
Lo avevamo già visto con la seconda stagione, con l’assalto ad Aimee sul bus e l’importante solidarietà femminile nel ribadire tutte le forme, più o meno esplicite, di violenza sessuale; lo avevamo poi riconosciuto nella scoperta dell’omosessualità di Adam, ora alle prese con un mondo che non ha ancora la forza di voler interamente abbracciare. Ci si aspettava, dunque, qualcosa di altrettanto importante in questa stagione, e così è stato: Sex Education è tornata con una terza ottima stagione.
Dal punto di vista narrativo, si riprendono le fila del discorso abbandonato alla fine della stagione precedente, sebbene con uno hiatus necessario a rimettere tutte le pedine sulla scacchiera. Per quanto riguarda il nostro protagonista, Otis, lo scopriamo ancora diviso tra il suo amore per Maeve e la nuova relazione (un po’ a sorpresa) con Ruby, la ragazza più popolare della scuola. Abbandonata la sex clinic, Otis può concentrarsi sulle vicende personali, in questa difficile navigazione tra i propri sentimenti e le complesse vicende familiari che riguardano una nuova sorella in arrivo, una sorellastra acquisita e una turbolenta relazione tra la madre Jean e il compagno Jakob. Insomma, ce n’è a sufficienza per Otis per mettere da parte la clinica – che era un po’ il centro della prima annata e parte della seconda; la stagione piuttosto serve al protagonista per comprendere che quella parte della sua vita non solo gli aveva permesso di esprimere un lato di sé, ma soprattutto aveva fatto del bene ai suoi compagni e aveva aiutato a creare una consapevolezza in ambito sessuale che a Mordale non si è più ripetuta.

La novità più interessante ha sicuramente a che fare con l’arco principale della storia della stagione, ovvero quanto accade con l’arrivo della nuova preside e come questa scelta si intrecci con tutta una serie di storyline parallele. L’introduzione (come villain) di Hope Haddon è una scelta geniale, perché ci mette di fronte ad una decisione molto coraggiosa e non così diffusa: prendere un volto moderno (Jemima Kirke la ricordiamo soprattutto come Jessa in Girls) e in apparenza in sintonia con i più giovani solamente per farle trasmettere idee e azioni di stampo reazionario e conservatore. I percorsi in fila indiana, l’uso delle divise, la moralizzazione delle canzoni, fino a corsi d’educazione sessuale di stampo vittoriano, sono tutte armi utilizzate per rassicurare famiglie e investitori, e destinate a silenziare gli istinti e i desideri degli adolescenti che in quella struttura ci passano la maggioranza della loro giornata. Ciò che la serie riesce a dire è che non c’è bisogno di avere lo stereotipo dell’uomo bianco, cisgender e anziano perché certi ideali possano trovare modo di esprimersi, ma rende più difficile odiare un personaggio come quello di Hope. Non è mai una macchietta, però, e le sue difficoltà nel rimanere incinta (e il colloquio finale con Otis) sono qui a dimostrarlo.

Le vicende degli adulti sono, in linea di massima, molto meno interessanti, perché si usano gli stessi parametri dei ragazzi – e quindi storie altamente volubili, che dipingono una costellazione di bambinoni incapaci di impegnarsi nelle loro relazioni. Jean, poi, ha un ruolo molto marginale rispetto al passato, quasi interamente assorbita dall’incapacità di Jakob di fidarsi di lei (e chissà che il finale non servi a creare un’ulteriore rottura tra i due).
Ancora una volta, la scrittura della serie si presta a megafono delle istanze più moderne e per questo più coraggiose, parlando liberamente di sessualità e mostrando la bellezza della varietà umana in corpi e sentimenti. Sex Education non perde alcuno smalto, arrivata alla terza stagione, e, al netto di storyline più o meno interessanti, si dimostra capace di parlare del mondo contemporaneo senza mai appesantirsi, ma conservando un gradevolissimo tenore generale.
Voto: 8
