Allen v. Farrow – Miniserie 11


Allen v. Farrow - MiniserieWoody Allen è uno dei registi più amati del Novecento, considerato da molti un maestro della commedia nonché il simbolo di una certa newyorkesità. Allo stesso tempo, però, l’autore di Io e Annie è anche da trent’anni al centro di uno dei più sconcertanti casi di accuse di violenza sessuale, che per venticinque anni è riuscito a controllare dal punto di vista mediatico salvaguardando la propria reputazione, ma che dal MeToo in poi ha iniziato a sovrastarlo. Allen v. Farrow è un prodotto che in quattro episodi punta i riflettori sulla vicenda, dando il microfono a chi per anni non ha potuto parlare.

Per descrivere meglio l’operazione della docuserie targata HBO, quindi, si dovrebbero ribaltare i termini dell’introduzione di questo articolo provando a utilizzare la seguente prospettiva: Dylan Farrow è una donna di trentacinque anni che nel 1992 ha accusato il padre adottivo Woody Allen di averla molestata sessualmente; dopo oltre due decenni in cui la sua esperienza è stata manipolata e delegittimata proteggendo la reputazione del padre, da qualche anno a questa parte sempre più persone hanno iniziato a crederle e Allen v. Farrow è la diretta conseguenza di questo cambiamento culturale.
Prodotta dalla giornalista investigativa Amy Herdy, la docuserie è diretta da Kirby Dick e Amy Ziering, i quali hanno una consolidata esperienza nella realizzazione di documentari legati agli abusi di genere e gli stupri essendo gli autori di due opere notevoli come The Hunting Ground (sulle violenze sessuali nei campus americani) e On the Record (dedicato alle accuse al re dell’hip hop Russell Simmons).
Lo show si mostra immediatamente come un lavoro di ampio respiro, che ambisce non soltanto a sciogliere l’intricata matassa legata alla vicenda legale in cui al processo per la custodia dei figli si sono affiancate anche le indagini seguite alle accuse di violenza sessuale mosse a Woody Allen, ma presenta un mosaico complesso in cui figurano specialisti di abusi infantili ad affrontare argomenti come l’alienazione parentale, studiose di storia del cinema che analizzano l’opera di Allen in relazione ai suoi comportamenti nel corso degli anni e soprattutto Dylan Farrow, che finalmente può raccontare la sua esperienza e come è stata la sua vita in questi anni.

Allen v. Farrow - MiniserieIl primo episodio comincia con la famosa conferenza stampa al Plaza Hotel di New York in cui Allen nega ogni accusa di abuso. Da quel momento in poi però il microfono ruota di 180 gradi e si va nel presente nella casa di Dylan Farrow perché è da qui, ovvero dal punto di vista delle vittime, che questo genere di storie vanno raccontate.
Pur facendoci ascoltare parti dell’audiolibro di A proposito di niente attraverso cui conosciamo direttamente dalla sua voce il punto di vista del regista di New York in merito alla relazione con la protagonista di Rosemary’s Baby , la serie racconta soprattutto l’altra parte, ovvero chi era Mia Farrow prima di incontrare Woody Allen, che tipo di famiglia aveva costruito attorno a sé e cosa significava per lei iniziare una storia d’amore con il regista.
Lo show aiuta il pubblico a mettersi nei panni dell’attrice servendosi della presenza di critiche, studiose e scrittrici di alto profilo come Lili Loofbourow, Alissa Wilkinson e Claire Dederer, le quali analizzano nel dettaglio l’impatto della figura di Allen per le donne di quegli anni, l’immediata empatia che suscitava la fragilità del suo personaggio e l’emozione di vedersi rappresentate da alcuni dei suoi personaggi femminili (cosa, quest’ultima, che ci dà la cifra di quanti passi in avanti ha fatto la rappresentazione delle donne al cinema e in televisione da quegli anni a oggi).
Già dall’episodio d’esordio, però, lo show non aggira l’elefante nella stanza e nella parte finale affronta i comportamenti di Allen nei confronti di Dylan, preoccupanti per la psicologa dell’allora bambina e “inappropriately intense” per quella del regista. Non manca neanche l’aspetto thrilling perché dal punto di vista narrativo la prima puntata termina con una sorta di cliffhanger, ovvero il ritrovamento delle foto di nudo scattate da Allen alla giovanissima Soon-Yi, figlia di Mia Farrow.

Allen v. Farrow - MiniserieIl secondo episodio si concentra sul legame tra Allen e Soon-Yi allargando lo spettro d’analisi all’interesse mai nascosto del regista per le donne giovani (a volte troppo giovani), mettendo in relazione le esperienze di vita con la tendenza a raccontare nei suoi film rapporti sentimentali e sessuali tra uomini maturi e partner giovanissime, a volte minorenni, normalizzando queste relazioni in tutta la sua opera cinematografica.
Il contesto in cui avviene il presunto “grooming” di Allen a Soon-Yi è quello di una ragazzina fragile, traumatizzata dall’aver perso i genitori in modo tutt’altro che sereno e descritta come l’incarnazione dell’innocenza; un’adolescente che non ha mai avuto esperienze con gli uomini e che inizia a fidarsi (e innamorarsi) di Allen, il quale pur avendo una relazione con sua madre la corteggia facendola sentire speciale (come lui stesso racconta con un certo orgoglio). Nell’episodio viene intervistata anche Christina Engelhardt, ovvero la “musa” che ha ispirato Manhattan, la donna con cui Allen aveva una relazione in quegli anni, quando lei era una diciassettenne e lui aveva superato i quaranta. Engelhardt descrive nel dettaglio non solo le affinità tra la loro storia e quella al centro del film, ma anche le conseguenze psicologiche che questa cosa ha avuto e ha ancora su di lei come donna e come madre.
L’episodio analizza l’interesse morboso di Allen per le ragazze giovani (a volte minorenni), un pattern disturbante (come lo è guardare oggi alcune scene di Manhattan) che emerge dall’analisi dell’opera del regista, o dalle ricerche di Richard Morgan che per il Washington Post ha analizzato gli Allen Archives alla Princeton University trovando un’enorme mole di bozze in cui l’ossessione per le ragazzine è palese e rende più credibili le accuse di pedofilia.
E poi ci sono le inquietanti conversazioni telefoniche tra Woody e Mia sulla relazione con Soon-Yi (che secondo tanti testimoni comincia quando lei è a scuola), il racconto di quello che è successo quel giorno in Connecticut con tanto di testimonianze interne ed esterne alla famiglia e infine l’atteso video – mai reso pubblico – di Dylan che il giorno dopo racconta alla madre quello che è accaduto.

Allen v. Farrow - MiniserieIl terzo episodio, invece, mette al centro le vicende processuali relative alla custodia dei figli e le indagini messesi in moto dopo che il pediatra di Dylan avvertì le autorità accusando Woody Allen di molestie sessuali ai danni della figlia.
La disputa legale è inserita all’interno di un contesto più ampio in cui Allen era una celebrità dal potere radicato e ramificato, con una rete di relazioni che andavano dall’editoria ai tribunali che gli ha permesso di manipolare la conversazione pubblica costruendo la narrativa di Mia Farrow manipolatrice e vendicativa, spingendo sull’alienazione parentale.
A proposito di quest’ultima, servendosi di specialisti del settore la docuserie fa un ottimo lavoro sbugiardando le teorie che la sostengono, dimostrando quanto spesso sia un espediente per delegittimare le vittime di violenza e in generale la voce delle donne. Non solo, c’è anche un collegamento stretto (non solo di carattere statistico) tra l’abuso di minori e le cause per la custodia dei figli, pattern in cui Woody Allen rientra perfettamente.
Dopo aver analizzato nel dettaglio i problemi del rapporto Yale-New Haven (metodi usati appositamente per indebolire l’esperienza di Dylan, prove distrutte e comunicazione del rapporto a mezzo stampa senza avvertire il procuratore che l’aveva commissionato), infatti ritenuto non valido, l’episodio fa luce anche sulla parallela indagine di New York, sottolineando che non si è andati a processo per molestie sessuali su minore solo per un enorme abuso di potere che ha portato a insabbiare la cosa (confermato indirettamente dalla vicenda professionale di Paul Williams).
Molto interessante anche l’analisi dei video in cui Dylan racconta quello che è successo sull’attico in Connecticut, con diverse esperte di abusi infantili che analizzano il comportamento della bambina e confermano l’attendibilità delle sue parole.
E le sentenze? L’unico verdetto uscito dal tribunale nega totalmente l’accusa a Mia Farrow di indottrinamento dei propri figli (anche perché, secondo questa teoria, avrebbe plagiato mezzo mondo, dalla famiglia alle istituzioni passando per gli psicologi), le affida la loro custodia e vieta severamente ad Allen di vedere Dylan per via di comportamenti “scandalosamente inappropriati”.

Allen v. Farrow - MiniserieL’ultimo episodio di Allen v. Farrow si chiede: cosa è successo in questi trent’anni?
Dopo essere stata sfruttata, manipolata e derisa Dylan può raccontarsi senza filtri, parlando di cosa ha voluto dire crescere dopo essere stata molestata da un genitore che è anche una venerata celebrità, descrivendo gli attacchi d’ansia, la depressione, il sentirsi sbagliata, isolata, terrorizzata dal contatto fisico e dai legami con i maschi. Per fortuna ha avuto una famiglia numerosa vicino, praticamente tutta presente nella docuserie a testimoniare le tracce che Allen ha lasciato sulla sua crescita.
Gli ultimi tre decenni sono stati anche quelli in cui il regista ha potuto consolidare il proprio status in una società che normalizza i comportamenti predatori e protegge gli artisti con la retorica del genio. Vedere l’intero establishment hollywoodiano celebrare acriticamente il talento di Allen e mostrare l’infinito sentimento di gratitudine nei suoi confronti ha umiliato Dylan Farrow facendola sentire piccolissima (come spesso accade quando vengono santificate persone che sante non sono o non erano, come ha dimostrato il caso Kobe Bryant), spingendola a raccontare la propria esperienza pubblicamente in una lettera aperta al The New York Times.
È in questa congiuntura che vediamo quanto sia stata potente e violenta la PR machine di Allen guidata da Leslee Dart, quanto spietato il suo agire e in che modo per Dylan era impossibile entrare nella conversazione pubblica senza essere delegittimata in maniera sistematica.
Con il MeToo le cose iniziano finalmente a cambiare perché tante donne cominciano a parlare degli abusi subiti, la credibilità e il Pulitzer conquistati da Ronan Farrow danno maggiore validazione alla storia di Dyan e per fortuna cresce la convinzione (con decenni di ritardo) che la separazione tra arte e artista sia solo una strategia retorica che serve a tutelare gli abuser e a umiliare le vittime.

In conclusione, Allen v. Farrow è una serie che restituisce in maniera fedele il sentiment che c’è negli Stati Uniti (o in una parte di questi ultimi) in materia di molestie, facendo un lavoro rigoroso che dal caso particolare allarga lo spettro facendo un’approfondita riflessione sulla cultura nella quale questa vicenda ha potuto manifestarsi, mostrando anche segnali di speranza sottolineando che oggi molto più che ieri è possibile rendere accountable personaggi famosi che prima erano nettamente più tutelati all’interno dell’industria culturale.

Voto: 7 ½

Condividi l'articolo
 

Informazioni su Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

11 commenti su “Allen v. Farrow – Miniserie

  • Laura

    Questo articolo del peggiore giustizialismo a colpi di Grossetto dovrebbe evidenziare che Allen non è stato condannato, non ci sono denunce depositate e che le accuse infamanti sono un aggressione esclusivamente mediatica volta a diffamare l’ex partner in fase di separazione, in mancanza di prove, il cui tempismo indica quanto certe strategie processuali siano volte a delegittimare in vista di ottenere l’affidamento dei figli. Direi un giudizio sommario, che esclude arbitrariamente parte della vicenda. Fino a prova contraria, e in mancanza di una sentenza che condanni Allen, la presunta vittima è una diffamatrice subdola che preferisce al processo democratico la calunnia mediatica

     
  • Saverio

    Un articolo giustizialista vestito da recensione, e con tanta spocchia, tra il gap empatico del finto appoggio alla presunta vittima e l’onanismo. Il documentario è vergognoso, la recensione riesce a far di peggio. Giudica dal divano chi sia la vittima, chi il carnefice, tralascia volutamente dettagli rilevanti e cerca di liquidarne altri tramite istanze patetiche, una macchinetta di ridimensionamenti arbitrari e di propaganda spicciola. Oltre la spocchia che solo chi è fuori dai giochi e non rischia niente può permettersi, la parte più comica è il tentativi retorico di defenire retorica la separazione tra artista e opera d’arte. Recensione Voyeurista. 1/10

     
  • Meles

    Il problema è lo sbocco lavorativo di chi non ha qualità artistiche, se non hai le capacità, non hai niente da dire e hai paura di esporti hai una soluzione: il critico… di serie TV. Aggredire la vita privata di artisti che sopravviveranno anche quando non ci sarai più e sarà esattamente come se non fossi mai esistito, e quindi cercare di delegittimarne l’arte… che non sei in grado di produrre ma ti senti autorizzato a giudicare. Guardando dal buco della serratura…

     
  • Liv

    Ma a chi affidate le recensioni? Una serie già liquidata da riviste specializzate e stampa internazionale come fregola faziosa e priva di contraddittorio. la recensione raddoppia questo POV con una retorica imbarazzante e velleità morali di un dogmatismo arbitrario che “Torquemada spostati” . A seguito della discussione nata riguardo la traduzione della Gorman in europa dobbiamo domandarci perché qualcuno che non è un regista si senta autorizzato alla mediazione pubblica di prodotti di cui non può essere considerato un addetto ai lavori. Supponenza, invidia e fallimento sono eufemismo. E nello specifico senza competenze giuridiche o esperienze personali che lo legittimino a un giudizio e ad una presa di posizione che può essere presa seriamente solo in gravi stati di allucinazione. Voto 0 antartico. Poco professionale, posticcio. Un POV

     
  • Attilio Palmieri L'autore dell'articolo

    Chi legge Seriangolo abitualmente, da poco o da tanto tempo, sa che la professionalità con cui viene portata avanti l’analisi dei prodotti televisivi è sempre al centro del nostro lavoro e passa per fasi di ricerca e di riscrittura costanti che in maniera pratica e fattuale rispediscono al mittente gli insulti che sono arrivati nei commenti a questa recensione.
    A proposito di questi ultimi, noi da sempre ci confrontiamo con tutti gli utenti e molte volte è capitato che da scambi di idee, in alcuni casi anche critici rispetto al punto di vista da cui è stata portata avanti la recensione, si sia usciti tutti più ricchi. Non intendiamo però minimamente confrontarci con chi insulta e con chi commenta in modo violento senza considerare che dall’altra parte ci sono delle persone.
    Sarebbe poi bello anche analizzare insieme la serie, confrontandoci nel merito dell’operazione, come prova a fare questa recensione, che ben lungi dal voler aggiungere altre opinioni alle vicende legali e mediatiche che hanno circondato e ancora circondano la figura di Woody Allen, intende semplicemente analizzare la docuserie, provando a metterne a fuoco le parti più rilevanti episodio per episodio.
    Visto che nei commenti è è stata chiamata in causa la ricezione critica, mi sento di precisare che negli Stati Uniti d’America le riviste specializzate hanno recensito molto positivamente Allen v. Farrow. Su Metacritic il giudizio medio è 75 (equivalente al voto di questa recensione) e non sono pochi gli articoli e gli approfondimenti che hanno parlato di questo prodotto in modo entusiastico.

     
  • LucyInTheSky

    Le accuse di abusi giungono in fase di separazione solo dopo la scoperta della relazione di Allen con Soon-Yi. Furono condotte due diverse indagini sull’accusa, non in un procedimento legale dedicato ma “all’interno della causa per l’affido”… Il giudice del processo valutò che non c’erano prove sufficienti a sostegno dell’accusa. Allen non fu mai coinvolto in un processo penale. Le agenzie che indagarono ai tempi hanno stabilito che non ci fu nessun abuso. La stragrande maggioranza di riviste internazionali hanno liquidato la serie come faziosa, arbitraria e fuorviante fin dal titolo, questo è un Farrow vs Allen, in cui Allen non compare, avvisato due mesi prima della messa in onda e con due giorni di tempo per rispondere e prendere parte a un documentario a cui si gli autori stavano lavorando da anni. Non esistono, con buona pace di Palmieri, evidenze processuali che portino a non credere ad Allen piuttosto che dare per vere accuse non depositate ed esclusivamente mediatiche di Farrow. La difesa del figlio adottivo di Allen e Farrow, Moses Allen, che accusa la madre di essere una persona violenta e manipolativa è dimenticata assieme ad alcuni fatti importanti come il suicidio di due dei figli adottivi di Farrow e la condanna di suo fratello per abusi sui minori. John Charles Viller-Farrow ha trascorso 7 anni al Jessup Correctional Institution del Maryland sulla base di accuse che hanno portato a un processo e una sentenza. Più di una rivista lo ha definito “parziale come la pubblicità di un candidato politico che diffama un avversario in stagione elettorale.” I medici hanno esaminato Dylan e non hanno trovato prove di abusi. Allen è stato indagato dalla clinica per abusi sessuali dello Yale New Haven Hospital che ha concluso: “È nostra opinione che Dylan non sia stata molestata sessualmente dal signor Allen”. È stato indagato dal Dipartimento dei servizi sociali dello Stato di New York , che ha scritto: “Non è stata trovata alcuna prova credibile che la bambina citata in questo rapporto sia stata abusata o maltrattata”. il fascino del documentario risiede nella sua ambiguità, consentendo al pubblico di giocare a fare il detective. Quando citi gli autori dimentichi di evidenziare, o tralasci arbitrariamente, che sono stati già ampiamente criticati in passato per il documentario del 2015 sullo stupro nel campus, Hunting Ground, che utilizzava dati screditati…. Quando i giornali hanno inviato un elenco dettagliato delle omissioni, Ziering e Dick invece di rispondere a ogni singola critica individualmente, hanno optato per una risposta molto simile alla risposta che chi ha scritto la recensione ha dedicato ai commenti ricevuti, parlando d’altro. Gli autori piuttosto che fare domande per trovare la verità partono da una conclusione preordinata fin dall’inizio, tutti i fatti scomodi che potrebbero far vacillare la loro narrazione sono messi da parte. E domande a cui Ziering e Dick lavorano duramente per non rispondere sono: è davvero ragionevole menzionare Allen insieme a Cosby e Harvey Weinstein e altri predatori quando questi ultimi sono stati tutti condannati per molteplici crimini mentre Allen non solo non è mai stato condannato, ma nemmeno incriminato? Un altro dettaglio rilevante estromesso, nonostante la pretesa del documentario di andare oltre “la punta dell’iceberg”, è la testimonianze di Monica Thompson, la tata di Dylan,. Inizialmente Thompson ha detto alla polizia che Farrow era “una buona madre”, per poi ritrattare , dicendo che sentiva l’obbligo di doverlo dire o “avrei perso il lavoro”. Ha poi rilasciato due dichiarazioni giurate in cui affermava che Farrow aveva cercato di costringerla a sostenere l’accusa di molestie, e ha detto che Allen “è sempre stato il genitore migliore e tutte le cose che Farrow dice su di lui non sono vere”. I registi non includono le testimonianze della terapeuta di Dylan dell’epoca, la dottoressa Nancy Schulz, e della psicologa Susan coates, che testimoniano entrambe come Farrow e Allen chiesero un aiuto per Dylan perché la bambina “viveva nel suo mondo fantastico”.
    I titoli di apertura della serie sono in un carattere bianco su nero che ha una somiglianza nauseabonda con quello che Allen usa per i suoi film. La scena in piscina dove Allen gioca con i bambini, la scena più innocua del mondo, è deludentemente non dannosa… la soluzione è tecnica, si inserisce una musica lugubre e inquietante. Il documentario che non può provare l’accusa infamante, vuole convincere. Non si da peso alle dichiarazione di Coates quando descrivendo la relazione di Allen con Dylan come “inappropriatamente intensa” precisa che “non era sessuale”. Non ci sono riferimenti alle paure di Coates in riferimento alla “sicurezza” di Allen dopo che Farrow ha scoperto la relazione con Soon-Yi, preoccupazione per Allen dovuta alla “rabbia crescente” di Farrow.
    Durante il periodo successivo alla rottura, Farrow ha regalato ad Allen un biglietto di San Valentino che conteneva una foto di tutti i bambini… pugnalati con spilli e forbici. In un’intervista del 1992, Allen disse che Farrow gli aveva detto: “Hai portato via mia figlia e io porterò via la tua”.
    Quando in seguito Farrow disse a Coates che Dylan aveva detto che Allen l’aveva molestata, lei sembrò, per la prima volta dalla scoperta della relazione, “molto calma”. “Ero perplessa. Non ho capito la sua calma “… Il problema con il pregiudizio è che mina tutto quello che dici.
    Il trenino in soffitta… Moses e Allen hanno dichiarato che non c’era nessun treno elettrico in soffitta, e Allen ha detto che l’accusa è stata ispirata da una canzone di Dory Previn, il cui marito (André) l’ha lasciata per Mia Farrow nel 1970. With My Daddy in the Attic è un brano che tratta di incesto e molestie e contiene testi come “Porta chiusa… / Con mio padre in soffitta / È qui che risiede la mia oscura attrazione”. (Questa canzone appare nello stesso album che parlava della relazione di Farrow con André.)
    Vogliono convincere, persuadere, suggeriscono fortemente qualcosa di losco, non essendo in grado di produrre prove reali esprimono teorie del tutto non provate. Qualunque contro argomentazione è esclusa. l’affermazione del documentario secondo cui “se sei un maschio, sei potente, sei ricco e sei celebre, sei quasi impossibile da perseguire” è minata dai suoi frequenti confronti tra Allen e altre celebrità come Weinstein, Cosby, Polanski che sono tutte state perseguite. Il loro stesso documentario non è la prova più smaccata non solo di quanto chiunque sia perseguibile, ma sia più efficacemente perseguibile mediaticamente nonostante non solo non ci siano prove ma nemmeno incriminazioni?
    Il disegno di un Allen come terrificantemente potente, non è contraddetta dal fatto che il giudice Elliott Wilk si è pronunciato contro di lui nel caso di custodia in corso durante lo scandalo, e che Allen ha perso?
    Soon-Yi e Moses hanno più volte accusato Farrow di violenza fisica nei loro confronti. Le parole spese da Dylan riguardo le accuse dei fratelli alla madre sono state “”Le cose di cui Moses accusa mia madre sono ridicole”. Le esperienze di alcuni bambini sono più uguali di altre, ci sono vittime a cui credere altre da liquidare. Registi più coraggiosi e migliori avrebbero approfondito il modo in cui la verità storica può cambiare nel tempo e come due persone possono guardare un’immagine e vedere cose molto diverse. La tendenza di Allen a seguire Dylan con ansia nel parco giochi era inquietante, come sostiene uno degli amici di Farrow, o era il comportamento di un uomo notoriamente nevrotico che sperimentava la paternità per la prima volta?
    Nel terzo episodio, Farrow racconta una conversazione che ha avuto con Allen in cui lui le avrebbe detto: “Non importa cosa sia vero, importa cosa crede la gente”. Lo racconta come prova della freddezza di Allen, della sua crudeltà, ma aveva ragione… Oggi si può leggere in questa citazione altrettanto credibilmente la lucida freddezza di Farrow, non quella di Allen. Fai ciò che accusi gli altri di fare.

     
  • Ye

    Non capisco i commenti acidi che se la prendono direttamente con l’autore della recensione, che fa invece l’ottimo lavoro di presentare la serie esattamente per quello che è: il racconto di un caso controverso dal punto di vista inedito della vittima. Se avete la certezza assoluta (ma come fate? no, davvero) che Dylan non sia una vittima, allora forse questa serie non fa per voi, oppure guardatela comunque e poi scrivete a HBO/ai registi/a tutti i Farrow che sono giustizialisti, spocchiosi, diffamatori e invidiosi senza qualità (…)

     
    • Karen

      Non hai capito le critiche, i commenti negativi non sono da parte di chi crede con assoluta certezza che Dylan non sia una vittima, questo è fare illazioni sulle intenzioni di chi scrive, e nei commenti non ho letto nulla di simile. Puoi citarmi i passaggi? È proprio il contrario, la critica è alla serie è all’articolo riguarda la narrazione della vicenda che da per certo provato che Allen sia colpevole… La serie è fatta per chi ha già deciso sulla base di nessuna prova la colpevolezza di Allen e vuole convincere chi non conosce la vicenda dando la parola a una sola parte e rintracciando nella filmografia di Allen (?) le “prove” di una molestia per cui non ci sono né incriminazioni né prove.

       
  • Keziz

    Sono d’accordo con i commenti all’articolo, il documentario non vuole, e non può provare l’accusa (e non ha nessuna legittimazione in tal senso), ma vuole convincere, radicalizzare posizioni arbitrarie che possono solo essere fondate su convinzioni personali, vuole fornire una percezione, un interpretazione, estromette una tale mole di dati per non compromettere la propria narrazione. Questo anche uno dei problemi, a mio avviso, della recensione. Non recensisce il prodotto, che nonostante il tema resta un prodotto di fiction, non entra nel merito, non esamina come la fiction tratta casi di cronaca, scelte registiche, montaggio, scelte musicali, tempi narrativi, linearità ect ect. La recensione tratta il tema, prende posizione sostenenfo la posizione dei registi, aggiunge il proprio punto di vista (non capisco perché lo neghi nel proprio commento) e condanna, mi sembra indiscutibile, Allen. Ma qual’è il valore di un sentimento personale sul tema in un articolo critico da cui ci aspetterebbe un analisi del prodotto?

    Descrive il documentario come “il punto di vista della vittima”, questo è assolutamente aggiungere un punto di vista.. Non lo sarebbe stato parlare di punto di vista “dell’accusa” (bisogna ripetere che non è stato né condannato né incriminato?), o della “presunta” vittima. O siamo per l’uguaglianza davanti alla legge o per totale arbitrarietà. Se si sostiene la seconda si sta mettendo in discussione la prima. L’articolo è senza dubbio arbitrario.
    La parte in cui sostiene che la separazione tra arte e artista sia una formula retorica ha diversi problemi. Uno è certamente una posizione arbitraria che cozza con la logica.
    Se significa che chiunque deve rispondere delle proprie azioni indipendentemente dalla propria posizione, e che il prestigio della persona non includa alcun privilegio davanti alla legge, sono d’accordo. Questo pensiero sostiene l’uguaglianza (di diritto e di fatto) davanti alla legge, sostiene lo stato di diritto. Ma contraddice la posizione che palmieri assume nello stesso articolo, sostenendo un accusa che non si fonda sullo stato di diritto, non solo Allen non è stato condannato, non è stato incriminato. Non esiste un processo che lo coinvolga. Come concilia allora le due cose? Tra le due l’una, O l’uguaglianza davanti alla legge (alla legge, non davanti media) O l’arbitrarietà mediatica tesa a colpire la reputazione della persona e non a provare l’accusa. In questo caso il pubblico è la giuria popolare, e ci troviamo ad assistere a un processo in cui l’accusato non ha parola. Un altra aggressione allo stato di diritto, dopo l’aggressione al garantismo l’aggressione al diritto alla difesa.
    Però palmieri non parla di soggetti giuridici e azioni imputabili, dice Artista e Arte. O è molto mal formulato e intende qualcos’altro. Le parole non sono mai neutre. Cosa vuol dire non separare più l’artista dall’opera d’arte? Quando un artista, che non ha mai cessato di essere un soggetto giuridico, avrebbe smesso di rispondere delle proprie azioni? stiamo ipotizzando che un soggetto giuridico non debba rispondere solo delle proprie azioni ma anche della propria produzione artistica? l’arte andrebbe perseguita legalmente e l’artista rispondere della propria opera come un soggetto risponde delle proprie azioni? Più o meno è la strategia del documentario e la stessa di palmieri, quando cita Manhattan. Il documentario è l’articolo offrono uno sguardo che si propone come chiave di lettura dell’intera opera di Allen. Oltre la condanna, arbitraria, della persona si condanna l’arte, la sua intera produzione artistica:, – “Guarda questa scena di Manhattan.. con questo sguardo a monte, queste scene non sono la prova della colpevolezza di Allen?!? ” – non avendo prove sostenibili si avvelena lo sguardo. Dove sarebbe l’analisi tecnica nella recensione? era più importante sostenere e rafforzare l’accusa contro Allen piuttosto che limitarsi al proprio lavoro, la recensione critica?
    Quindi ecco il significato dietro la retorica che vorrebbe indistinto non tanto l’artista dall’arte, ma il registro reale dal registro immaginario. Si passa dall’accusa al soggetto imputato, il soggetto-artista, le azioni ipotetiche avanzate dall’accusa si sovrappongono alla concreta produzione artistica, dal “verificare” la realtà delle azioni avanzate dall’accusa si passa rapidamente al condannare il prodotto artistico come azione del soggetto. In pratica, se il soggetto è l’artista coincidono, perché non far coincidere, ma asimmetricaente, azione sociale e arte, e renderle entrambe imputabili visto che sono attribuibili alla stessa perdona?…. Una volta fatta funzionare questa sovrapposizione tra azione criminale non provata (immaginaria) e atto artistico (reale), si condanna l’artista in quanto soggetto giuridico autore di opere immaginarie, e il prodotto d’arte in quanto azione reale di un soggetto giuridico che sarebbe il risultato, il prodotto di questa logica… L’arte diviene una semplicd modalità di delinquere attraverso cui rintracciare reali comportamenti deviati del soggetto, e l’artista una semplice maschera volta a tutelare un criminale che credeva di poter nascondere nell’arte la propria devianza. Fine del registro immaginario, ampliamento del registro reale.
    Consiglio, per un ripasso, la storia dell’arte degenerata negli anni 30/40 del ‘900, e il valore artistico di cui si faceva carico la propaganda. Un ripasso delle opere condannate e delle accuse specifiche rivolte agli artisti, e il lungo elenco di opere censurate. Non esiste approccio con passione totalitarista che non prenda principalmente di mira l’arte per colpire l’espressione, e tramite l’espressione artistica colpire le persone. Si può colpire l’immaginario solo attraverso il registro simbolico, ma si può manipolare il registro simbolico solo facendo leva sull’immaginario: cioé aggredendo la persona. Non dico ci sia da preoccuparsi, ma non ride davanti a questi stratagemmi solo chi non conosce la storia, o simpatizza con queste dinamiche.
    Comunque avrei preferito una recensione tecnica e non un articolo a sostegno delle tesi della serie. Le proprie convinzioni, legittime, credo troverebbero miglior spazio e giustificazione in altri contesti, magari privati.
    Consiglierei la serie solo a chi già conosce la vicenda o a chi per curiosità naturale non tende a formare le proprie opinioni sulla base di una sola fonte. Si fosse trattato di un documentario investigativo e non di parte sarebbe stato sicuramente un prodotto di tutt’altra portata. Personalmente irricevibile.