
Con questa terza stagione, lo showrunner Derek Simonds (When We Rise, The Astronaut Wives Club) riconferma la formula di successo della serie, che vede l’omicidio e l’assassino svelato fin dal primo episodio e tutta l’indagine improntata sul capire il movente (apparentemente incomprensibile) che ha portato alla tragedia. Con una mossa rischiosa, però, l’autore decide di mischiare questa volta le carte in tavola, portando sullo schermo un quadro generale che invece già dall’inizio sembra fin troppo chiaro e prevedibile.
Questa volta non abbiamo una ragazza che nel bel mezzo di una spiaggia piena di gente decide all’improvviso di afferrare un coltello e uccidere un estraneo, né un bambino che con un’inquietante meticolosità pianifica e mette in atto l’avvelenamento dei propri genitori. Per lanciare la sua terza stagione, The Sinner decide di giocare più in sordina: un semplice incidente stradale in cui l’omicidio è una “semplice” omissione di soccorso, con James (Matt Bomer) che deliberatamente sceglie di rimanere a guardare mentre il suo amico Nick (Chris Messina) lentamente muore dissanguato per le ferite riportate dallo schianto che li ha coinvolti entrambi.
Qui arriva la prima variazione sulla formula: l’assassino non è immediatamente dichiarato colpevole, ma desta solo i sospetti del navigato detective Ambrose (Bill Pullman), il che apre alla possibilità di un confronto in stile “caccia al topo” che è un topos visto e rivisto più volte sia in tv che al cinema. Del resto, la caratteristica principale che contraddistingue Ambrose da altri detective è sempre stata l’empatia nei confronti dei “peccatori”, quell’empatia che lo porta ad indagare sulle loro motivazioni anche quando la chiarezza del loro gesto porterebbe chiunque a liquidarli come mostri non degni di alcuna considerazione. Cambiare (perlomeno apparentemente) questa cifra stilistica e narrativa della serie è un rischio molto alto, che porterebbe la serie nel territorio del già visto, privandola di quella originalità che è il motivo principale del suo successo.

Certo, non mancano indizi sparsi qua e là a farci intuire che qualcosa di più torbido e inquietante si nasconde dietro il passato del protagonista (e il personaggio di Sonya sembra messo lì proprio per dirci che più persone sono in realtà coinvolte nell’ambiguo rapporto tra i due amici), ma l’episodio scorre in maniera fin troppo lineare e con dinamiche poco sorprendenti, il che potrebbe rappresentare un problema con un pubblico ormai disabituato a dover aspettare una settimana per scoprire cosa accadrà dopo.
C’è inoltre un altro elemento cruciale che contraddistingue ogni stagione di The Sinner: la scelta dell’attore per interpretare il personaggio intorno a cui ruota l’intera stagione. Del resto, con una backstory mai troppo ingombrante, il detective Ambrose (un sempre sornione Bill Pullman) ha l’anomala funzione di protagonista/spalla del personaggio centrale di turno. Dopo avere scommesso su due talenti come Jessica Biel e Carrie Coon, questa volta la serie si prende il rischio di puntare su una star come Matt Bomer, che però non ha certo recentemente spiccato nei suoi ruoli per il grande pubblico, con parti poco efficaci in Magic Mike o American Horror Story: Hotel.

In sostanza, il vero colpo di scena di questo episodio sembra essere per ora la scelta di “normalizzare” la serie, quasi privandola degli elementi di originalità che l’avevano caratterizzata. Si tratta probabilmente di un depistaggio con tante sorprese ancora da rivelare, ma è come se gli autori avessero voluto giocare sul sicuro, perdendo però così quell’elemento di destabilizzazione che fin dagli esordi è stato il marchio di fabbrica e ragione del successo della serie.
Voto: 6.5

Arrivati al quinto episodio credo si possa dire che la terza è una stagione fallimentare (almeno fino ad ora), di una noia indescrivibile