
La storia – che riprende solo a tratti quella narrata dall’omonimo film del 1992 – è ispirata alle vicende della prima stagione delle Rockford Peaches, squadra della All-American Girls Professional Baseball League, il campionato di baseball femminile che prese il via nel 1943. Tutti i personaggi della serie sono immaginari ma le vicende e le tematiche narrate – comprese le discriminazioni e le difficoltà affrontate dalle protagoniste – sono rispondenti alla realtà dell’epoca, anche se come vedremo questo show si diversifica dalla storia vera e dal film, soprattutto per la trattazione delle tematiche LGBTQ+.
L’inizio della vicenda vede le protagoniste impegnate nei provini per la creazione delle squadre della All-American Girls Professional Baseball League, a Chicago nel 1943. Negli anni ’40 lo sport era una prerogativa maschile e solo la guerra dà l’opportunità di cimentarsi nel baseball anche alle donne; infatti, a causa della mancanza di giocatori uomini e volendo mantenere viva la tradizione sportiva, viene messa in piedi la lega femminile. Il tema della guerra non è sviluppato in modo preponderante nel corso di A League of Their Own, quanto più è adottato quasi esclusivamente per creare contesto e poi poco approfondito, se non attraverso pochi episodi e personaggi. I creatori Will Graham e Abbi Jacobson (che interpreta una delle protagoniste Carson Shaw) hanno infatti voluto riportare alla luce la narrazione di questa storica vicenda operando una variazione su personaggi e caratterizzazioni che consentisse di aggiungere tematiche di maggiore spessore, quali per esempio il sessismo e il razzismo – portate avanti grazie alla co-protagonista Maxine “Max” Chapman (Chanté Adams) – e le discriminazioni verso l’omosessualità.

Partendo da quest’ultimo tema si nota come lo sport venga lasciato da subito in secondo piano: anche i vertici della lega infatti sono più preoccupati per la scarsa o assente femminilità delle protagoniste che per il baseball stesso. Merito e talento sportivo non si rivelano importanti come sperato dalle giocatrici, mentre si palesa la focalizzazione su femminilità e immagine. Alle Peaches viene, per esempio, proposta una divisa in gonna, di certo non adeguata al gioco e più favorevole all’apparenza che alla performance. La squadra viene inoltre affidata al supervisore Beverly, che ne sorveglia i comportamenti e impone loro – facendo le veci della lega – alcuni divieti per la vita pubblica: le giocatrici vengono addirittura obbligate a seguire delle lezioni di etichetta e portamento, pena l’esclusione dalla squadra se non adeguatamente “formate”. Anche durante le partite il sessismo della società emerge in modo molto marcato: gli spettatori non vogliono vedere il baseball, prevalgono considerazioni umilianti su fisico e bellezza, continue molestie verbali e commenti a sfondo sessuale. L’interesse per la partita o per le abilità tecniche delle giocatrici è scarso, persino l’allenatore dimostra di non prendere la squadra sul serio: non investe tempo o energie negli allenamenti, non ascolta le critiche costruttive delle ragazze e si atteggia come un tipico “maschio alpha”.
Le Peaches, stanche di perdere e di non essere ascoltate, prendono ad allenarsi da sole, facendo emergere la dimensione di gruppo e l’aiuto reciproco, iniziando ad ottenere risultati anche in campo, grazie alle abilità tecnico-tattiche di Carson. Questo, ovviamente, dà il via alla rimonta in classifica, fino a quando il coach addirittura le abbandona: perso l’allenatore la squadra inizia a collezionare successi, grazie anche all’assegnazione del ruolo di coach a Carson. Quest’ultima, tuttavia, si trova in difficoltà a rivestire una posizione che non vuole e non sa come affrontare, perdendo totalmente fiducia in sé essendo già nel mezzo di una crisi interiore. Tutte le ragazze si trovano di fatto ad affrontare una sorta di crisi esistenziale: tutte sono fuggite dalla realtà conosciuta, desiderose di seguire i propri sogni e incerte sul proprio futuro, pur assaporando l’indipendenza e la libertà trovata nello sport.

Le due linee narrativo – quella di Carson e quella di Max – portate avanti parallelamente trovano una quadra con il quinto episodio, a partire dal quale le due linee iniziano a intrecciarsi in modo più netto: Carson e Max iniziano infatti a vedersi e confrontarsi, sul baseball e sulle opportunità date dallo sport, allenandosi insieme, motivandosi e confidandosi, instaurando un rapporto di fiducia che va oltre il baseball e tocca anche i temi principali della serie. Come si diceva, infatti, oltre a sessismo e razzismo, A League of Their Own sceglie come tema predominante quello dell’omosessualità, che vede Max e Carson alle prese con la scoperta, il dubbio e la difficoltà di comprendere se stesse. Il turbamento interiore delle due protagoniste viene “sbloccato” grazie all’intervento di persone a loro vicine, in particolare Greta per Carson, e la zia Bertie per Max. All’epoca – come avviene spesso ancora oggi – l’omosessualità non era vista di buon grado: si fanno largo dunque diverse sfaccettature di scetticismo e paura, finchè la mancanza di libertà sfocia in proibizionismo e denunce, in una sorta di caccia alle streghe. L’apice si tocca quando alcune ragazze decidono di andare in un locale segreto e avviene un’irruzione della polizia: Jo viene fermata e solo grazie all’intervento di Beverly – che decide di allontanarla e scambiarla per la sua incolumità – evita la prigione.

Nel complesso emerge la volontà di rappresentare attraverso lo show l’importanza di essere se stessi anche oltre gli schemi, oltre le imposizioni sociali, oltre tutto, seguendo le proprie ambizioni e ascoltando la propria voce interiore. Per soddisfare questa esigenza è stata data una spinta forse troppo sproporzionata alla trattazione del tema dell’omosessualità: il fatto di avere molte protagoniste omosessuali senza dare consistenza al loro essere omosessuali – per esempio, che significato ha avuto far “scoprire” proprio Jo? Se fosse stata Lupe o Jess sarebbe cambiato qualcosa? – fa perdere un po’ di spessore al tema, svalutandone l’impatto.
Un’altra pecca risiede nel tempo ridotto dedicato allo sport e ai suoi valori, una scelta – condivisibile o meno – operata probabilmente per lasciare più spazio a tematiche ritenute di maggior importanza.
A League of Their Own continuerà con una seconda stagione, per cui sin d’ora ci si chiede se possa valerne la pena; ha senso sviluppare quanto iniziato con queste puntate o poteva essere corretto terminare lo show con una sola ma tutto sommato ben realizzata prima stagione? Se la serie andrà a finire nel calderone dei prodotti seriali a tema LGBTQ+ o se saprà differenziarsi e trovare un’identità più definita lo vedremo solo con la seconda annata, certo è che scegliere di portare più in evidenza il concetto dello sport come riscatto personale e pro-femminista poteva avere per certi versi un impatto ancor più grande, il merito è quello di aver portato alla luce un tema poco inflazionato ma comunque di ampia valenza e interesse.
Voto: 7
