
È interessante osservare, tra questo complesso materiale cronachistico trasformato in narrativa, cosa, prima della visione della serie, monopolizzasse la discussione riguardante lo show: quest’ultima sembrava essere completamente accentrata sulle possibilità e sulle modalità dell’interpretazione di Donald Trump da parte di Brendan Gleeson. Sceglierà la prova mimetica tutta sforzo muscolare o accentuerà i connotati in virtù di una satira aperta, o, ancora, impegnerà l’economia espressiva per dirigere la realtà in altre situazioni? In breve, di che interpretazione – termine che mai come in questi casi è utile nel suo doppio significato di incarnamento di una realtà individuale e di lettura di questa realtà individuale – si tratterà?
Ecco, dopo la visione dell’intera miniserie si può rispondere a queste domande e si può anche, se non ridimensionarle, reinquadrarle: il personaggio di Donald Trump non appare sulla scena se non nella seconda metà del progetto e in qualità di guest star dal minutaggio comunque contenuto. Come si poteva prevedere – un po’ per il nome dello show, che fa riferimento all’ex direttore dell’FBI e non al Presidente, un po’ per le preannunciate intenzioni narrative, legate al memoir dello stesso Comey – Trump non è il grande protagonista e non muove le linee narrative del progetto. È invece l’antagonista perfetto, il cattivo sopra le righe che a un certo punto diventa il nodo del discorso, il problema all’ordine del giorno, e attrae in negativo tutte le linee narrative verso di sé, sbilanciando gli equilibri e gli interessi. La sua posizione è simbolica.

Questo qualcosa è il Potere. La volontà assoluta di Potere, la crescita esponenziale, bulimica, espansiva, tossica del desiderio del possesso e del comando. Trump è simbolo del Potere e in quanto tale non ha connotati propri, ma vive di un invasamento che si cristallizza in vari segni oppressivi, dal trash talk alle ruvide strette di mano. La miniserie si prende quindi la responsabilità di giocare con i massimi sistemi, i pesi massimi del piano concettuale sociopolitico e filosofico (nell’accezione particolare di filosofia della storia e della politica) e dispone a un lato del ring, del piano narrativo, un simbolo forte. Ora, per quanto sia affascinante e ambizioso mettere in scena un simbolo, è necessario disporre questo corpo in una dialettica, in un movimento all’interno di una costellazione di simboli o in una narrazione che risponda alla sua forza. È necessario, ecco, metterlo in moto: in che direzione si muove il potere incarnato da Trump secondo lo show?
Si muove contro la Giustizia: all’altro lato del ring ci sono infatti proprio la Giustizia e la Legge. Nello show il Potere di Trump è un potere che cerca di mangiare i dispositivi giuridici, che cerca di controllarli, disporli a suo favore, condizionarli o semplicemente annullarne l’indipendenza: sotto l’aspetto segnico, è una mossa di inglobamento o di disattivazione simbolica – un simbolo che non vuole che crescere, diventando il più potente, vuole inglobare gli altri simboli; sotto l’aspetto tematico è un’operazione di smantellamento e delegittimazione dei contropoteri; sotto l’aspetto narrativo è una serie di licenziamenti contro gli agenti della giustizia e della legge – i licenziamenti che stanno al centro di The Comey Rule. In particolare, questo avviene contro lo staff intorno a James Comey, già citato direttore dell’FBI, e contro Comey stesso, in prospettiva simbolica. Perché, per una trasparente simmetria dei ruoli, delle funzioni e ancora una volta dei funzionamenti segnici, anche la Giustizia sembra essere nella serie incarnata da un corpo, da un individuo. Questo individuo è proprio James Comey (interpretato da Jeff Daniels – The Newsroom).

Ecco quindi il quadro delle forze della narrazione di The Comey Rule: da una parte l’azione del Potere, con il corpo Trump a simboleggiare le sue forze; dall’altra la Giustizia incarnata da Comey. La miniserie muove le due pedine piccole per far combattere i grandi concetti, all’interno di una cronaca relativa agli eventi del 2016. Fino a qui non sembra esserci niente di sbagliato: questo momento recente della storia americana funziona da perfetto palcoscenico per ragionare sui poteri che funzionano negli Stati Uniti, e sull’emergere di Trump come Potere disinteressato agli equilibri – perché Potere e Giustizia agiscono qui in una scoperta opposizione e sono forze esposte nella misura del conflitto. Il funzionamento di riduzione simbolica serve per intercettare l’interesse del pubblico, per cui è molto più facile seguire una vicenda politica (densa di terminologia specifica, sottotrame tecniche e risoluzioni verbali serrate) in virtù di un aggancio personalizzato, emotivo. La serie inizia però a incontrare difficoltà per una condizione strutturale di base ignorata e per una modalità di svolgimento rispetto all’asse Giustizia-incarnazione-Comey.

Cerchiamo di spiegare perché il personaggio diventi un problema per la credibilità della narrazione, e soprattutto della narrazione simbolica. Una volta deciso di controbilanciare il Potere interpretato da Trump con una figura personale in rappresentanza della Giustizia, la serie intraprende un percorso che mira a rendere simbolico il personaggio Comey. Opera quindi come per Trump, puntando cioè sul lato epifenomenico della sua persona, sull’insieme di segni del suo immaginario e rimuovendo qualsiasi elemento che comprometta l’astrazione? Comey non ha i connotati di un antagonista perfetto, non è archetipico come Trump, o almeno non ci sono i presupposti per utilizzare lo stesso percorso. La serie sceglie quindi una strada più complessa, tortuosa, paradossale anche: sceglie di raccontare la natura integerrima, pura, il rapporto ideale del personaggio con il concetto che incarna, caratterizzandolo con elementi di realtà individuali. Mentre con Trump la serie rimuove realtà, asporta pezzi di concreto e sottolinea aspetti dell’immaginario, rendendolo sempre più astratto, con Comey procede nel senso inverso, gli aggiunge realtà, credibilità umana: è un uomo, un padre, un marito, uno che sbaglia, uno che prova a fare del suo meglio, uno che chiede consigli, uno che vuole fare il suo mestiere al meglio delle sue capacità.

Quando la serie corregge la rotta rispetto al simbolo corregge anche l’atteggiamento di Comey: mentre durante le operazioni riguardanti le mail di Clinton il suo comportamento operativo era caratterizzato dalla presa di responsabilità verso decisioni discutibili per gli standard dell’FBI (ma trasparenti nel senso della Giustizia), la sua risposta al licenziamento da parte di Trump – licenziamento che tocca anche il Dipartimento di Giustizia, in un attacco alla Giustizia in sè – è caratterizzata da un dispiacere verso la fine del suo contributo individuale al progetto dell’FBI, contributo quindi conscio di essere solo parte di qualcosa di più grande. Il cambio è misurabile anche rispetto al fatto che Comey diventa presto vittima delle scelte di Trump: è il risultato di un ridimensionamento, di una contrazione del suo potere simbolico, che segue al più importante racconto del tentativo di raggiramento della Giustizia da parte del Potere. Nelle scene finali, quelle in cui guarda gli uffici dal marciapiede affiancato dalla moglie, Comey è addirittura inquadrato a un livello inferiore rispetto alle stanze della Giustizia, è in posizione di dislivello rispetto al concetto della Giustizia. La sterzata che cambia la lettura allo show reinquadra a posteriori queste scelte di costruzione e le trasforma non in una agiografia – in un elogio completo – ma in un’agiografia monca. In questo senso il personaggio diventa un problema di credibilità, perché la carica simbolizzante su cui era costruito si sposta e lo lascia un progetto a metà strada tra la realizzazione e l’idealizzazione.

La sfida programmata tra Trump e Comey, rappresentanti di concetti in lotta, quindi non avviene, o avviene in una misura differente rispetto alle aspettative inizialmente disposte della serie. Perché per quanto i due personaggi si confrontino in alcune scene, decisive e calcolate come risolutive, che li vedono contrapposti e in più o meno implicito conflitto, la non credibile o completa incarnazione della Giustizia in Comey sbilancia la battaglia e la delegittima di interesse emozionale, perché si percepisce un granello d’inconsistenza e di arbitrarietà nel funzionamento di parte dell’ingranaggio. Il conflitto funziona di più quando Trump – licenziando vari elementi del Dipartimento di Giustizia o dell’FBI – attacca la natura transpersonale della Giustizia, provando a ingraziarsi i singoli tramite il Potere, i favori, la corruzione, aggirando cioè l’ordine non individuale della forza legislativa, che è tuttavia inaggirabile. In questo caso avviene un conflitto credibile, appassionante e purtroppo anche spaventoso. Cioè funziona di più quando viene messa in scena la sfida tra il desiderio del Potere e l’incorruttibilità della Giustizia; in questo caso i simboli sono trattati nella loro giusta misura, nella loro giusta estensione. Il Potere è veicolato da un individuo e vive della sua tensione desiderativa, invece vari individui veicolano la Giustizia, che si trova su un piano più alto: mentre il Potere vive nell’individuo, gli individui vivono nella Giustizia.

Risultano comunque di impatto le ultime scene della miniserie, quelle in cui sono rappresentate, dopo la descrizione puntuale e prevedibile dei cambiamenti (licenziamenti) fatti da Trump nell’organico dell’FBI e al Dipartimento della giustizia degli Stati Uniti d’America, le stanze del Potere e della Giustizia, esemplificate dall’inquadratura dell’ufficio dell’FBI e dello Studio Ovale. Stanze vuote, senza coloro che ci lavorano e le abitano giornalmente, stanze in attesa o stanze ormai senza più valore? Solo in questo caso le immagini producono un senso forte, ambivalente, ambiguo, stratificato, una costruzione in cui addentrarsi e approfondire, un fatto estetico che spinge alla discussione: sono nature morte che certificano la desolazione valoriale e l’abbandono degli ideali, o sono spazi che si aprono alla possibilità di essere valorizzati, o sono spazi-valore indistruttibili, concetti trascendentali che esisteranno sempre? In queste scene The Comey Rule dice qualcosa sulla realtà sociopolitica americana, qualcosa che nella sua restante parte non mette bene a fuoco.
Voto: 6½
