Disney+ sembra non essere l’unico streaming service dove l’MCU pianta la bandiera. Dopo la sfortunata e brusca chiusura con Netflix, gli adattamenti Marvel scivolano dalla stretta presa del colosso in un’altra piattaforma streaming non troppo lontana: Hulu, con una serie stand-alone sulle disavventure di una sinistra famiglia. Queste sono integrate nello sfaccettato universo alternativo dei supereroi, ma la storia presentata in Helstrom è completamente slegata dal filone cinematografico nell’atmosfera, nei luoghi, nel tenore della narrazione.
Il fumetto da cui la serie nasce riassume la trama presentata sin dal primo episodio “Mother’s Little Helpers”: Daimon e Ana Helstrom, fratello e sorella, conducono due vite separate rispettivamente a Portland e a San Francisco. L’uno è al servizio indiretto e tollerato del Vaticano per i suoi poteri demoniaci, l’altra fa da vigilante usando speculari abilità paranormali. Entrambi hanno un lavoro che copre la loro identità ed entrambi sono legati a doppio filo da un passato oscuro che minaccia di ingoiarli anche da adulti, a causa della madre. Victoria Helstrom è segregata ma ancora pericolosa, in virtù della presunta possessione che la avviluppa. Lo show sfiora la tematica dell’abbandono, costruendo le sue vicende attorno agli effetti di un trauma di natura familiare, ma fortemente influenzato dal lato oscuro di una mitologia cristiana appena abbozzata in un riflesso quasi hollywoodiano.
Purtroppo, ci sarebbe davvero poco altro da dire sul primo episodio della serie targata Marvel e Hulu. “Mother’s Little Helpers” ha i suoi pregi: l’ambientazione ritratta nel pilot è accattivante, sebbene alle volte troppo artificiosa nei suoi cliché; l’estetica curataaiuta nel lasciare impressialcuni momenti dove il demoniaco si fa più vivido sulle scene, ma poco più. I semi del mistero che accompagnerà i protagonisti sono ben piantati, nonostante la serie opti per la prevedibilità, mantenendosi su binari sicuri. La vendibilità del prodotto ne giova, ma non la narrazione. Gli spunti interessanti almeno per divertire non mancano, sebbene aleggi su Helstrom la costante sensazione di una storia che non desidera andare oltre la sufficienza, che non prometta di impegnarsi più di tanto, se non nel consegnare un prodotto da consumare. Persino l’appassionato del genere o del fumetto rischierebbe di storcere davanti a molte smussature dal materiale di origine o al ripresentarsi di scene sin troppo familiari nel panorama seriale, cinematografico, letterario.
Questa scontatezza è uno dei peggiori difetti delle prime scene di Helstrom. Dopo una sigla iniziale davvero bella, che introduce suggestivamente alla vicenda con conturbanti disegni infantili, le prime scene dell’esorcismo eseguito da Daimon scadono non solo nel già visto, ma anche in una patinata celebrazione del protagonista e della sua arguzia da manuale. Mancare il bersaglio prefissato è altrettanto una costante. Quando la narrazione tenta un approccio più serioso, appare così manieristico da essere involontariamente caricaturale, soprattutto nei dialoghi che parlano e spiegano allo spettatore, anziché cementificare rapporti e dinamiche interpersonali. Invece, nei tentativi di strizzare l’occhio allo spettatore nel ricercare uno humour più nero, nessuno ha potuto costruire una personalità tale da sbrecciare lo schermo e creare la giusta connessione, nonostante il lavoro attoriale sia tutt’altro che mediocre, con nomi tutt’altro che sconosciuti, fra Elizabeth Marvel (Fargo, House of Cards), Tom Austen (Shameless UK, The Royals) e Robert Wisdom (Prison Break, The Wire).
I protagonisti e i personaggi in generale sono poco più del ruolo che rivestono in una storia, foggiata come un prodotto confezionato, dalle intenzioni ben precise. Nessuno di loro è memorabile, perché ognuno è lo specchio di un tropo, di un archetipo volto a creare familiarità con lo spettatore non oltre la superficie di un bello e tormentato, di una mentore che vive in funzione dei succitati dialoghi esplicativi, di una ligia teologa alla sua prima esperienza sul campo contro le potenze infernali. L’unica figura che riesce ad abbozzare una propria identità è AnaHelstrom, soprattutto verso la fine dell’episodio, quando forse è troppo tardi per sanare gli stereotipi sinora abusati. Proprio nell’ultimo quarto d’ora “Mother’s Little Helpers” si sveglia dal suo torpore, grazie ad un montaggio molto azzeccato ruotante attorno ai momenti di vulnerabilità dei protagonisti, dove l’atmosfera propria dell’orrore e i potenti effetti di un dramma familiare sono sfruttati al meglio. Purtroppo, queste scene sono una mosca bianca – almeno nel primo episodio. Dopo pochi minuti, Helstrom ricade nella prevedibilità, grazie ad un’azione sconsiderata e ad un salvataggio in extremis che nulla aggiungono al racconto e anzi dipananola trama lontano dalle premesse iniziali, incaponendosi sul ritrarre personaggi con poco da dire.
Helstrom non è una pessima apertura, ma questo è un primo episodio che lascia molto poco allo spettatore. Poco di più ci si poteva aspettare da una storia che non osa raccontare se stessa attraverso i suoi personaggi; forse certe premesse meritavano qualcosa di più. Non è tuttavia detto che il resto degli episodi non esaudisca certe promesse rimaste in sospeso da “Mother’s Little Helper”.
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