
Ideata da Nick Santora – sceneggiatore anche di Law & Order e Prison Break – FUBAR si inquadra nel genere action dramedy: peccato che non abbia toni spiccatamente drama, né action, né comedy. Le tre prospettive si rivelano sin dai primi minuti poco convincenti. Il drama è un po’ già visto e un po’ povero di consistenza, e di pari passo l’elemento azione risulta a tratti esagerato – ricalcando il mito dell’agente invincibile, con situazioni che sono oggettivamente poco realistiche – e a tratti poco presente o scontato. Nemmeno la parte comedy spicca, vittima di una recitazione non proprio votata all’umorismo, ma almeno aiuta a portare avanti la narrazione della prima puntata, rendendola più scorrevole.
FUBAR vede Arnold Schwarzenegger per la prima volta nei panni di primario di un prodotto seriale; l’ex Terminator è Luke Brunner, agente della CIA protagonista dello show insieme alla figlia Emma (Monica Barbaro, The Good Cop). L’agente, proprio lo stesso giorno della sua festa di pensionamento, viene pregato dalla CIA e dalla Casa Bianca di recarsi in Guyana per compiere una missione complessa, che solo lui può affrontare. C’è una risorsa compromessa da recuperare ed estrarre indenne, e in contemporanea l’obiettivo di scongiurare il passaggio in mani sbagliate di un’arma di distruzione di massa.

I temi principali ruotano attorno al rapporto padre e figlia, fulcro di questo pilot: le numerose incomprensioni e la reciproca delusione per il segreto celato si mischiano nella loro già intricata relazione, che li fa vorticare tra lavoro e famiglia, distruggendo i già flebili equilibri. Svelati gli altarini, emerge un forte desiderio di accettazione da parte della figlia verso il protagonista, tanto da aver votato la sua vita alla perfezione pur di colmare la mancanza data dal lavoro del padre. In tutto ciò questo primo episodio si inquadra a pieno nel “tale padre tale figlia”, incasellando una similitudine dietro l’altra tra i due, all’interno del classico cliché, unito all’altro stereotipo del padre forte, invincibile, che sa sempre cosa fare meglio di tutti e che tira tutti fuori dai guai alla vecchia maniera, perché a lui riesce sempre tutto bene. Non c’è innovazione; l’unico lato positivo è che Schwarzenegger nell’interpretazione di questo ruolo è letteralmente perfetto.

Insomma, un finale semplice da ipotizzare, quello che ci aspetta, il tutto nella cornice della missione da portare a termine. Si ritrova un classico schema narrativo, dove l’elemento di “novità” semplicemente non c’è, e di certo non può essere rappresentato dall’intreccio tra la storia personale padre-figlia e la missione della CIA. La storia potrebbe anche essere avvincente – almeno in apparenza – ma di fatto appare da subito poco strutturata nel contenuto. Si ha come l’impressione che gli elementi importanti, che compongono la “ciccia” di ciò che c’è da sapere su FUBAR, siano già emersi: questo pilot insomma pone fin troppe basi per la narrazione principale. L’episodio tutto sommato scorre grazie a qualche scena sul filo dell’ironico, che aiuta ad alleggerire questi 50 minuti, forse un tempo eccessivo per lo show che si prospetta, con altri 7 episodi di altrettanta lunghezza. FUBAR si presenta come un prodotto a un passo dalla banalità, che ha molto di già visto e lascia purtroppo poco spazio all’immaginazione.
Voto: 5-
