![[Recuperi Seriali 2020] I May Destroy You - Le infinite sfumature del consenso](https://www.seriangolo.it/wp-content/uploads/2020/08/I-may-destroy-you-1-300x169.jpeg)
Con queste parole Michaela Coel – autrice, interprete, sceneggiatrice e co-regista della serie BBC, poi andata in onda anche su HBO, I May Destroy You – nel 2018 rivelò durante il festival Edinburgh International Television che aveva subito una violenza sessuale mentre lavorava alla seconda stagione di Chewing Gum, la serie che ha portato Coel a essere conosciuta dal grande pubblico. Il discorso, che si può trovare interamente online, arrivò poco dopo la rivelazione del suo nuovo progetto per BBC Two, all’epoca chiamato January 22nd, presentato come uno show che avrebbe esplorato il tema del consenso in ambito sessuale nel mondo contemporaneo.
L’idea di lavorare ad una serie partendo da un evento autobiografico così traumatico come quello di una violenza sessuale, aggravata dall’uso delle tristemente note “droghe dello stupro”, era già di per sé un progetto potentissimo: sebbene esistano molte opere, appartenenti a medium diversi, che raccolgono le testimonianze reali di donne che hanno subito abusi per creare prodotti ora completamente autobiografici, ora mescolati a elementi fiction, il passo in più compiuto da Michaela Coel risulta evidente sin da subito, a partire dal pilot.
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Arabella è l’esatto opposto, e qui c’è il primo, grande passo rivoluzionario di Michaela Coel: se ogni volta che si parla di violenza sessuale la priorità sembra essere quella di controllare non il background dello stupratore ma quello della vittima – che se già aveva bevuto di suo, beh, insomma, un po’ se l’era andata a cercare, no? –, qui, prima ancora che la violenza avvenga, le cose vengono messe subito in chiaro. Arabella è un personaggio che rifugge da qualunque necessità di santificare le vittime di abusi: e questo non cambia – non deve cambiare – di una virgola la gravità di ciò che le accade. Il profilo della vittima di stupro, ancora nella nostra società contemporanea, deve essere più pulito di una donna angelicata, altrimenti non si può non includere una sua responsabilità in quanto le accade – e quante volte abbiamo sentito uomini e donne insinuare che con quella gonna, a quell’ora, in quella strada, se a una donna succede qualcosa avrebbe dovuto aspettarselo. Michaela Coel non mette nemmeno sul piatto della bilancia queste questioni nella costruzione di Arabella: è completamente fuori discussione che il suo aver bevuto e assunto droghe prima di essere drogata da qualcun altro abbia anche solo un minimo di peso nel tremendo gioco delle responsabilità di una violenza sessuale. Anche qui, come nella vita reale di Coel, Arabella si “sveglia” mentre sta scrivendo negli uffici dell’azienda; anche per Arabella la realtà arriva a ondate, con flashback che le danno stralci di ricordi ma assolutamente nessun indizio sul suo stupratore.
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Si parla di violenza su omosessuali (spesso poco considerata sia a livello sociale che giudiziario), inganno, stealthing (pratica per cui un uomo si toglie il preservativo poco prima della penetrazione senza accordo col partner, ma anche eventuali perforazioni del preservativo, da entrambe le parti: in alcuni paesi tra cui l’Inghilterra è illegale, in altri come l’Italia no), fino alle sfumature più sottili e meno trattate di tutto ciò che riguarda il consenso, che potrebbero andare tutte sotto lo stesso cappello – una generalizzazione, ovviamente – “cose importanti non comunicate a un partner in ambito sessuale, forzature all’apparenza anche minime ma non per questo meno gravi”.
Ciò che colpisce in questo ampio progetto di disamina del consenso è proprio come Coel abbia deciso di parlare di tutte queste parti indipendentemente dal fatto che al centro della storia ci fosse uno stupro: come a dire, ci sono diverse sfumature di violenza sessuale, alcune sono evidentemente più gravi, ma questo non rende le altre meno significative.
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Fondamentale in questo caso, come nell’approccio alla violenza a inizio serie, è il rapporto con la terapia, che la stessa Michaela Coel consiglia a chiunque sia vittima di traumi (sempre dall’intervento del 2018 al Festival di Edinburgh: “For survivors of trauma: therapy is great and you can get it for free […] My mum has been a mental health specialist there for a decade, that’s how I know. It’s good to talk and engage with someone else, transparently […] – “Per coloro che sono sopravvissuti a un trauma: la terapia è ottima e potete averla gratuitamente […] Mia mamma è stata una specialista di salute mentale lì [in un centro di Londra, ndr] per un decennio, ecco perché lo so. Fa bene parlare e mettersi in relazione con qualcun altro, in modo trasparente”).
Non meno importanti sono altri due temi fondamentali nella poetica di Coel, entrambi presenti nella serie seppure con risultati differenti.
Il primo, certamente più riuscito, è legato al razzismo, allo sfruttamento che ancora oggi subiscono persone nere e di colore in ogni ambito; ma ancora di più – in modo più implicito eppure molto più potente – quanto il giudizio basato sul colore della pelle sia così presente sin dalla tenera età da alterare la forma mentis di una persona al punto da cambiare completamente l’ordine mentale ed emotivo delle priorità. Dopo aver subito lo stupro, Arabella è costretta a confrontarsi per la prima volta nella sua vita con il suo essere donna, e si confronterà, nel corso della serie, per la prima volta con violenze subdole che in precedenza non aveva mai percepito come tali. Arabella racconta: “Prima di essere stuprata, non avevo mai fatto troppo caso al fatto di essere donna. Ero impegnata ad essere nera e povera”.
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Il secondo punto nasce dal fatto che Coel sia vegana (non lo è Arabella, e questo crea un cortocircuito interessante soprattutto quando il tema viene trattato in una puntata specifica, cui si lega anche lo sfruttamento razziale) e che le istanze legate al mondo animale e più in generale alla Terra che abitiamo facciano parte di un ampliamento ancora più importante del tema dell’intersezionalità. Non è questo il luogo per approfondire questo genere di tematiche, ma ciò che è possibile dire è che questa pare essere la parte forse meno riuscita del progetto: l’idea di base di collegare il tema della violenza e del consenso a quello delle violenze praticate ogni giorno al pianeta su cui viviamo era sicuramente uno spunto notevole, tuttavia la resa si è ridotta ad alcuni accenni e montaggi troppo brevi per creare un discorso di più ampio respiro. Di certo non possiamo dire che Michaela Coel non abbia provato a inserire tutte, davvero tutte le sfumature del tema del consenso.
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Il consiglio è ovviamente quello di recuperare la serie il prima possibile, con la consapevolezza che molto di quello che si vedrà potrà mettere in discussione alcune di quelle apparentemente granitiche certezze che ci siamo costruiti nel corso della vita; ma siccome crescere – e si cresce sempre, a qualsiasi età – vuol dire soprattutto mettere in dubbio ciò che pareva certo e andare verso il nuovo con spirito critico ma anche con mente e cuore aperti, non si può che riconoscere ad I May Destroy You un ruolo fondamentale in questo processo conoscitivo.
NOTA:
Questo articolo fa parte della rubrica estiva “Recuperi Seriali 2020“: durante il mese di agosto parleremo, con articoli senza spoiler, di alcune delle serie 2020 di cui non abbiamo avuto l’occasione di parlare e che secondo noi andrebbero assolutamente recuperate!

Mi manca ancora qualche puntata, ma per ora sono due i punti che più mi hanno impressionato di questa serie: il primo è la naturalezza, quasi commovente, con cui tratta tematiche (o semplicemente fatti quotidiani) che non si vedono MAI in televisione o al cinema; il secondo è la complessità dei personaggi, soprattutto il loro avere un sacco di difetti ed un sacco di pregi allo stesso tempo, impedendo di dare giudizi immediati come “buona/cattiva persona”. Serie fondamentale e imperdibile comunque!
Assolutamente d’accordo! Sul primo punto mi verrebbe da citare, senza fare spoiler, una scena tra Arabella e Biagio che da donna, giuro, non pensavo avrei mai visto in televisione (normalizzare certi argomenti è il primo passo per farli uscire dall’area del tabù).
Il secondo punto è altrettanto importante, senza spoilerare nulla, io ho amato come Terry ad esempio sia una grande amica ma anche inaffidabile, sul momento volevo prenderla a sberle ma la verità è che le persone sono così, non sono una cosa sola. Davvero, una serie che ha molto da insegnare su come si scrivono i personaggi per la tv contemporanea!
Sì pensavo proprio a quella scena con Biagio in effetti!