
Questa nuova stagione, che mette in scena gli eventi accaduti fra il 1964 e il 1977, è stata attesa con particolare impazienza per le numerose novità che avrebbe affrontato, non solo riguardanti il turbolento periodo storico che quest’annata si propone di raccontare, ma anche e soprattutto per il cambio di cast che è stato fatto in vista della necessità di sottolineare l’invecchiamento dei personaggi. E così, i giovani e bravissimi attori che ci hanno fatto affezionare alla serie fino ad ora (Claire Foy, Matt Smith, Vanessa Kirby) sono stati sostituiti da nuovi attori più maturi che hanno dovuto affrontare una sfida durissima: interpretare le proprie parti tenendo conto del lavoro svolto dagli attori precedenti e dando continuità al loro personaggio e, nello stesso tempo, innovare questi stessi personaggi donando loro quelle sfaccettature che li rendono, appunto, più maturi e più abituati al ruolo che è stato loro imposto.

Splendidi episodi come “Tywysog Cymru” e “Dangling man” mettono in luce proprio lo slancio e l’entusiasmo giovanile di Charles, interessato a coltivare conoscenze ed emozioni autentiche per accrescere la propria individualità che, se da un lato è desiderosa e impaziente di seguire il destino di diventare Re, dall’altro impedisce al ragazzo di rinunciare alla propria persona per assumere le vesti di un mero simbolo, un ruolo che gli sta stretto e che cerca di cambiare con insuccesso davanti agli occhi severi dalla madre. Questa particolare forma di rassegnazione è, invece, esibita costantemente da Elizabeth, di cui la splendida interpretazione di Olivia Colman sottolinea il percorso della donna da giovane sovrana ingenua a esperta ed inflessibile regina, dotata di una pacatezza e di un’imparzialità che, per quanto siano caratteristiche prive di estro, sono state l’ancora alla quale la monarchia si è aggrappata durante i traumatici momenti vissuti nel decennio messo in luce nelle puntate. Olivia Colman convince, inoltre, perché rende questo cambiamento della Regina del tutto credibile, conservando alcuni dettagli della precedente interpretazione di Claire Foy e riportando così sullo schermo alcune sfumature e alcuni dettagli della giovane Elizabeth conosciuta nelle prime annate. Minuscoli particolari e piccole attenzioni (ad esempio, il tono della voce che, talvolta, è tremendamente simile a quello della Foy), hanno potuto preservare la continuità di un personaggio che vediamo, sì, cambiato e in evoluzione, ma che non ha perso le caratteristiche con cui è stato presentato in principio.

Questa seconda natura che Elizabeth ha dovuto sviluppare e accrescere a discapito di ogni suo slancio emotivo e individuale è il chiaro motivo per cui, in un episodio meraviglioso come “Aberfan”, si può vedere come la sovrana possa sentirsi talvolta spaventata dalla possibilità di perdere del tutto quell’emotività che ha dovuto sotterrare così tante volte per far prevalere la Corona. L’abitudine a recitare un ruolo fondamentale, a spogliarsi di ogni possibile inclinazione e affettività, a rendere la Corona la propria unica ragione di vita ha, per così dire, congelato tutti gli slanci emotivi che nascerebbero spontaneamente in condizioni meno restrittive, facendo sentire Elizabeth addirittura come un essere umano “sbagliato”, privo di sentimenti e di empatia, come lei stessa ammette nella puntata. Addirittura, la visita alla cittadina di Aberfan, teatro di una così atroce tragedia, non ha smosso nell’immediato l’animo della donna che si è trovata nella situazione di dover fingere di piangere in pubblico. Questa freddezza, come rende ben chiara la conclusione della puntata, non è un segno di mancanza di empatia della donna, ma è semplicemente il risultato conseguente a tutti gli sforzi compiuti fino ad ora per obbedire alla Corona: le emozioni della Regina, infatti, emergono a scoppio ritardato, quando è sola; ma anche in questo momento, le lacrime di Elizabeth non possono evitare di essere legate alle lacrime della Gran Bretagna stessa, suggellando ulteriormente l’unione indissolubile che lega la sovrana al destino britannico.

Se, nella fine dello splendido “Moon Dust” Philip sembra riuscire a riappacificarsi con se stesso tramite l’esercizio del pensiero e l’abbandono delle sue pretese, la principessa Margaret – interpretata da una valida Helena Bonham Carter – soffre più di ogni altro delle limitazioni del suo status. La donna soffre non solo per le restrizioni della sua famiglia (a cui, comunque, si è ribellata con una vita disordinata e, spesso, squilibrata), ma soprattutto per il fatto di essere stata costretta a vivere un’esistenza all’ombra della sorella maggiore senza poter sviluppare le proprie inclinazioni; per il fatto di essere messa sempre da parte e di essere stata rinchiusa in una gabbia dorata che, con il passare degli anni, ha perso ai suoi occhi qualunque senso di esistere. Non stupisce, alla luce di tutto questo, quanto lo squilibrio di Margaret sia cresciuto nel corso degli anni – peggiorato a causa della relazione tossica con Tony – e arrivato al suo punto più alto in “Crie de Coeur”, che ci ha offerto uno splendido quadro del malessere di questo personaggio, la cui tragicità è ulteriormente sottolineata dal confronto con la diligenza della sorella.
Il rapporto così intimo fra le due è illustrato in maniera splendida nello show: anche se prende pochissimo tempo, è ben chiaro che ognuna vede nell’altra qualcosa che avrebbe potuto essere e che le è stato impedito di realizzare (la serietà e la responsabilità di Elizabeth da una parte, la libertà e il brio di Margaret dall’altra) e, invece di scontrarsi per questo, le due sorelle simpatizzano fra di loro proprio perché entrambe sono state costrette a rinunciare a una parte di loro stesse per un destino che è stato deciso per loro senza averle interpellate.

La serie di Peter Morgan continua a stupire, insomma, per la propria qualità e per la costruzione di episodi la cui messa in scena sfiora la perfezione, forti da ogni punto di vista (a partire dalla sceneggiatura e dalle interpretazioni del cast fino alla splendida resa tecnica ed estetica). In particolare, The Crown – attraverso le peculiarità appartenenti ai monarchici – riesce a raccontare la difficoltà di ritagliare la propria individualità in un mondo già dato, con delle regole scritte prima del nostro arrivo, a cui siamo costretti a obbedire anche quando non troviamo più le motivazioni per farlo. In questo senso, la serie è un racconto intrinsecamente tragico e poetico di una particolare ed inevitabile condizione umana che, illustrata attraverso le vicende della famiglia reale, riempie la serie di fascino e di complessità, riuscendo a farci avvertire quei protagonisti dalle vite così lontane e diverse rispetto alle nostre come inspiegabilmente vicini a certe sensazioni che conosciamo bene, perché, semplicemente, dietro ogni ruolo e ogni maschera restiamo soltanto degli esseri umani. Non ci resta che attendere le prossime stagioni di uno show che continua ad imporsi come uno dei prodotti più belli e più completi degli ultimi tempi.
Voto: 9

Splendida stagione, composta da 10 episodi che assomigliano a gemme sfaccettate. Un piacere per gli occhi e per la mente.
Ottima recensione Denise!
Ho appena finito la terza stagione e già mi manca, The Crown si conferma come un’ottima serie, una sicurezza, un pò come la regina. ?
Quando esce la quarta?
Grazie Michele! 🙂 Completamente d’accordo. Non c’è ancora una data riguardo l’uscita della quarta stagione, ma sospetto che la vedremo verso la fine del 2020.