
Lo spin-off di Vince Gilligan e Peter Gould ha superato di volta in volta le aspettative degli spettatori, stupendo anche chi, in principio, pensava che non potesse mai raggiungere il livello e il fascino della serie madre, Breaking Bad.
Better Call Saul ha “scioccato” tutti in positivo nel suo raccontare con maestria la caduta morale di un personaggio che solo superficialmente appare comico, ma che, come abbiamo potuto notare nelle ultime annate, è invece intrinsecamente tragico, figlio dello stesso tipo di pessimismo che ha pervaso la figura di Walter White in Breaking Bad. Capace di staccarsi da quest’ultima, Jimmy/Saul ha assunto uno stile e una dimensione peculiari che hanno permesso al personaggio di acquisire una totale autonomia, tale da non farlo più dipendere dall’eredità del passato. Si potrebbe dire, anzi, che Better Call Saul abbia addirittura superato la qualità stessa di Breaking Bad, presentandoci personaggi molto più complessi in un contesto che viene rappresentato con una cura che, spesso, rasenta la maniacalità.
Le prime due puntate di questa quinta stagione non modificano affatto questo stato di grazia, introducendo un’annata che ha tutta l’impressione di proseguire sotto il segno della tensione. Lo stesso flash-forward* di “Magic Man”, il più lungo andato in onda fino ad ora, ci introduce in un futuro cupo e ansiogeno, che presagisce come la figura di Saul Goodman sarà insostenibile e spaventosa anche per il nostro stesso protagonista, che cerca inutilmente di scrollarsi di dosso l’ombra di quell’identità.
A tal proposito, è gestito splendidamente il contrasto fra questo mood pessimistico e cupo, premonitore di futuri risvolti negativi, e quello comico con cui viene presentato un Jimmy che ormai ha completato quasi del tutto la sua trasformazione in Saul. Questo contrasto si avverte non solo nella costruzione della puntata, ma soprattutto nella consapevolezza da parte degli autori di come gli spettatori accoglieranno con felicità il ritorno di questa figura tanto familiare per i fan dell’universo di Breaking Bad.
È impossibile non accogliere con un sorriso il ritorno di Saul Goodman, dei suoi completi sgargianti, della sua parlantina furba e instancabile, della sua innata abilità di rivoltare le situazioni a proprio favore, infischiandosene della moralità delle sue azioni. Saul Goodman, insomma, è tornato (o, perlomeno, siamo dinanzi alla sua figura prototipale) ed è difficile non essere felici di rincontrare un personaggio che, fino ad ora, ha scalpitato dietro i pensieri e i desideri di Jimmy, nutrendosi dei suoi dubbi, del senso di inferiorità che provava per la figura del fratello maggiore, simbolo di un avvocato realmente legato al senso di giustizia.

La perenne perfezione della resa tecnica dello show e, soprattutto, le interpretazioni fantastiche di Bob Odenkirk e di Rhea Seehorn mettono in luce un rapporto che sembra stia arrivando al capolinea, proprio perché Kim non riesce a superare e ad ignorare quei confini morali che invece Saul calpesta con tanta leggerezza. Per quanto l’avvocata si sia lasciata spesso trasportare da alcuni atteggiamenti alla “Slippin’ Jimmy” (distinguendosi così da una figura tanto irremovibile com’era quella di Chuck), Kim semplicemente non può superare determinati limiti e la differenza sostanziale fra i due non sta tanto nelle loro azioni, ma nella reazione a queste ultime. L’aver seguito il consiglio di Jimmy riguardo il cliente che rifiutava il patteggiamento, di fatto ingannandolo, ha devastato la nostra Kim: la differenza fra i due sta nella reazione immediata della donna, nel suo rileggere e rivalutare la moralità delle proprie azioni; cosa che, inutile dirlo, Saul non arriva neanche a contemplare. È una differenza, questa, che Kim non riesce più ad ignorare e che avrà sicuramente ripercussioni nelle puntate successive.

Limbo che ha accolto anche il nostro Mike – che continua ad imporsi come uno dei personaggi meglio scritti dell’intero universo di Gilligan e Gould –, la cui contraddittorietà fra un’umanità che non l’abbandona mai del tutto (e che si riflette nel suo rapporto con la nipote e nel senso di colpa che prova per Werner Ziegler) e una quotidianità fatta di crimine e morte si sposa benissimo con il pessimismo e la tensione che pervadono questi due episodi. Queste non perdono mai di credibilità ma, anzi, infondono alla serie stessa nuove sfumature e sensazioni che invadono non solo Mike, ma ogni personaggio dello show, a prescindere da quanto le loro vite possano distinguersi le une dalle altre.
Non è un caso, allora, che il finale di “50% Off” veda il riavvicinamento della vita da avvocato di Saul a quella, criminale, di Nacho: testimonianza di questa stessa condivisione di emozioni e di due mondi che, d’ora in avanti, perderanno le loro differenze e si confonderanno tra loro in maniera sempre più incisiva, aprendo la strada alla creazione di quell’universo che abbiamo conosciuto con Breaking Bad.

Voto 5×01: 8/9
Voto 5×02: 8/9
*Il flash-forward presente in “Magic Man” sarà tristemente ricordato anche per l’ultima apparizione televisiva, nei panni del magnetico Ed Galbraith, di Robert Forster, venuto purtroppo a mancare lo scorso Ottobre.

Provo i tuoi stessi sentimenti, le stesse preoccupazioni, questa lenta discesa verso il buio più cupo non solo di Jimmy, ma dell’intero racconto, terrorizza e non poco. Temo il peggio per Kim e Nacho probabili, anzi certissime vittime sacrificali e questo fa davvero male. Il variopinto Saul non mi fa più sorridere, è il ritratto della tristezza come i clown col sorriso dipinto del circo.
A me l’impressione che ha dato da subito Better Call Saul è che il personaggio che dà il titolo alla serie sia l’anello debole. La vera potenza è su Mike e su Fring, perché quando compaiono vorrei che le loro scene non finissero mai. Ma forse è meglio così, meglio limitare l’apporto di Nutella all’organismo, no?