
Facciamo riferimento ovviamente al Jedi che dà il nome alla miniserie, interpretato da Ewan McGregor, e a Darth Vader fu Anakin Skywalker, interpretato da Hayden Christensen: la ripresa dei ruoli da parte dei due attori, oltre a essere un’azzeccata scelta di marketing nostalgico da parte di Disney, funziona perché nobilita e inserisce la miniserie all’interno della mitologia della saga senza possibilità di reclami da parte degli appassionati. Come diremo anche più avanti, infatti, Obi-Wan Kenobi è una serie pensata prima di tutto – e forse esclusivamente – per il fandom di Star Wars, un prodotto che trae la sua forza e la sua solidità dall’essere una derivazione del grande universo culturale a cui appartiene. A differenza di The Mandalorian infatti – per fare il paragone con lo show ad ora di maggior successo derivato dalla stessa saga cinematografica – la miniserie in questione non può in nessun modo reggersi sulle proprie gambe se viene a mancare il contesto nel quale è inserita; se chi la guarda non conosce la backstory di Obi-Wan e di Anakin, non sa chi sia Leia, non è a conoscenza delle conseguenze della caduta della Repubblica e così via, difficilmente riuscirà a godersela, e a poco serve il rapido riassuntone all’inizio. Questa caratteristica rafforza le dichiarazioni trapelate prima dell’uscita da parte degli autori, in cui descrivevano la serie come un “lungo film di sei ore”: affermazioni alle quali oggi assistiamo regolarmente e che – nell’idea di chi le fa – dovrebbero nobilitare in qualche modo il prodotto. La verità è che non fanno altro che assumere una superiorità qualitativa del cinema rispetto alla televisione che non è mai esistita perché si tratta di due medium completamente diversi; in questo caso però, dopo quattro episodi, ci si sente di dire che è vero, Obi-Wan Kenobi è un film diviso in sei parti, ma questo non è certo un complimento.

Innanzitutto la scrittura si rivela molto pigra e si arriva allo scontro senza un’adeguata preparazione: per esempio, Obi-Wan e gli altri potevano scappare non appena hanno visto arrivare gli Inquisitori, invece rimangono fermi ad aspettare quando ormai è troppo tardi per essere sicuri di sfuggirgli. Si potrebbe obiettare che il personaggio di Ewan McGregor rimane pietrificato dal vedere come si è trasformato il suo figlio prediletto e di come il lato oscuro l’abbia cambiato in un assassino senza cuore, il che potrebbe essere anche logico visto e considerata la scelta di mostrare il Jedi fin dall’inizio dello show alla stregua di un reduce che soffre di PTSD, timoroso persino di sguainare la sua spada laser.
La pigrizia degli autori è però accentuata da quello che accade in seguito: a parte il duello mal costruito e gestito rispetto agli spazi scenici di cui si disponeva, bisogna parlare della scena delle fiamme; Vader vuole che il suo maestro soffra come ha sofferto lui e non si limita a ucciderlo ma vuole torturarlo, e questo è chiaro e in character, ma come è possibile che alla fine il Sith si lasci sfuggire in modo così ingenuo i ricercati – soprattutto quando pochi minuti prima aveva usato la forza per muovere a suo piacimento le fiamme e avrebbe tranquillamente potuto rifarlo? Davvero non c’era un altro espediente narrativo che giustificasse in modo meno forzato il salvataggio di Obi-Wan?
Tutte queste piccole cose inficiano la buona riuscita dell’episodio e la grande attesa per questo scontro si sgonfia in pochi attimi.
Si poteva pensare, per rendere tutto più coerente, che il villain avesse volontariamente scelto di far fuggire il suo ex maestro – possibilità giustificata dall’indugiare dell’inquadratura sul suo volto alla fine della puntata– ma la parte conclusiva dell’episodio successivo, il quarto, elimina del tutto questa ipotesi, con Vader che si infuria con Reva prima di sapere del suo piano. Sicuramente nell’idea degli autori c’è quella di riprendere il confronto negli ultimi episodi, ma la sensazione che si ha guardando il terzo è quello di un’occasione sprecata.

Il quarto episodio riparte da una nuova situazione di stallo: Leia in mano agli imperiali e Obi-Wan uscito sconfitto dallo scontro con Vader, in riabilitazione nella solita vasca miracolosa dell’universo di Star Wars. La sceneggiatura non ha tempo di tirare il fiato – con soli sei episodi a disposizione non si risparmia certo sull’azione – ed è subito tempo per il Jedi di organizzare una nuova pericolosissima missione di salvataggio nella esteticamente suggestiva fortezza degli Inquisitori – già vista nel videogioco Star Wars: Jedi Fallen Order – sul pianeta Nur. Anche in questo caso assistiamo a una classica rescue mission in stile Star Wars, con il protagonista che attraverso la sua forza e il suo ingegno si fa beffe delle difese impenetrabili dei cattivi, un classico delle storie di avventura.
La parte più interessante e riuscita dell’episodio è certamente la scoperta da parte del protagonista delle conseguenze tragiche dell’Ordine 66, con i suoi amici e compagni Jedi incastonati nell’ambra come delle farfalle morte su una parete. Questo segmento quasi horror restituisce in modo chiaro e crudo il clima di terrore che si respira nell’Impero nel periodo in cui è ambientata la serie, oltre a far impazzire i fan a cercare di riconoscere tutti i personaggi che si intravedono.

La nuova attesissima serie ambientata nel mondo di Star Wars, come si diceva, sembra essere un prodotto pensato esclusivamente per riportare in scena personaggi amati dal fandom senza una costruzione narrativa all’altezza alle spalle. Le atmosfere della saga di George Lucas ci sono e le componenti tecniche sono eccezionali – e ci mancherebbe, considerato quanto è costata la serie – ma a parte questo siamo di fronte a un prodotto medio con una narrazione elementare e poco ispirata che sfocia nella ripetitività e non si concentra sulle parti davvero interessanti legate al suo protagonista. Ad ora Obi-Wan Kenobi, giunto a più della metà della sua corsa, è un prodotto decisamente deludente.
Voto 1×03: 5½
Voto 1×04: 5
