
I temi che si mescolano fra loro in modo così riuscito sono tre: il fatto che questa sia la stagione più politica di tutte, con la precisa scelta di far coincidere il tempo della narrazione con quello della carriera politica da Prima Ministra di Margaret Thatcher (1979-1990); il fatto che ci sia una più alta presenza di donne in ruoli chiave, sia da un punto di vista politico che narrativo (in passato Queen Elizabeth era unica tra uomini, supportata solo dalla Regina Madre e dalla sorella Margaret; ora, oltre a Thatcher, abbiamo Diana Spencer, Camilla Barker-Bowles e una cresciuta e quindi molto più presente Princess Anne); in ultimo, la stagione, che in nome di questo aumento di personaggi femminili avrebbe potuto vedere una messa sullo sfondo della sovrana, è invece quella che più di altre sembra indagare nella psiche di Elizabeth, che è stata ormai quasi completamente cambiata dal potere della Corona.
Quest’ultimo punto è fondamentale non solo per cercare di comprendere la monarca vivente più longeva al mondo (e quarta più longeva nella storia mondiale): ma anche perché attraverso l’analisi della sua persona diventa automatico e necessario fare lo stesso col resto della famiglia, in una stagione in cui il peso della Corona subisce una sorta di trasferimento, incarnandosi nelle catene di Buckingham Palace. Ed è per questi motivi che partiremo proprio dall’ultimo punto, nel tentativo di dipanare l’enorme matassa di questa ricchissima annata.
“And… in the meantime, it is your job to…”
“Stick around, stay alive, and keep breathing”
“Precisely.”

La vediamo quasi perfettamente a suo agio con un ruolo dominato dall’inattività: quell’inazione che la Corona insegna diventa per Elizabeth uno stile di vita; ogni problema viene affrontato con uno stoico “bisogna farlo, non preoccuparti, ti abituerai”, che emerge con spietato candore proprio nei momenti in cui la Regina si confronterà con i figli nel quarto episodio, “Favourites”. L’esempio più lampante del suo enorme cambiamento rispetto al passato si trova davanti alla medesima situazione, vissuta però in anni diversi: se ai tempi di Margaret il suo veto al matrimonio col divorziato Peter Townsend era vissuto con un’evidente lacerazione interiore di fronte ai tormenti della sorella, davanti al figlio Charles il comportamento è profondamente diverso. Di più, davanti ad una Margaret (che in questa stagione sembra diventare la coscienza psicologica della famiglia) che sottolinea la crudeltà del continuare a condannare le persone all’infelicità, Elizabeth ascolta, ma non si prende nemmeno il tempo di pensare: raggiunge Charles e gli ribadisce senza alcuna remora o comprensione emotiva che quello è il suo ruolo, che è ciò che deve fare, che si abituerà. La sua risposta a tutto è “It’ll pass”: stando fermi e immobili, accettando il destino, prima o poi ci si abituerà alla situazione che è stata imposta, l’importante è non fare troppa resistenza. Del resto lei stessa ne è un esempio lampante: sappiamo tutti quanto i tradimenti di Philip l’abbiano fatta soffrire, eppure adesso sono ridotti ad una battuta serafica fatta a colazione, una stilettata dall’altra parte del tavolo che ha il sapore della sofferenza passata, che in quanto tale non costituisce più né una minaccia, né una preoccupazione.

Questa impostazione conduce ad un’ovvia ma mai così evidente anaffettività generale all’interno della famiglia, che, se con l’arrivo di Diana esploderà in modo lampante, non può non essere notata anche prima a livello di scrittura, ed è qui che entra in gioco il trasferimento simbolico tra la Corona delle prime stagioni e il Palazzo. I momenti conviviali che la famiglia vive sono tutti non a caso a Balmoral: l’unico luogo in cui gli intoccabili Reali possono essere “umani”, cucinano, si servono da soli, lavano i piatti – indimenticabile il curioso aneddoto, non mostrato, del regalo di Natale di Thatcher alla Regina¹. E forse non è nemmeno un caso che i test sulle persone nuove si tengano proprio lì: per dare una sorta di certificato di approvazione a chi è in grado di gestire questa dicotomia da capogiro, a chi può ancora dimostrare di essere “umano” nonostante le rigidissime regole di Buckingham Palace, il luogo in cui tutti tornano nelle loro immobili postazioni. Da una dicotomia simile non potevano che emergere persone doppie anche da un punto di vista di valutazione morale, che nella stesura di questa stagione non cade mai in maniera univoca su nessuno dei personaggi coinvolti (con un’eccezione, come vedremo).

In The Crown nessuno si salva ma sono al contempo tutti contestualizzabili, e questo è possibile grazie ad una scrittura attentissima, che subito dopo il momento in cui ci avvicina a un personaggio ci fa sentire l’obbligo di allontanarcene e poi, di nuovo, la spinta a comprendere e a ricalibrare la nostra bussola morale.
Non si è affatto spettatori passivi davanti a una stagione come questa.
E non lo si è neanche quando si pensa di aver intuito questo andamento e di potercisi abituare, perché è proprio in quel momento che arriva il settimo episodio, “The Hereditary Principle”, in cui viene raccontata la vera storia di Nerissa e Katherine Bowes-Lyon, le cugine della Regina chiuse in un ospedale psichiatrico e date per morte per non “macchiare” il sangue reale. Qui non c’è contestualizzazione che tenga: per quanto la Regina Madre si sforzi di spiegare ad una Margaret sotto shock che “era ciò che si doveva fare”, la spiegazione non può reggere perché le due cugine avevano un’anomalia genetica proveniente da un ramo della famiglia che mai avrebbe potuto influenzare “il sangue reale”. Nessuna spiegazione avrebbe reso meno insopportabile questa scelta, ma il fatto che non ce ne sia nemmeno una plausibile rende la Regina Madre (in quanto unica responsabile ancora viva nella Casa Reale) il personaggio con cui è davvero impossibile empatizzare.
Questo evento pare rappresentare il vero punto di non ritorno per le regole della Casa Reale: l’idea della “linea di sangue pura” ha guidato sia questa decisione sia quella dei matrimoni obbligati, e in entrambi i casi ha causato sofferenze enormi. Tuttavia, se le conseguenze fossero rimaste “solo” le infelicità dovute ad unioni sbagliate, forse le cose non sarebbero mai cambiate. Si ha la sensazione, davanti a questa scelta narrativa e alle vicende reali, che la scoperta di questo segreto di famiglia abbia impresso un’accelerazione importante nell’eliminazione dell’idea che il sangue reale vada preservato a tutti i costi; e forse è proprio per questo che, nell’arco di pochi decenni da questa sconcertante scoperta, anche l’idea dei matrimoni reali è cambiata e si è arrivati a ben due unioni allora impensabili: il matrimonio di Charles con Camilla Parker-Bowles e a quello di Henry con Meghan Markle, attrice afroamericana e divorziata.
“We can be a rough bunch in this family. […] What does it feel like?”
“A cold, frozen tundra. […] An icy, dark, loveless cave… with no light… no hope… anywhere.”

È qui che iniziamo a vedere lo sviluppo della bulimia, il disturbo alimentare di cui la Principessa del Galles ha notoriamente sofferto: sebbene a un primo sguardo possa sembrare non contestualizzato a sufficienza, una narrazione che fosse andata ad approfondire una questione già nota a tutti e così privata avrebbe rischiato di cadere nel morboso – senza pensare poi al fatto che i suoi figli sono ancora segnati da queste vicende (l’impegno di William e Henry negli ambiti della salute mentale non nasce certo dal nulla). La contestualizzazione è generica, ma non per questo meno potente: il senso di claustrofobia trasmesso da una giovanissima Diana chiusa nella sua prigione dorata è mostrato in modo impeccabile, così come la sua necessità – inascoltata e inattuata per molto tempo – di rompere le righe per non perdersi del tutto.

Il percorso di Diana non arriva al suo completo sviluppo, dato il taglio della storia al 1990, ma il lavoro di Corrin nell’introdurre questo cambiamento soprattutto nelle ultime puntate (e la stagione si chiude proprio su di lei, con i flash delle foto di Natale che fanno da eco anticipatoria al suo triste destino) è encomiabile. Non stupisce in questo senso il modo in cui Corrin è stata scelta: era “semplicemente” l’attrice che leggeva le battute di Diana per il casting di Camilla, proprio per la scena del pranzo. La sua interpretazione ha portato la produzione ad offrirle un ruolo come quello della Principessa del Galles, per cui non si era nemmeno candidata.
“I have found women in general tend not to be suited to high office.”
“Oh? Why’s that?”
“Well, they become too emotional.”
Tra le molte donne di questa annata, l’altra grande protagonista è proprio lei, Margaret Thatcher, interpretata da una Gillian Anderson quasi irriconoscibile, e non solo per i capelli. Come si diceva all’inizio, questa stagione corrisponde esattamente al periodo in carica di Thatcher come Prima Ministra e una gran parte di queste puntate è proprio dedicata alla politica, declinata sotto due chiavi di lettura: la politica di Thatcher, così rilevante nella storia inglese e mondiale, e il rapporto tra Thatcher e la Regina.

Cosa si può dire allora di un personaggio come questo? Thatcher è stata un simbolo della politica del secondo Novecento, e non solo; il suo carattere, le sue decisioni, sono passate alla storia al punto da donarle un soprannome che non ha a che spartire con le sue conquiste ma col modo in cui agiva. Anderson ha lavorato molto su quello che si ricorda di Thatcher come persona, ossia una donna simbolo di rigidità, austerità, invulnerabilità; ne scaturisce quindi un’interpretazione altrettanto chiusa, ristretta, con un “range of movement” limitato e lento non solo per l’età (che del resto è la stessa della Regina) ma perché lei si muoveva così politicamente parlando: lenta, costante, irremovibile dal suo obiettivo. E poi certo, ci sono le caratteristiche vere cui Anderson ha attinto, e sarebbe strano se non l’avesse fatto².

Il confronto tra le due donne al potere si avvia sin dal primo incontro a una serie di cortocircuiti, che nel primo caso (l’intrusione di Michael Fagan³) serve a evidenziare come la Regina, pur nella sua torre d’avorio, sia comunque più interessata a ciò che accade al suo popolo nel “qui e ora” rispetto a Thatcher, che invece abolisce qualunque visione periferica per visualizzare solo un ipotetico e radioso futuro per il Paese – che però non prevede l’esistenza di cittadini che abbiano un briciolo di forza meno di lei.
Questo momento però è solo in preparazione al grande scontro, quello sulle sanzioni dell’Apartheid (4×08, “48:1”): è un altro dei momenti in cui la Regina prova a uscire dalla sua inattività e nel farlo causa una mezza crisi istituzionale. Sebbene Buckingham Palace abbia sempre negato un diretto coinvolgimento della Sovrana, la serie prende posizione sia storicamente – riportando la dichiarazione di Nelson Mandela, dunque riconoscendo un valore all’iniziativa di Elizabeth – sia narrativo, dimostrando per l’ennesima volta come i tentativi della Regina di diventare “attiva”, e di non lasciare che le cose semplicemente accadano, vengano soppressi da un sistema perfettamente collaudato, che sia incarnato dal marito, dalla madre o dalla Corona stessa. L’episodio non a caso inizia con un’inaspettata Claire Foy a reinterpretare la Regina e il suo discorso al Commonwealth, ma soprattutto si conclude con le famose parole del ’47: “Dichiaro di fronte a voi che l’intera mia vita, per lunga o corta che sia, sarà dedicata al vostro servizio e al servizio della grande famiglia imperiale alla quale tutti noi apparteniamo.” Una promessa che l’ha costretta per l’ennesima volta a porre la Corona davanti alla sua volontà, in questo caso per di più con il sacrificio di un uomo, Michael Shea, usato come capro espiatorio.

Voto: 9
Note:
¹“Il secondo giorno, di solito, era meno formale e il principe Filippo organizzava per tutti un barbecue all’aperto. Al termine la regina, per l’orrore della signora Thatcher, sparecchiava e poi lavava i piatti a mani nude. La premier era così in imbarazzo che una volta si alzò da tavola e cominciò ad aiutare a portare via le stoviglie. Elisabetta, irritata, soffiò tra i denti: “Qualcuno può dire a quella donna di sedersi, per favore?” Quell’anno, a Natale, la Thatcher regalò alla sovrana un paio di guanti di gomma.”
Deborah Ameri, Sono la prima regina capace di guidare, Imprimatur, Reggio Emilia, 2016, pag. 56
²“Nonostante si rispettassero profondamente, rimasero sempre un mistero l’una per l’altra. Thatcher era una monarchica convinta […], eppure il suo atteggiamento estremamente professionale, per non parlare della sua mancanza da sense of humour, che la sovrana ha in abbondanza, le impedirono di instaurare con lei un rapporto più intimo.”
Riguardo agli incontri a Buckingham Palace: “Margaret era sempre molto nervosa, arrivava in anticipo (per l’irritazione di Sua Maestà che la faceva attendere fino all’orario prefissato) e poi si sedeva sul bordo della sedia, tirando fuori la sua agenda.”
Ivi, pag. 57
³Riguardo all’intrusione, negli anni è stato negato che la Regina abbia anche solo scambiato due parole con Fagan: avrebbe suonato la campanella e la vicenda si sarebbe conclusa così. Tuttavia il dubbio su questo celebre incontro rimane, e la serie decide con un’ottima mossa di inserirlo come collante tra Buckingham Palace e il popolo che subisce le politiche di Thatcher. A rendere forse fin troppo didascalico il collegamento, troviamo il parallelo tra la coda delle persone che si rivolgono al Comune per la disoccupazione e le persone (solo di un certo rango) in fila per stringere la mano ai Reali.

Più ci si avvicina al presente e più il compito diventa arduo e raccontare ed interpretare personaggi contemporanei fortemente impressi nella memoria collettiva, non è solo difficile, ma è anche rischioso proprio per quell’effetto macchietta al quale accennavi. Così, non nascondo che quella testa di Diana sempre inclinata di lato o quelle labbra sempre serrate e tese del Primo Ministro, mi hanno un po’ disturbato. Ma nulla in confronto alla sempre splendida e avvincente scrittura di questa serie che rende molti episodi, non solo di questa stagione, epici. Mi ha particolarmente colpito il discorso di Prince Philip a Diana poco prima della foto di Natale, quel ribadire con orgogliosa rassegnazione, la centralità dell’unica protagonista nella vita di tutti loro.
Ciao Boba Fett, capisco bene quello che dici riguardo a quegli accenni di alcuni personaggi che possono disturbare un po’ nella loro ripetività; io li ho visti (come nel discorso che ho fatto su Thatcher) come appunto più simbolici che non di mimesi, nel senso: noi è così che ricordiamo questi personaggi. Non so te ma io soprattutto per quanto riguarda Diana me la ricordo proprio così, come fosse cristallizzata in quell’immagine di chi si ritrova da giovanissima e molto ingenua ad entrare nell’occhio del ciclone e a non sapere bene cosa fare e come muoversi. Ma credo sia stato fortemente voluto, anche perché – ad esempio – se parliamo del sorriso timido di Diana vediamo come col passare del tempo rimanga sempre ma assuma connotati diversi: prima simboleggia appunto il suo essere un pesce fuori d’acqua, quindi l’imbarazzo e appunto l’ingenuità di chi ancora non ha capito come destreggiarsi o reagire davanti a certe cose; poi diventa più simbolo di una menzogna, cioè la bella faccia che ti metti su per sembrare sempre la stessa quando in realtà la tua vita va a pezzi; e poi sempre lo stesso sorriso, ma più smaliziato, di chi sta capendo come trovare il proprio spazio ma vuole continuare a giocarsi la carta della persona che non appartiene davvero alla famiglia reale e che invece è più vicina alla gente (ma con un piano che sicuramente la prossima stagione mostrerà di più).
Sul dialogo Philip-Diana hai perfettamente ragione, ne avevo scritto ma ho dovuto tagliare veramente moltissimo (e già come vedi ne è uscito un poema) perché per me rientra tutto in quel discorso che facevo su Buckingham Palace, dove ognuno ha il suo posto fisso e deve rispettarlo, e anche nel discorso di quel centro (la Regina) che deve però rimanere ferma e immobile, inattiva, vivere e respirare mentre tutti gli altri agiscono solo nell’ottica che questo continui ad accadere.
Davvero, c’è una marea di roba da dire su questa stagione, grazie per lo spunto così almeno ne abbiamo parlato nei commenti 🙂
Ciao, dato che condivido in toto la tua recensione, mi limito a farti i complimenti per le tue riflessioni su questa stagione. In particolare il tema dell’immobilismo mi ha particolarmente colpito perché hai colto il tratto essenziale di questa istituzione – la Corona – su cui in pochi si sono soffermati parlando del lavoro di Morgan. Questo è il vero centro del discorso cominciato dalla serie, che in fin dei conti si intitola proprio “The Crown” e non “The Queen”. Come garantire l’esistenza di una istituzione che solo attraverso il “non fare” può preservare se stessa e la sua funzione (e abbiamo visto quanto il non fare sia una dimensione assai critica in tempi turbolenti come quelli segnati dalla Brexit e dalle sue conseguenze o le recenti crisi del governo britannico e delle sue maggioranze). Il tema del servizio e del sacrificio per portare a compimento quella funzione è il vero motore immobile di tutta la serie. E’ il paradigma attraverso il quale leggere (quasi) tutte le interazioni tra i personaggi, indipendentemente dal giudizio morale che possiamo darne e dalle simpatie che i personaggi e le situazioni suscitano in noi. Magistrale in questo senso il discorso di Filippo nell’ultima puntata, dove esprime con disarmante chiarezza una meccanismo irrinunciabile per preservare il sistema ma che ha dei tratti assolutamente dolenti nei suoi risvolti umani e personali. Tra l’altro questo discorso di Filippo ci spiega il ruolo che ha assunto nella famiglia (e che tutta la pubblicistica informata sui fatti dalle famiglia reale conferma) di primo aiutante della Regina in tutte le “grane” familiari, nella gestione delle bizze personali e nel mantenimento dell’ordine. Un personaggio tratteggiato con grande sapienza. Credo davvero che Morgan e la sua squadra abbiano costruito una narrazione eccellente, trovando un equilibrio prezioso tra rappresentazione della parte pubblica, di quella privata e delle caratteristiche dei personaggi. Questa serie fornisce spunti per ore e ore di discussione, a conferma del suo livello eccezionale
Ciao Eugenio, innanzitutto grazie mille!
Il tema dell’inattività della Regina, in questa stagione in particolare, è una delle prime cose che mi sono segnata negli appunti mentre guardavo le puntate, perché mi è parso evidente che qualcosa fosse cambiato: non che prima la Regina potesse fare di più eh, ma qui c’è stata proprio l’evidenza di una resa che – tolti brevi sprazzi come quelli di cui parlo nella recensione – sembra aver davvero sovrascritto il cervello di Elizabeth.
Sul ruolo di Philip hai perfettamente ragione, ne ho parlato proprio qui sopra nei commenti con Boba Fett: il suo ruolo è fondamentale e, anche se poco presente in questa stagione, in realtà si capisce perfettamente che è diventato cruciale anche e soprattutto lavorando nell’ombra, fungendo da filtro – insieme alla Regina Madre – o da ancoraggio, quando Elizabeth comincia a volare troppo alto con i suoi pensieri.
E sì, la serie è The Crown, non The Queen, proprio per questo: ne parlavo già ai tempi della recensione della prima stagione come di una scelta particolarmente azzeccata per analizzare non tanto (o almeno non solo) la storia della sovrana più longeva al mondo, quanto di quel potere in un’epoca come il XX secolo.
Grazie ancora!
Recensione perfetta e piacevole da leggere come al solito!
Grazie mille Albi! ☺️
Bella recensione Federica! Si vede che hai seguito la serie a fondo.
Sono d’accordo che sia una stagione ben fatta. C’è quasi da aspettarselo viste quelle precedenti. Il tema di fondo dell’inattività che individui è anche ben centrato. Sicuramente la qualità della serie emerge anche dalla complessità concettuale e umana affrontata e dalla poetica con cui la si affronta.
Devo dire, però, che a me questa serie è piaciuta meno delle altre. Anzitutto, è diventato evidente fin dal primo episodio che la famiglia reale sia antipatica, quasi a punto di diventare una specie di villain della serie. I reali, come gruppo e anche come singoli individui. Vengono fuori come un mucchio di snob, distaccati dalla realtà, senza cuore, con vite vuote e infelici. Ma comunque freddi e coerenti con riti e consuetudini fuori dal tempo. Mi sono accorto che Filippo, quando parla, sibila come un serpente. Carlo, apparte muoversi e vestirsi come una persona di 30 anni piuttosto vecchia, sembra veramente inutile e senza speranza. Tutti sono acidi. L’unica che ha qualche momento di introspezione è la regina, per esempio nell’episodio sul figlio preferito, però non conduce a una vera presa di coscienza e in ogni caso rimane coerentemente estranea a tutto quello che ha a che fare con la sfera emotiva o con la comprensione dei problemi di salute mentale. In ultimo la regina fa anche passi sbagliati sul lato politico, per esempio, lanciando frecciate e criticando il suo primo ministro dopo la visita a Balmoral – peccato di scarsa modestia verso una donna che si è fatta da sola ed è arrivata al top -, oppure quando dexisere di far emergere pubblicamente i suoi dissapori con il governo e poi facendo licenziare ingiustamente il suo addetto stampa – peccato di aver giocato sporco. Quindi regina e famiglia reale hanno cambiato la percezione da neutra a negativa.
Poi c’è il tema Diana, che è stato uno degli assi portanti della stagione. Capisco che sia una vicenda che suscita molta curiosità, ma mi sembra che sia stata sovra-rappresentata a scapito di altri temi più importanti, tipo la politica. In fondo la storia di Diana e Carlo è quella di una coppia il cui matrimonio va male. Molta gente in UK e nel mondo si è innamorata dell’idea di una bellissima principessa giovane che si innamora e sposa il suo principe. Diana è diventata un simbolo, un’ambasciatrice, una celebrità. La realtà però è che si è trattato di un matrimonio tra due aristocratici, di membri della upper class britannica che con il popolo che li applaudiva avevano ben poco da spartire. Per questo avrei probabilmente ridotto il peso specifico di questa sotto-trama, perché, alla fine, non trovo molto interessante seguire un matrimonio male assortito e credo che in quegli anni siano successe altre cose, più importanti, che avrebbero meritato più spazio.
In general farei 7 a questa stagione. Per ribadire che e una sicurezza come qualità, ma per alcune scelte e