
La prima stagione, seppur non priva di difetti e problematiche, è stata accolta positivamente proprio per quell’esplosione di creatività e di innovazione tecnica che Love, Death & Robots ha portato fra le proposte di Netflix, imponendosi come uno show atipico e irriverente, capace – nelle variegate declinazioni artistiche che propone – di toccare diverse corde e diversi temi in maniera innovativa. Come si diceva, non è mai stato un prodotto perfetto né “rivoluzionario” principalmente perché l’apparato narrativo delle sue brevi puntate non è mai riuscito ad eguagliare la vivacità e la sperimentazione che hanno investito il lato tecnico dello show, rischiando spesso di incappare in episodi e momenti dimenticabili che non sono riusciti ad andare più di tanto oltre il semplice virtuosismo tecnico ed estetico.

Anche questa annata, come la precedente, ha come protagonista assoluta la tecnologia, declinata in diversi mondi e generi. Nonostante il minor tempo a disposizione, alcuni degli episodi riescono a contraddistinguersi per intuizioni narrative davvero molto interessanti che, unite al fascinoso virtuosismo tecnico e visivo presentato dalle animazioni e dalla grafica dello show, riescono a lasciare il segno e a colpire lo spettatore in maniera inaspettata. Tuttavia, com’era da aspettarsi, il numero e soprattutto il minutaggio limitato degli episodi ha vanificato gran parte del potenziale narrativo dello show, condannandolo ad una perenne sensazione di incompiutezza.

La terza delle puntate che utilizza un’animazione molto realistica, strizzando l’occhio al mondo videoludico, è “Life Hutch” che, a differenza degli episodi citati in precedenza, resta in gran parte dimenticabile a causa di una scrittura banale che, nel proporre la celebre tematica dello scontro fra umani e robot, risulta poco incisiva e sceglie di lasciare decisamente più spazio al suggestivo virtuosismo visivo dell’episodio. La stessa tematica si presenta in maniera molto migliore in “Automated Customer Service” che, nel presentarcela in una chiave comedy e grottesca, si adatta molto meglio al format stesso della serie, sfuggendo alla freddezza dell’asettico “Life Hutch”.
L’episodio che però meglio si adatta al minutaggio stretto dello show è, senza dubbio, “All Through the House”, che condivide con l’angosciante e splendido “The Tall Grass” una vena horror che si rivela in entrambi i casi molto adatta allo show. Inaspettato, breve, intenso e tragicomico, “All Through the House” stupisce in positivo per la semplicità e l’originalità della sua storia. Non altrettanto incisivo, “Ice” fallisce nella presentazione di un mondo distopico che riesce a colpire solo per il bellissimo stile d’animazione utilizzato, e ben poco per la sua narrazione.

Per concludere, la seconda stagione di Love, Death & Robots conserva alcuni dei pregi e dei difetti provenienti dalla prima stagione, mostrandoci una varietà di universi che riescono sempre a colpire visivamente, ma che continuano a soffrire di una narrazione spesso poco incisiva e originale che, in questa annata in particolare, è stata colpita dalle tempistiche fin troppo strette dello show, che ne hanno sacrificato parte della sua vorticosa irruenza. Nonostante questo, gli episodi più riusciti hanno dimostrato che la serie di Miller e Fincher avrebbe tutte le carte in regola per raggiungere vette davvero altissime, e non si può che sperare che in futuro (la terza stagione è stata già confermata per il 2022) l’apparato narrativo riesca ad eguagliare con maggiore costanza quello – sempre spettacolare – tecnico e visivo.
Voto: 7
