
Se sull’inevitabilità di una serie del genere c’è probabilmente poco di cui discutere – e in effetti ogni altro prodotto si è sempre concentrato sulla conturbante figura di Hannibal Lecter, tralasciando di analizzare se non a latere e in un solo film le conseguenze degli eventi su Clarice –, il modo con cui questa operazione si poteva condurre è aperto all’interpretazione. Il fatto che la serie sia stata ideata da Jenny Lumet (autrice tra l’altro del film “Rachel Getting Married”, girato proprio da Jonathan Demme) e da Alex Kurtzman (autore tra le altre cose di Fringe) poteva portare a diversi risultati: da una parte la vicinanza all’originale grazie alla precedente collaborazione tra Lumet e Demme, dall’altra un autore che con molte serie ha lavorato su uno schema procedurale, ma che con Fringe ha dimostrato di saper abilmente passare da questa struttura a qualcosa di ben più complesso.

Il problema è forse proprio la questione “procedurale investigavo su CBS”: basti pensare a tutti i vari NCIS, CSI, Cold Case, Criminal Minds per capire come difficilmente questo Clarice potrà allontanarsi da uno schema prestabilito quale quello offerto dalla rete. Certo, gli esempi di prima (a cui possiamo aggiungere anche Person of Interest) dimostrano come i procedurali CBS possano allontanarsi da certe strutture preconfezionate, ma guarda caso tutti questi esempi si riferiscono ad ambiti molto particolari (fantascientifico con Fringe, legale con The Good Wife, sci-fi crime per Person of Interest), mentre quello puramente investigativo non sembra avere particolari guizzi creativi. E questo, per una serie dedicata a Clarice Starling, di sicuro non è un buon inizio.
Partiamo dunque dalla trama: è passato un anno dalla chiusura del caso Buffalo Bill, Clarice si ritrova suo malgrado ad essere diventata “il volto dell’FBI” e, un po’ per questo, un po’ per la sua situazione psicologica, non lavora più sul campo ma nel laboratorio del dipartimento di Scienze Comportamentali. È in terapia per il suo disturbo da stress post-traumatico, ed è così che inizia “The Silence Is Over”, con un confronto con il terapeuta dell’FBI cui si alternano flashback da cui capiamo che no, gli agnelli non hanno mai davvero smesso di gridare: l’incubo legato all’infanzia di Clarice, che avevamo scoperto grazie al suo confronto con Hannibal Lecter, si è semplicemente sublimato in altro. Gli agnelli si sono trasformati in falene, e ora come allora Clarice rifiuta di inquadrarsi come vittima, che sia della sua infanzia o di Buffalo Bill. Le evidenze però suggeriscono il contrario, e infatti rifiuta qualunque chiamata da parte di Catherine, la giovane sopravvissuta grazie a lei.

Le peculiarità di Clarice vengono mostrate in maniera più simbolica che effettiva (il capo del ViCAP è infatti Paul Krendler, già comparso anche se poco nel film di Demme e noto già allora per la sua opposizione al dipartimento di Scienze Comportamentali, dunque un uomo che non ha di buon occhio la presenza di Starling e che è costretto ad accettarla per imposizione della procuratrice), le sue intuizioni non sono particolarmente ispirate, e alla fine l’aspetto della serie che prevale non è quello che ci si aspettava.
Il pilot risulta dunque lacerato in due parti, una preponderante che è appunto quella procedurale, l’altra che vira verso un’anima più ricercata sia esteticamente (la regia è di Maja Vrvilo) che a livello di scrittura; quest’ultima è quella strettamente connessa al film originario, e dunque al trauma di Clarice. Sarà quindi la capacità di mantenere questo legame a differenziare la serie da un procedurale qualunque su una comune investigatrice traumatizzata e costretta a rivivere il suo trauma attraverso casi che si aprono e si chiudono in una puntata. A giudicare da questo pilot, l’equilibrio si preannuncia complicato.

Sul fronte dell’interpretazione, Rebecca Breeds (The Originals) si trova a paragone con due attrici fenomenali, la più recente Julianne Moore e la leggendaria Jodie Foster. Ovviamente dopo una sola puntata è difficile dare un giudizio netto, ma per ora si può dire che Breeds ce la metta davvero tutta a incarnare la forza e al contempo la vulnerabilità del personaggio di Starling, senza contare un discreto lavoro fatto sull’indimenticabile accento del West Virginia di Foster, che Breeds sta chiaramente cercando di emulare. Pare almeno con il pilot una buona prova, dunque, e bisognerà vedere come si evolverà insieme al resto della storia.
In conclusione, “The Silence Is Over” cerca in tutti i modi di bilanciare le sue due parti, ma è praticamente costretta – dal network, dall’impostazione di questo genere su questo network – a far prevalere quella procedurale su quella analitica, che quindi, nonostante sia scritta in modo discretamente valido, soccombe alla prima, ben più ricca di difetti. Non è detto che col tempo non si riesca a trovare un equilibrio, e portare così avanti un approfondimento su Clarice Starling degno di questo nome; i segnali che ci arrivano da questo pilot, però, non sembrano far ben sperare.
Voto: 5/6
