
A inizio anno Run era una delle serie più attese, in particolare per via della preesenza di Phoebe Waller-Bridge come produttrice e come attrice, la quale può vantare un enorme credito dopo Fleabag e Killing Eve, facendo quindi schizzare alle stelle l’attenzione verso questo nuovo half-hour targato HBO.
In effetti il pilot era tremendamente efficace, perché caratterizzato da una scrittura in grado di introdurre alla perfezione i personaggi usando veloci ma affilate linee di dialogo, esaltando così una struttura e un concept di partenza basati sull’imprevedibilità e sui non detti. Tutto ciò che Run non mostra è accattivante, ma in una serie di soli sette episodi da venticinque minuti questo discorso inizia a essere presto molto fragile, perché arriva immediatamente il momento in cui bisogna mostrare e raccontare le cose con coraggio e senza nascondersi dietro il fuori campo, che sia visivo o narrativo.

Alla luce di ciò e fatte tutte le premesse necessarie, che non esauriscono i pregi di questa serie che comunque non sono pochi, va ad ogni modo ribadito che arrivati al termine della prima stagione di Run si rimane delusi. Come mai? Con il passare degli episodi la serie si è rivelata più interessante per quello che non diceva che per quello che diceva, tanto che una volta dipanata la trama il racconto si è rivelato abbastanza tradizionale, così come la caratterizzazione dei personaggi principali, con Ruby che rientra quasi perfettamente nella donna che è stata imprigionata da una vita borghese non sapendo più neanche se ha voglia di uscirne e Billy in quello dell’uomo di talento scapestrato che però con gli anni si trova senza nulla in mano.

Non bastano una premessa di partenza intrigante e dialoghi spesso taglienti e ottimamente recitati per fare una buona serie, e forse anche questa progressiva contrazione dei formati – sia per la durata dei singoli episodi sia (soprattutto) per il numero di episodi a stagione – non deve essere presa solo come una trasformazione positiva, ma anche come una tendenza che non può non avere al suo interno anche una serie di insidie da non sottovalutare.
Dark comedy della stessa lunghezza hanno dimostrato che per sostenere questo tipo di formato bisogna avere chiaro nella testa cosa si vuole raccontare, in modo da esaltare sia il singolo episodio sia una struttura che deve per forza di cose preparare la conclusione in modo che quest’ultima venga esaltata dall’intero percorso. Barry, ad esempio, in entrambe le sue stagioni ha lavorato perfettamente in questa direzione, non sedendosi mai sulla trama orizzontale ma al contempo costruendo un intreccio in grado di porre il finale come un climax profondamente coerente.
In Run invece qualcosa è andato storto, perché la serie ha iniziato ad aprirsi a ventaglio e, quando tutto sembrava aver introdotto una serie di linee narrative da portare avanti e di personaggi tutti da sviluppare, è arrivata la conclusione, in maniera abbastanza scioccante dal punto di vista strutturale, come se fosse un epilogo forzato.

Run non è una serie da bocciare e alcune sue premesse positive non possono essere eluse, dal setting ferroviario alla splendida interazione tra i due interpreti principali, passando per una serie di monologhi particolarmente riusciti, ma è proprio per questo che finisce per essere una grande delusione, perché tutto il resto funziona così male da sprecare un potenziale ottimo. Visto il finale è lecito aspettarci una seconda stagione alla quale chiedere di correggere alcune cose e di fare maggior attenzione sia alla struttura narrativa sia alla messa a fuoco delle motivazioni dei personaggi.
Voto: 6
