cuoco non è una scelta casuale, ma si incastona nell’intreccio del racconto. È Sean che porta in casa il cibo impuro, è lui che cucina la placenta dopo il parto per simboleggiare una rinascita. Al contempo, mentre proietta all’esterno le sue inadempienze, diventa insensibile se non per il dolore con cui le schegge lo tormentano nel ricordo di una colpa che solo zio George può rendergli chiara, in una scena che ha tutto il sapore di una rivelazione. Nonostante i dubbi avuti sin dal primo istante riguardo il miracolo, rimane incapace di accettarlo fino a che non gli è stato portato via. Anche qui, lo show ci lascia con una domanda: i dubbi di Sean erano fondati o stava guardando dalla parte sbagliata, pensando ad uno scambio? Di certo è la figura con cui è più facile sentire sintonia, ma che pian piano perde la nostra fiducia, mentre la narrazione si immerge nel passato dei Turner.
Dorothy è il motore degli eventi, forse un’occasione mancata per Servant. Ogni cosa passa attraverso lei, è escogitata per la sua guarigione e probabilmente sono le scoperte su di lei che conducono Leanne a cambiare più volte atteggiamento verso i Turner, nella decisione se graziarli o meno del loro miracolo. Eppure, lei è l’unico personaggio che non ha giovato di una vera evoluzione in questa prima annata. La sua importanza è fuor di dubbio, così come ineccepibile la sua interpretazione, ma l’essere imprigionata nel suo personale Limbo la lascia indietro rispetto al resto degli attanti.

Le tematiche che la riguardano sono delicate e se c’è un pregio nell’averle trattate, va riconosciuto l’aver saputo quantomeno come maneggiarle. Le possibilità di evoluzione sono ancora lì, in attesa di essere debitamente sfruttate per dare uno spessore anche alla madre di Jericho.
Julian Pearce è l’ultimo dei protagonisti introdotti, ma se gli zii di Leanne rappresentano le conseguenze ineluttabili della tragedia umana dei Turner, Julian è il riflesso di ciò che realmente si nasconde dietro le vestigia di una famiglia borghese moderna. La sua dissolutezza spoglia costantemente il mondo dei Turner della rispettabilità che si costruiscono attorno, eppure lo rende più vero. Nell’ottimo ottavo episodio, “Boba”, lo spettatore scopre un altro lato di Julian: la causa della sua irruenza non è la semplice dissolutezza, ma nasce anche dal genuino desiderio di aiutare la sorella. La scoperta di certi sentimenti è una confessione spinta dal contatto con i presunti poteri della domestica, in una delle scene più forti e più riuscite della stagione: una Leanne in pieno controllo fronteggia Julian, che rivela qualcosa di se stesso sotto la scorza da bon vivant. Apprendiamo che, di fatto, sia l’unico nella famiglia a credere che lei possa superare il suo trauma, per quanto sia altrettanto complice alla farsa della ricomparsa di Jericho come bambola reborn. Zio George (Boris McGyver, House of Cards) arriverà a dire che Julian è come lui e, di riflesso, sembra quasi volergli offrire comprensione e compassione.

La natura del ‘miracolo’ dei Turner è, invero, degno di indagine, ma ciò che rimane allo spettatore dal debutto dello show targato Apple+ è l’increspatura, poi crepa, poi voragine apertasi in una famiglia come tante altre e il lento, inesorabile declino nella farsa, che solo qualcosa di inspiegabile, di incontrollabile ha potuto scuotere. Ma il risveglio dall’illusione avviene solo quando il miracolo è sparito, portato via da colei che in Dorothy e Sean aveva visto qualcosa tale da spingerla quasi a tradire la sua fede. Servant è una serie che si prende il suo tempo, alle volte un po’ troppo avara con i suoi intrecci, ma che sa tenere lo spettatore con il fiato sospeso, portando una nebbia incerta lì dove tutto dovrebbe esser chiaro.
Voto: 7½
