
Quello di Mrs. America è un viaggio al contrario, che non prende un personaggio considerato da molti in modo positivo e ne racconta il successo, ma piuttosto una donna da molti vista come un villain e ne racconta il successo delle idee, ma il fallimento della persona. Attraverso di lei, però, la serie fa un viaggio negli ultimi quarant’anni della società americana. Questa cavalcata attraverso gli anni che hanno portato alla crescita potente del movimento femminista americano e poi alla propria sconfitta, quantomeno in quei numeri e con quegli obiettivi, ci dice anche un’altra cosa: tutto sommato, siamo ancora a quel punto lì sotto troppi punti di vista. Certo, sembra quasi pura fantascienza guardare ad un periodo in cui democratici e repubblicani erano divisi su politiche economiche ed estere, ma non necessariamente su quelle civili, eppure l’uso politico delle tematiche sociali e la debolezza nel prendere sul serio certe posizioni sembrano essere tristemente noti.
In Mrs. America questo è il punto di partenza e la prima vicinanza con il mondo contemporaneo: ad una situazione iniziale considerata con grande ottimismo per le istanze liberali – l’incessante corsa della ratifica dell’ERA sin dal pilot e la presidenza Obama– si passa alla disfatta rappresentata da quegli anni ’80 che in America significano Reagan e il dominio dei conservatori, uno specchio quasi perfetto della presidenza Trump (Let’s make America great again).
Attraverso le questioni politiche e sociali, la serie non smette mai di raccontare i propri protagonisti, prendendosi il tempo di scrivere e mostrare con cura una larga fetta delle figure principali di quell’epoca, senza infatti fermarsi ad una superficialità di facciata. Con la scelta non sempre perfetta ma forse necessaria di dedicare ogni episodio ad una protagonista differente di questa storia si è potuto parlare di queste donne e del loro posto non solo nei due movimenti contrapposti, ma anche e soprattutto nel mondo.

Poi, però, ci sono scene che è difficile mettere da parte, e il cui impatto sulla percezione pubblica è innegabile. Parliamo, ad esempio, della prima candidatura di una donna nera alle primarie democratiche, o il raduno di donne tutte insieme anche se di opinioni molto differenti, la mobilitazione di grandi masse in un sentimento d’unità mai avvenuto prima in queste proporzioni. C’è anche la reazione, l’altrettanto numeroso esercito di coloro le quali lo status quo non vogliono cambiarlo, una forza che condurrà alla presidenza Reagan, ancora oggi esaltata dai conservatori e odiata dalla sinistra e dai movimenti per i diritti civili. Sono due mondi che si confrontano, sebbene ancora non proprio in un percorso alla pari: sempre costante si insinua un senso di sufficienza da parte degli uomini, i quali osservano con malcelata insofferenza queste rivendicazioni di cui hanno vilmente paura, sia tra i democratici che tra i repubblicani. Quelli affrontati dalla serie sono discorsi che chiedono agli uomini di tacere, non per un istinto reazionario o violento, benché legittimo, ma perché la loro voce e la loro opinione si è sentita spesso ed è conosciuta da molto tempo. La serie fa lo stesso con i suoi protagonisti e i suoi spettatori: non insiste su cose conosciute né traccia parallelismi anacronistici o troppo forzati con la realtà contemporanea. Eppure l’uomo ritorna, preponderante proprio alla fine, nell’unico episodio dedicato ad uomo: quel Ronald Reagan che aleggia nei discorsi di tutti e la cui voce si sente solo per riportare in cucina quella donna a cui quel ruolo, benché propugnato, proprio le sta stretto.


Non c’è dubbio che questa rappresentazione della Schlafly non piacerà ai suoi sostenitori né a quelli dell’attuale Presidente americano – l’ultimo atto ufficiale di Phyllis è proprio l’aver dato il proprio endorsement a Trump – ma non si può dire che gli autori si siano limitati a rappresentarne le debolezze: Phyllis voleva un ruolo politico di forza e lo ha avuto; non nel settore che avrebbe preferito, ma non è stata capace di mollare l’osso quando ha ricevuto le attenzioni che riteneva di meritare, ben più di quella che un’amicizia tossica potesse regalarle. Ha dovuto accettare dei compromessi, ha chiuso un occhio sul razzismo di una certa parte delle proprie alleate perché le tornavano comodo e per vincere sapeva di aver bisogno di ogni freccia al proprio arco, anche quelle meno pubblicamente gradevoli. Checché se ne dica, Phyllis ha cambiato la politica americana, ma ne è rimasta a sua volta bruciata.
Mrs. America è un racconto perfetto scritto con grande acutezza, nove episodi in cui delle vere protagoniste raccontano un lato della storia americana che ha ancora oggi un impatto straordinario. È una storia moderna, a tratti difficile da sopportare, con attori in grandissima forma (menzione speciale alla sempre eccellente Margo Martindale) e una scrittura attenta e precisa. È, insomma, una serie bella e necessaria, che non crea né santi né eroi, pur raccontando di atti eroici e titanici.
Voto Stagione: 9
