
Ex promessa del football universitario, scaltro, altezzoso e sicuro di sé, Jimmy Keen (Taron Egerton) è un ricco trafficante di droga, attività che lo porta all’incarcerazione con una pena di 10 anni. La svolta arriva quando l’FBI gli propone il trasferimento in un carcere di massima sicurezza per detenuti con problemi mentali, allo scopo di avvicinare ed estorcere informazioni al prigioniero Larry Hall (Paul Walter Hauser) riguardo l’uccisione e il luogo di sepoltura di 14 ragazze. In cambio, naturalmente, gli viene offerta la libertà.
Ad un incipit che sicuramente non si distingue per originalità (ma si parla pur sempre di una storia vera), bisogna accompagnare la complessità dei personaggi e la sontuosa regia di Michaël R. Roskam, che insieme alla fotografia e alla sceneggiatura regala nella prima puntata – uscita l’8 luglio e chiamata semplicemente “Pilot” – una narrazione ammaliante e scorrevole, che ben riempie la durata di quasi un’ora e che viene scalfita solo in minima parte da qualche dialogo didascalico e prevedibile. Il ritmo dell’episodio pilota si mantiene quasi sempre sostenuto, soprattutto grazie ai tempi di recitazione e ad alcuni azzeccati stratagemmi narrativi che palesano personaggi e antefatti; il tutto senza rinunciare a qualche flashback che arricchisce la trama, pur pagando il prezzo di rendere il racconto meno incalzante. Ma se nel primo episodio il cardine narrativo dello “show, don’t tell” viene preso magistralmente alla lettera dalla produzione, in “We Are Coming, Father Abraham” – uscito insieme al pilota – si rincara ancora di più la dose con scene descrittive e flashback il cui compito è quello di scavare più a fondo nella vicenda e di presentare un profilo psicologico più dettagliato dei personaggi, ma che finiscono con l’essere ripetitivi e aggiungono ben poco a quanto già visto. E, sempre a proposito dei flashback, i continui sbalzi sulla linea temporale (tra 1996, 1994 e 1993) rischiano di creare qualche confusione sullo sviluppo delle indagini sul caso, vista la somiglianza tra la scenografia delle diverse scene.

Dopo la duologia di Kingsman e la consacrazione con Rocketman, Taron Egerton si dimostra semplicemente perfetto nel ruolo del protagonista di Black Bird. Qui dà sfoggio di tutta la sua duttilità recitativa non solo mostrandosi disinvolto con l’accento americano, ma anche rendendo lo sfrontato Jimmy Keen un personaggio sfaccettato, in grado di rispecchiare appieno il tono drammatico della serie e al contempo alleggerirlo, sorradendo una linea comica che non guasta affatto. Chi, però, più di tutti si fa carico di muovere le fila della narrazione è Paul Walter Hauser, che si prende la scena con il personaggio affetto da problemi mentali di Larry Hall, incarcerato (non senza qualche dubbio) per le molestie e l’uccisione di diverse ragazze. I misteri che circondando il personaggio sono di fatto il fulcro della trama, ma a impreziosire tutto ciò è l’interpretazione di Hauser, in grado di tenere il pubblico incollato allo schermo in ogni sua scena rappresentando la complessità e l’alienazione di Larry con le sue espressioni, la sua prossemica e l’impostazione della voce.
Black Bird si presenta come un crime drama che vede la psicologia dei criminali come elemento portante, e il cui stile narrativo sfiora inesorabilmente quello di alcuni classici del genere come Criminal Minds o Mindhunter. Con scene ad alto impatto rappresentativo, ma non senza qualche spiegone qua e là, i primi due episodi si prendono comodamente il tempo di addentrarsi nei profili dei protagonisti, auspicabilmente per gettare delle basi solide in vista degli episodi successivi (il prossimo, “Hand to Mouth”, è previsto per il 15 luglio).

Voto 1×01: 7
Voto 1×02: 6½
